Il nostro “Buon Natale” a voi con un’esclusiva dal mondo schivo e ancora declinato al maschile del Commercial diving. Ecco l’intervista a un OTS-Operatore Tecnico Sub di spicco: Silvia Farnea. Ci aiuterà a conoscere meglio una professione dal fascino astronautico, rivolta soprattutto ai giovani. Con notevoli prospettive di lavoro.

A cura di Romano Barluzzi

Commercial diving sta per “subacquea industriale” e si, sappiamo come la traduzione possa indurre in equivoco i neofiti rispetto al termine inglese, perciò è opportuno chiarire subito che sono annoverate sotto questo grande comparto tutte le immersioni applicate a lavorazioni sommerse di ambito civile: in particolare, si va dalle costruzioni di opere civili all’industria di estrazione di idrocarburi off-shore; dall’industria dell’energia – ivi compresa quella delle fonti rinnovabili – al recupero di relitti; dall’acquacoltura alla bonifica e manutenzione dei fondali; dalla cantieristica navale all’impiantistica portuale; insomma, praticamente qualsiasi lavorazione intorno a opere civili subacquee, e sia sul mare sia in acque interne. Inclusa l’operatività a distanza, mediata dai cosiddetti ROV – veicoli operatori remotati, ossia a controllo remoto, che sono in pratica robot-sonda filoguidati.

Il comparto si distingue in special modo – per strumenti di lavoro, tecniche d’intervento e regime amministrativo/giuridico – dalle operazioni di palombari e sommozzatori in ambito militare e di forze armate o dei vari corpi dello Stato; dalle immersioni di subacquea scientifica; e da attività sportivo-ricreative tipo quelle di guide e istruttori (pur professionisti) nell’ambito del turismo naturalistico.

Ciò detto, vorremmo entrare dalla porta principale in questo mondo che per molti appare un ambito affascinante ma di cui si sa pochissimo, parlandone con un operatore professionista che ha scelto di farne la propria esistenza; anche perché – e la cosa potrà apparire insolita quanto rara mentre invece è tutt’altro che un caso isolato – si tratta di una giovane donna: Silvia Farnea.

La raggiungiamo mentre è in stand by in cantiere causa maltempo e ci anticipa subito che potrebbe trovarsi in corso d’uscita in mare quanto prima, quindi si preoccupa dei tempi disponibili per l’intervista. Ma, apprendendo che non abbiamo fretta, aggiunge subito con entusiasmo: «sarà il primo articolo nato e scritto direttamente in offshore!»

Silvia Farnea…da? E puoi definirti in appena qualche rigo?

«Sono nata nel gennaio del 1991 nella città più in simbiosi con l’acqua e il mare al mondo: Venezia. Anche se, ora come ora, dire che risiedo a Venezia è un’espressione grossa: il lavoro mi sta portando a essere sempre in giro per mesi, senza che neanche me ne renda conto. Quindi sarebbe più corretto dire che la mia base è a Venezia… ma la mia casa è il mare, ovunque mi mandino.»

Commercial diver da quando? Con che tipo di formazione e attuale operatività?

«Mi sono diplomata OTS Operatore Tecnico Subacqueo, operativo fino a 50 metri, nel 2016 all’ente Cescot di Savona. Il discorso delle certificazioni per gli OTS è molto articolato: per farla breve diciamo che esistono due livelli di certificazione, il basso fondale fino a 50 metri e l’alto fondale oltre i 50 metri. Con l’alto fondale si intendono anche le saturazioni. Poi ci sono tutte le varie “specializzazioni” quali brevetti per saldatura certificata, controlli non distruttivi per più livelli (NDT), Diver Medic, il TopUp (campana aperta) ecc … I diplomi delle varie scuole italiane non sono riconosciuti a livello internazionale, infatti per poter lavorare con compagnie estere siamo costretti ad andare in altri Paesi a fare i corsi, questo comporta da parte nostra investimenti consistenti in termini economici, però più investi in te stesso per esperienze e brevetti e più possibilità di lavoro hai.»

Come ti è venuta l’idea – l’ispirazione – di intraprendere questa professione?

