A cura di Romano Barluzzi. Immagine d’apertura generata con AI da Giulia Paperini.
SerialDiver è una testata giornalistica di settore e anche una comunità di lettori. In quanto tale ci muove anzitutto il sentimento della più partecipata e profonda vicinanza ai familiari e agli amici di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri, Gianluca Benedetti e Mohamed Mahudhee, il soccorritore maldiviano che ha perso la vita durante le prime operazioni di ricerca. A tutti i loro congiunti e cari va il cordoglio accorato della redazione, dell’intera comunità che si occupa di Comunicazione del settore subacqueo e – riteniamo di poterlo affermare senza timore di smentite – di ogni appartenente all’universo delle attività subacquee, in Italia e nel mondo.
Occorre precisare subito che non è ancora possibile parlare dei “come” e dei “perché” sia potuto accadere un fatto talmente tragico da non aver avuto precedenti di simile entità: ci sono indagini legali in pieno corso, di carattere penale e assicurativo, nazionali e internazionali, tra cui figurano accertamenti autoptici con analisi tossicologiche nonché verifiche sulle strumentazioni recuperate, che potranno richiedere anche molti mesi per arrivare a risultati documentati, significativi e divulgabili. Sempreché si riesca ad arrivare a tanto! Mentre va rimarcato che fino ad allora si potrà al massimo continuare a ragionare solo intorno a ipotesi e congetture – come si è fatto finora, ahimé troppo spesso a sproposito – che, in mancanza di dati fattuali, trasformano ogni opinione in altrettante illazioni gratuite. Un giochetto mediatico funzionale solo allo “share”, di nessuna utilità per la conoscenza vera e al quale SerialDiver preferisce non prestarsi!
Per comprendere meglio questa premessa basterebbe fermarsi un attimo a considerare che al momento tutto quel che si sa – o, più propriamente, si crede di sapere – non può che essere stato dedotto da ricostruzioni e interviste giornalistiche. Le quali a loro volta, se si esclude qualche racconto descrittivo da parte dei tre soccorritori finlandesi e alcuni video delle operazioni di recupero di matrice DAN, non possono essere considerate neppure “testimoniali” in senso stretto, ossia non possono costituire testimonianze dirette dell’accaduto – di per sé ovviamente tutt’ora inesistenti – bensì al massimo della ricerca e del recupero dei corpi.
Dobbiamo dunque riportare il discorso su ciò di cui si può parlare e mantenerlo nel solco di quella razionalità che l’eccessiva emotività rischia altrimenti di far perdere. Perché questo può almeno costituire un elemento di consapevolezza per i vivi, per tutti i subacquei e per chi vorrà diventarlo, mettendo costoro al riparo da disinformazione, psicosi infondata e ingiustificati timori. E scongiurando una temibile battuta d’arresto delle ricerche scientifiche con presenza umana in immersione, cui tanto dobbiamo in termini di conoscenza dei meccanismi che ci assicurano di sopravvivere su questo pianeta. Né possiamo accettare passivamente di veder compromessa in futuro alcuna attività subacquea: basti pensare al ruolo (oggi primario) che perfino l’immersione ricreativa riveste in molte linee di ricerca naturalistica mediante l’apporto fondamentale della “citizen science”. In altre parole: quante volte si è sentito dire che i subacquei sono gli occhi dell’umanità per osservare cosa succede sotto la superficie liquida che ricopre oltre il 70% del nostro mondo? Ecco: vorremmo che fossero lasciati in grado di continuare a farlo! E anzi semmai aiutati a farlo di più e meglio.
Vorremmo quindi contribuire a ciò riportando l’attenzione su una serie di elementi – questi si fattuali – che sono oggetto di comprovata documentazione disponibile anche pubblicamente:
- Gli incidenti mortali in acqua nel nostro Paese, per considerare un periodo di rilevamento significativo, ammontano a 263 casi nel 2024 e a 341 nel 2025, con una media annua di 302 nel biennio 2024/25.
- Tra questi vengono annoverati anche gli incidenti subacquei.
Includono cioè:
- annegamenti in mare
- incidenti da sommersione-immersione sub
- piscine (soprattutto bambini)
- laghi e fiumi
- attività ricreative e balneari
- malori in acqua
- cadute accidentali in acqua
Dunque:
- Gli incidenti subacquei sono annoverati tra gli incidenti in acqua e le morti in attività subacquee rientrano tra gli annegamenti. Viceversa, quindi, non tutti gli annegamenti riguardano le attività subacquee, anzi: solo alcuni!