«Sin da piccola ho sempre vissuto per l’acqua, ho sempre amato il mare e i pesci, complice anche il fatto di vivere a Venezia, città strettamente legata a questo tipo di ambiente. Così ho iniziato da bambina con le immersioni di piacere grazie alla vocazione trasmessami da mio padre, subacqueo per passione. Sin da giovanissima ho sempre pensato che quella fosse la mia vita e la mia strada: non è raro a Venezia vedere lavorare nei canali gli OTS, li guardavo e sentivo che da grande sarei diventata una di loro… e adesso eccomi qui rimbalzata da una nave a una piattaforma in giro per il mare!»

La prima missione operativa non si scorda mai? E la tua come fu?

«La prima operatività è stato un lavoro importante da subito, sono stata molto fortunata in questo. Sebbene al corso ci avessero raccomandato di stare estremamente attenti ai cantieri in fiume, quel primo lavoro fu – ironia della sorte – proprio sul fiume Brenta, precisamente sotto lo storico ponte degli Alpini a Bassano del Grappa. Il cantiere consisteva nella messa in sicurezza dalle piene invernali della struttura portante, ormai “vissuta” da molti anni di acqua, che necessitava di un intervento di “rattoppamento” in attesa dei lavori di ripristino definitivi. L’acqua era chiara ma molto fredda e si lavorava in team con alpinisti per la parte asciutta e sommozzatori per la parte immersa.»

Una certa dose di rischio fa parte del mestiere, ma c’è stata una volta in cui ti sei trovata davvero sovraesposta o francamente in pericolo?

«Partiamo dal presupposto che il nostro lavoro è altamente pericoloso; basti pensare che se vogliamo farci un’assicurazione per infortuni e vita personale è difficile trovare chi te la possa fare o se te la fanno richiedono cifre grosse, siamo paragonati ai militari per i rischi che corriamo, perché ci si trova a operare in situazioni particolari quali dighe, bacini di carenaggio, chiglie di navi e rimorchiatori, chiuse, cisterne, depuratori, porti; immersi nel fango e nel buio totale o spesso ci si trova a lavorare con carichi sospesi di grosse dimensioni, gru, verricelli, cavi di acciaio/cime in tensione di grosse dimensioni… Capita di dover assicurare o posizionare materiale del peso di tonnellate sul fondo coordinati dal Supervisor che gestisce comunicazioni con coperta e Diver in acqua. Capita spesso di dover stare molto attenti alle mani e alle dita soprattutto in condizioni di visibilità nulla, sia per l’uso di utensili sia per dove si sta lavorando. In tutti questi potenziali rischi la sicurezza è un gioco di testa, esperienza e nervi saldi. Devi sempre sapere dove sei, se hai l’ombelicale “alla via” (cioè “libero”, in gergo) e come ti stai muovendo, in tutto questo sei supportato dalla squadra composta dal Supervisor che dirige le operazioni e ti dice cosa devi fare, come posizionarti per stare in sicurezza; e ovviamente dal resto della squadra in coperta che comunica col Supervisor. In tutto questo ammetto che c’è stata una situazione dove mi sono sentita vulnerabile, complice anche il mare mosso e la scarsa visibilità; ma alla fine ho controllato che l’ombelicale fosse alla via, ho fatto mente locale di come mi ero mossa durante il lavoro, dov’ero posizionata rispetto a carichi e supply e, con un briciolo di fiducia nel mio istinto che mi diceva che sarebbe andato tutto bene, alla fine il lavoro è riuscito senza inconvenienti.»

L’ambito o il tipo di immersioni o di mansioni subacquee che più ti appaga?

«Per anni da quando ero bimba e ho iniziato ad andare sott’acqua a me bastava andare in acqua ed ero felice che fosse in una pozza qualunque o in qualsiasi mare e stagione: bastava andare in acqua! Poi ho sempre adorato i relitti, le pareti a strapiombo, la profondità e praticato anche immersioni tecniche in circuito aperto e chiuso; quest’ultime sono sempre state le mie preferite in assoluto, per me l’immersione vera da godere è la tecnica… Col tempo, crescendo, gli anni passano, si diventa più grandi e l’acqua si fa sentire addosso, a maggior ragione se vissuta per attività lavorativa (ho iniziato appena maggiorenne facendo la guida/istruttore nei diving, poi a 25 sono diventata OTS), non ho più il “brio” fisico di quando avevo 18 anni. Ecco perché ora mi trovo a essere molto più selettiva dando la priorità alle immersioni di lavoro rispetto a quelle di piacere.

Le mansioni subacquee che più mi appagano sono quelle più impegnative o lavori che, pur non avendoli mai fatti, riescono comunque bene. Quando cioè, pur essendo la prima volta, o forse proprio per questo, entri in acqua con la giusta tensione perché sai che potrebbe andare tutto male anche davanti al cliente (quest’ultimo quasi sempre è a bordo con noi e segue le operazioni subacquee dalla cabina diving, quindi vede e sente quello che dici e fai) e alla fine ci riesci. È bello e appagante quando un supervisore straniero di un certo calibro ti stringe la mano, ti dice che è stato un piacere lavorare assieme e si augura possa succedere ancora.»

Quando hai deciso di diventare OTS e quindi Commercial diver come l’hanno presa i tuoi cari?

«Ho la fortuna di avere alle spalle una famiglia che non mi ha mai tarpato le ali, benché per i miei famigliari sia difficile perché sono figlia unica e accettano il fatto che l’unica figlia che hanno abbia deciso di fare un lavoro che mi tiene per molto tempo fuori casa e soprattutto un lavoro così particolare. Per quanto riguarda il giro di amici posso dire tranquillamente che a Venezia li conto su massimo un paio di mani, ogni tanto mi chiamano o videochiamano chiedendomi dove sono e cosa faccio, mi raccomandano di stare attenta e mi chiedono di vederci quando torno. Hanno tutti piacere di vedermi felice e realizzata nel fare quello che mi piace, quando ci sentiamo al telefono avvertono il mio entusiasmo e la mia passione, questo probabilmente li ripaga del prezzo di sapermi lontana. Purtroppo un aspetto negativo del mio lavoro è che diventi cittadino del mondo ma contemporaneamente a casa tua diventi un perfetto sconosciuto, i rapporti interpersonali, le relazioni sono distrutte dalla lontananza per mesi, ci perdiamo tutto quello che succede a casa. La tecnologia nelle comunicazioni (videochiamate, WhatsApp, social in generale) ci aiutano ma la mancanza di casa e dei nostri affetti si fa sentire comunque. La persona con cui soffro molto la mancanza ma che capisce il mio stato d’animo rispetto al lavoro più di tutti è il mio compagno, credo di aver avuto da lui la prova d’amore massima proprio per la situazione che si trova a sopportare, mi sa lontana e in mezzo ad almeno 10 uomini con cui condivido lavoro, pranzi, cene e trasferimenti vari… Altra mancanza molto forte che sento è quella per il mio cane che più di tutti soffre la mia lontananza e vive praticamente aspettandomi.»

È corretto dire che l’ambiente Commercial diving sia ancora di stampo maschile? Quanti altri casi ci sono di operatori donna?

«Assolutamente si, è corretto dire che l’ambiente del Commercial diving sia prettamente maschile per molteplici motivi, si opera in condizioni particolari, esposti agli agenti atmosferici, sono richieste forza fisica e manualità, non è un lavoro per donne che hanno la pretesa di tenere unghie lunghe colorate, capelli sempre perfetti e trucco impeccabile. Ci si sporca di fango, di ruggine, di grasso ecc… Proprio per questo indossiamo tute da lavoro rigorosamente ad alta visibilità, stivali anti infortunistici e cinturone con coltello bello affilato, quindi non è esattamente un outfit da influencer. Inoltre ci vuole resistenza fisica, un bel carattere forte che aiuta sempre nei momenti particolari e un grande spirito di adattamento. Ovviamente non deve assolutamente mancare la voglia di scherzare e giocare nei momenti liberi con il resto della squadra.

A fare questo lavoro non siamo molte donne, anzi! Poche, rare, ma ce ne sono… La cosa straordinaria è che siamo in tre nate a Venezia, poi ne conosco alcune altre in giro per l’Italia, purtroppo non ho mai avuto il piacere di lavorare con un’altra ragazza, magari prima o poi potrebbe succedere.»

Come si trova un’operatrice del tuo tipo in mezzo a tanti colleghi maschi?

«Il mio rapporto con i colleghi mi piace descriverlo con una frase di uno dei film della saga Pirati dei Caraibi: “Parte della ciurma… parte della nave!”, nel senso che tutti facciamo tutto senza sconti né favoritismi di sorta dati dal fatto che appartengo al genere femminile. Ai loro occhi sono un Diver, per ora non posso dire niente di negativo, sono sempre particolarmente gentili e delicati nei miei confronti. Io naturalmente li ripago cercando di non essere da meno e cercando di non far sentire la mancanza di un uomo a bordo.»

L’ultimo libro sul comodino di Silvia Farnea?

«Andrea Doria -74, di Stefano Carletti»

Il film da cinema preferito?

«Inerente al lavoro sicuramente “Last Breath”, un docufilm che non rappresenta la solita pagliacciata piena solo di tanti strafalcioni e di scene inverosimili.

Un altro film che mi piace è “Quasi Amici”.» 

Un piatto per te irresistibile?

«Adoro mangiare qualsiasi tipo di pesce, sia crudo che cotto. Sicuramente il mio preferito è quello che si mangia cucinato da mamma al rientro dai cantieri.»

La musica che ti fa sognare?

«Nessun genere di musica in particolare, di solito lascio fare tutto a Spotify. Però, quando trovo qualcosa che mi piace, il volume va tenuto rigorosamente alto!»

Un passatempo/hobby (al di fuori della subacquea…)?

«Sono la felice e fortunata proprietaria di un Pastore Belga Malinois, linee da lavoro, proprio uno di quelli utilizzati dalle forze speciali europee o dai Marines americani. È considerato il cane da lavoro per antonomasia e grazie a lui mi sono appassionata a questa razza straordinaria dal cuore meraviglioso, quindi all’allevamento, alla cura e alle infinite attività che si possono fare insieme, sia sportive sia di utilità pubblica. Con lui facevo utilità e difesa, disciplina che comprende prove di fiuto, obbedienza e difesa. Vista l’incredibile dedizione al lavoro, la duttilità e le doti naturali del mio cane so che qualsiasi attività pratichiamo ci divertiamo tantissimo.»

Se non avessi fatto l’OTS, tornando indietro, cos’altro avresti potuto fare?

«Ora che mi ci fai pensare, mi accorgo di non essermi mai posta questa domanda. Non mi sono mai chiesta quale strada avrei intrapreso se non fossi diventata prima una subacquea sportiva di professione e poi un OTS, sin da piccola ho sempre voluto e sognato di costruirmi tutto questo, ci ho creduto, lavorato e adesso sono contenta di essere dove sono arrivata.

Sicuramente penso che in alternativa avrei comunque scelto un lavoro all’aperto, non mi piaceva e non mi piace studiare né stare al chiuso senza sentirmi le stagioni addosso.»

Ci sono delle particolari criticità oggi in questo contesto lavorativo? Cose che potrebbero essere migliorate?

«Mi piacerebbe tanto dirti che non ci sono criticità, ma non è così. Purtroppo di cose da migliorare ce ne sono quante ne vuoi, il nostro ai bei tempi era un lavoro d’oro per cui si lavorava molto ed economicamente si era davvero ripagati bene per quello che comportava e comporta, mentre al giorno d’oggi non possiamo più dire la stessa cosa.

Nel corso degli anni la figura dell’OTS è stata sminuita e denigrata per svariati motivi, possiamo tranquillamente definirci dei palombari moderni, in fin dei conti indossiamo un casco bello pesante e siamo collegati alla superficie o alla campana con ombelicale, eppure le istituzioni non riconoscono la nostra figura lavorativa come lavoro usurante, sarebbe un nostro diritto avere questo riconoscimento così come ne godono i palombari e soprattutto, considerando la particolarità del lavoro, ci sono tutti i crismi per poterne godere.

Altro aspetto che influisce negativamente sulla nostra professione è il fatto che non abbiamo una categoria né un sindacato che faccia valere i nostri diritti, pur essendo noi quelli che indirettamente agevolano la quotidianità della gente, visto che tra le tante mansioni ci occupiamo anche di oil e gas! Eppure per le istituzioni non esistiamo e a livello contrattuale veniamo inquadrati come metalmeccanici.

Nel corso degli anni si sono abbassate anche le retribuzioni medie e sono peggiorate le condizioni lavorative; al confronto, i nostri colleghi all’estero non entrano in acqua se le condizioni atmosferiche non sono ottimali e gli standard di sicurezza sul lavoro non sono rispettati alla lettera, oltre al fatto che vengono pagati molto più di noi e sono tutelati in quanto hanno categoria.

Sarebbe bello se il nostro lavoro venisse rispettato e ricompensato per quello che è; invece ci troviamo ad avere la testa piena di ricordi fatti di belle o brutte avventure da raccontare, ma immersi nei pensieri su quanto valga la pena continuare questa attività o demoralizzati al punto da pensare di cambiare vita.»

La cosa – mansione, procedura, apparecchiatura, strumento ecc – che ti è rimasta più complessa o ostica da imparare e perché?

«Non c’è qualcosa del mio lavoro che mi faccia particolarmente tribolare, né c’è mai stata; non perché sia nata imparata o non abbia niente che possa mettermi in difficoltà ma perché a oggi sono stata molto fortunata, nel senso che mi è capitato spesso di avere in squadra colleghi veterani del lavoro, sempre molto gentili e propensi a mettere a disposizione la loro esperienza per spiegarmi come si fa e trasmettermi qualche furbizia dettata dagli anni di esperienza.

Inoltre, se si ha la buona sorte di avere un bravo Supervisor in radio e l’accortezza di ascoltarlo, è lui stesso a suggerirti come fare per portare a casa il risultato. Oltre a questo subentrano motivazione, acquaticità, intelligenza ed esperienza che possono essere buone carte da giocarsi per arrivare al target.

Poi più pratica fai in generale per quanto riguarda il lavoro dell’OTS e meglio è: le prime volte sarà difficile, poi via via sarà sempre più facile e finisce che vai sempre meglio.

Io personalmente riconosco di avere i miei limiti, soprattutto il limite dei pesi, non ho la forza fisica di un uomo. Ma posso giocarmela d’astuzia con tecnica, motivazione e mezzi per cercare comunque di risolvere o compensare questo problema.»

Cosa suggeriresti a un giovane che un domani molto prossimo volesse intraprendere questo percorso professionale?

«Gli suggerirei di iniziare il prima possibile, l’ideale è a 18 anni; di farsi il corso in Italia, qualche anno di esperienza inshore nelle realtà locali; mettersi via qualche soldino e investire in certificazioni estere, così da avere aperte più porte possibili sullo scenario internazionale dove ci sono molti più guadagni e il nostro lavoro è più tutelato e rispettato.

Suggerirei di non risparmiarsi mai, di non cercare la via più facile ma di metterci l’anima pur di costruirsi un futuro in questo lavoro.

Altro consiglio che mi sento di dare ai giovani che vogliono intraprendere questa strada è di non concentrarsi solo su questo lavoro ma di crearsi un’eventuale alternativa lavorativa: purtroppo basta un infortunio, una patologia qualsiasi che non ti faccia più essere fisicamente al 100% e questo lavoro te lo puoi dimenticare.

Ogni anno siamo obbligati a fare le visite mediche del lavoro in quanto iscritti nelle capitanerie e detentori del libretto di ricognizione in qualità di “sommozzatore in servizio locale”, ogni anno siamo sottoposti a visite ematiche complete, radiografia al torace, visita cardiologica, oculistica, spirometria e test iperbarico: se uno qualsiasi di questi esami riporta una qualche anomalia il medico di porto non firma l’idoneità al lavoro subacqueo, di conseguenza non possiamo lavorare.»

Perché oggi come oggi uno dovrebbe fare il Commercial diver?

«Allo stato attuale, personalmente consiglierei di fare il Commercial diver solo se è quello che vuoi davvero e se lo senti sul serio essere il tuo lavoro, anche perché non è esattamente solo una normale occupazione bensì diventa un vero e proprio stile di vita.

Comunque ritengo che – e in questo ieri come oggi – uno dovrebbe fare il Commercial diver se sente di essere uno che cerca di vivere da spirito libero.»

Tre doti che ogni Commercial diver dovrebbe avere?

«Penso che per un’attività così impegnativa ci vogliano ben più di tre doti… ma dovendo proprio selezionarne tre prioritarie, direi l’intelligenza, la manualità e una grande forza psicofisica nell’affrontare situazioni in cui “ti salvi” solo con tanta freddezza mentale.»

Realisticamente, che timore c’è che la robotica (ROV, AUV ecc) possa sostituire sempre di più l’operato umano nell’immersione lavorativa industriale?

«Per quanto mi riguarda allo stato attuale non ho alcun timore che i ROV possano sostituirci in quanto sono macchine non pensanti, possono cioè svolgere un lavoro meccanico o di “survey” ovvero di ispezione ma alla testa e alla guida del ROV c’è pur sempre il pilota. Per esperienza personale ritengo che i sommozzatori e questi congegni siano un valido supporto gli uni per gli altri: dico questo perché il ROV può essere un bell’aiuto a inizio lavoro per un survey su quello che c’è da fare, può fare sicurezza al Diver in acqua, quindi ti “spia” da fuori mentre lavori, può fare un punto generale sul lavoro. Il Diver dal canto suo diventa vitale qualora il ROV si impigli da qualche parte; a me recentemente è successo di doverne andare a liberare uno prima di iniziare il lavoro assegnato. Inoltre il Diver può intervenire qualora si verifichi la perdita della macchina sul fondo. Attualmente le cose vanno così: ROV e Diver sono una squadra fortissima. Dopodiché, non potendo prevedere il futuro, non saprei dirti se siano in sviluppo o se verranno sviluppati mezzi tanto sofisticati al punto da scalzare del tutto la mente e la presenza umana nel lavoro subacqueo, sicuramente la tecnologia fa passi da gigante e già ad alte profondità la robotica la fa da padrone…»

Di quali componenti base è costituito l’equipaggiamento di un OTS-Commercial diver nella configurazione “standard”, se così possiamo definirla? E può cambiare soprattutto in base a cosa?

«In primis, quando parliamo di subacquea commerciale, non esistono più configurazioni come nella subacquea sportiva ma, proprio perché parliamo di lavoro, parliamo di standard internazionali e/o ordinanze dettate dalla Capitaneria di Porto se ci troviamo in operatività inshore.

Da standard internazionali perciò si usano: il casco chiuso, Kirby Morgan, che può essere di vari modelli, diversi per peso e dimensioni, i più diffusi sono 37, 17B e il 18, quest’ultimo è più leggero perché ha rigida solo la parte anteriore e viene utilizzato dallo “StandBy Diver” ovvero dall’OTS che rimane vestito in superficie pronto a intervenire qualora quello in acqua fosse in emergenza.

Entrambi i caschi sono collegati alla superficie in particolare al pannello di gestione aria/comunicazioni della cabina diving (il regno del Supervisor) mediante un cavo di gomma detto “ombelicale” solitamente fatto con l’intreccio di tre cavi di colore azzurro, giallo e rosso, in base alla funzione specifica di ciascuno, ovvero aria, comunicazioni e video.

Oltre al Kirby indossiamo un “imbrago”, in gergo “harness”, munito di “D-ring” omologati per un eventuale recupero del Diver privo di sensi; sulla schiena si trova il supporto per il bombolino di emergenza, in gergo “Bailout”, che di solito ha una capacità di 10 litri, il quale è munito di primo stadio da dove parte una frusta che lo collega al casco e un manometro che sarà sempre al petto del Diver, così come al petto del Diver agganciato all’Harness dovrà sempre e tassativamente esserci il coltello.

Da procedura, prima di mandare il Diver in acqua, si fa un check dove vengono provate le comunicazioni e che ogni cosa sia funzionante e al suo posto, questo è un passaggio fondamentale che non va assolutamente preso alla leggera.

Questa è l’attrezzatura base/standard del commercial diver, chiaramente quando parliamo di alto fondale quindi immersioni oltre i 50 metri e/o in saturazione, intervengono altre dinamiche e altre attrezzature: ad esempio, come bail out invece del bombolino da 10 l si utilizza il bibo da 10 o ci sono stati cantieri in cui si è utilizzato il rebreather… stiamo parlando di un mondo per cui il Diver potrebbe benissimo essere paragonato a un astronauta.»

La giornata-tipo di Silvia Farnea durante una trasferta lavorativa?

«Come già accennato una caratteristica di questo lavoro è che non c’è mai una giornata uguale all’altra, nello stesso cantiere ci sono giornate simili ma comunque ci si dimentica la noia della routine…

Considerando di prendere in esame una giornata a random in questo cantiere, diciamo che si inizia a lavorare la mattina presto (h 7/7:30), può capitare che si facciano orari più strani (5/5:30 del mattino) per incastrarsi con le condizioni del mare favorevoli, io in questo cantiere nella turnazione di lavoro sono la terza a entrare in acqua. A bordo si pranza per le 12:30/13, poi si torna al lavoro fino alle 18/18:30… ci si doccia e alle 20 si cena tutti assieme.»

In che modo vi assicurate le comunicazioni vocali con i colleghi in immersione e tra voi e il controllo in superficie e/o in campana?

«Le comunicazioni sono sempre dirette tra Diver e Supervisor; inoltre tutti coloro che sono operativi in coperta – da chi sta all’ombelicale a chi veste e sveste il Diver o gestisce motocompressori, saldatrici ecc, fino a chi governa gru e plancia di comando, tutti sono muniti di radio VHF e sono tutti sintonizzati sullo stesso canale da dove arrivano le comunicazioni del Supervisor o del capo cantiere.»

In definitiva, cos’è per Silvia Farnea il mondo dell’immersione lavorativa industriale?

«Il mondo della subacquea industriale, per quanto mi riguarda, e nonostante tutti i suoi pro e contro, è il lavoro più bello e appagante che potessi fare, non c’è mai un cantiere uguale all’altro, si cambia squadra, si cambiano i mezzi, si cambia il posto di lavoro, cambiano le stagioni… tutto questo fa sì che si impari davvero tanto, sia dal punto di vista lavorativo sia umano sia per adattamento in generale. Fare il Commercial diver porta tantissimo a viaggiare e di conseguenza anche a conoscere e vivere tanti posti diversi, ci sono cantieri dall’Africa nera ai Mari del Nord, in Cina e in molti altri Paesi poco conosciuti o dove spesso la situazione locale non è delle più tranquille, quindi le squadre si muovono addirittura con scorta armata.

È bello ascoltare i racconti dei sommozzatori più veterani di quanto erano belli i tempi d’oro del nostro lavoro, di cantieri fatti nei posti più impensabili, di quanto fossero particolari usi e costumi di Paesi lontani, di aneddoti riguardanti tragedie sfiorate, salvataggi in extremis e molte altre vicende degne di un avvincente libro di avventure.

Un altro aspetto che adoro di questo lavoro è che a volte ho la fortuna di vivere momenti davvero per pochi: capita che mi ritrovi a lavorare e accumulare molti minuti di deco (le tabelle lavorative sono molto più conservative rispetto a quelle per immersioni sportive), inoltre non avendo strumenti (computer/profondimetri) che mi indichino da quanto tempo sono sott’acqua, i minuti volano; ed è bellissimo godersi le deco persi nel tempo, affacciati nel blu, riposandosi dal lavoro e respirando nel casco, con davanti agli occhi banchi di pesce che ti avvolgono e giocano col tuo ombelicale, sembra di essere in un documentario… Non è sempre così, naturalmente, ma quando capita è davvero bellissimo.»

E il mare di per sé?

«Il mare e l’acqua sono stati gli elementi della mia vita, mi accompagnano da sempre, come già detto sono nata in una città che vive in simbiosi col mare, ho imparato a scoprire quanto era meraviglioso con gli occhi di una bambina tra stupore e curiosità, crescendo ho sentito che quella era la mia strada e nonostante qualche difficoltà ho trovato nell’amore per il mare la forza di andare avanti e raggiungere i miei scopi.

Quindi potrei dirti che per me il mare è emozione, vita, amore, lavoro, passione, libertà e felicità… Insomma, tutto. O, almeno, tutto ciò che conta.»

…Buon Natale Silvia!

«Grazie! Anche a te e a tutti i lettori di SerialDiver!»

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