- i decessi da immersione subacquea a loro volta comprendono anche quelli da pratica d’immersione in apnea/pesca in apnea; mentre quelli con autorespiratore rappresentano una minuscola frazione del totale degli annegamenti: ovvero, la subacquea con autorespiratore ad aria (SCUBA) è una quota minoritaria del totale, nell’ordine di poche unità all’anno in Italia.
- A livello internazionale, si parla di incidentalità letale subacquea in termini di 2 decessi da immersione con autorespiratore ogni 100.000 immersioni.
L’esempio da fare per un utile confronto può essere quello degli incidenti in montagna, che portano a una media di circa 500 morti all’anno, nella sola Italia, per attività comprendenti:
- escursionismo
- alpinismo
- sci fuori pista / scialpinismo
- mountain bike e attività outdoor in ambiente impervio
- ricerca funghi e attività “ricreative” in quota
Il dato quindi non riguarda solo l’alpinismo tecnico, anzi: la maggioranza degli incidenti avviene in escursione.
Gli incidenti stradali fatali costituiscono un altro raffronto, con una media di 3.000 vittime all’anno nel nostro Paese. (Si tratta naturalmente di un dato preso al solo scopo indicativo delle proporzioni numeriche, al netto del fatto che in auto si vada il più delle volte per necessità, mentre si sale in montagna o si scende sott’acqua a scopo ricreativo-escursionistico.)
Ad ogni buon conto la statistica degli incidenti sub nel mondo nel periodo 2000-2006 elaborata dal DAN indica un indice di fatalità per le immersioni di 1,6×10⁻⁴, cioè dieci volte inferiore a quello per incidenti stradali.
In sintesi: la letteratura scientifica concorda nel considerare la subacquea un’attività relativamente sicura quando vengono rispettati addestramento, procedure e limiti operativi. Gli incidenti gravi sono statisticamente poco frequenti o francamente rari, pur se nei pochi casi in cui qualcosa va storto l’ambientazione subacquea tende a ridurre i margini di recupero, perciò l’esito tende a farsi potenzialmente più letale.
Questa considerazione riporta a un altro dato di fondo che emerge in maniera sistematica e ricorrente: negli incidenti subacquei il “fattore umano” (human factor) rappresenta una causa o concausa preponderante.
Il 59% degli incidenti subacquei è infatti dovuto a una mancata conoscenza dei rischi oppure a un’errata applicazione delle regole e delle procedure (già in base a un paper Acott del 2005). Va precisato inoltre che secondo molti rilievi accreditati successivamente questo valore supererebbe il 70% (ed è plausibile che migliorando la sua misurabilità aumenti ancora).
Dimostrazione indiretta sull’incidenza del “fattore umano” nell’incidentalità subacquea sta anche nel fatto che la grande diffusione di didattiche formative per l’immersione ha avuto oggettivamente l’effetto di contenere l’aumento di incidenti subacquei rispetto all’incremento dei praticanti: ovvero, malgrado ci siano sempre più praticanti le immersioni, gli incidenti subacquei non sono aumentati altrettanto né proporzionalmente. In altre parole, la potenzialità educazionale dell’immersione salvaguardia l’incolumità dei sub.
L’immersione per motivi di ricerca scientifica dal canto suo prevede già precise procedure esecutive, non solo sulla metodica relativa alle tecniche di rilevamento della materia scientifica di cui ci si occupa – per esempio, i prelievi in biologia, i carotaggi in geologia ecc – bensì anche per la salvaguardia della Sicurezza.
Non è infatti un caso che i dati forniti dall’American Academy of Underwater Sciences per il periodo 1998-2007 indichino, per le attività di immersione scientifica, un tasso di incidenti di 3,24 x 10⁻⁵, ossia ben dieci volte inferiore a quello delle altre attività subacquee.
La recente nuova legge sulla subacquea appare già adeguatamente e dettagliatamente restrittiva e completa circa i parametri di sicurezza ai quali ogni azione pratica deve uniformarsi (l’entrata in vigore della legge ha preceduto l’infausto evento alle Maldive!).
Ma vale la pena introdurre a questo punto un argomento particolare, quello della valutazione del rischio, ospitando un intervento d’autore, uno studioso d’eccellenza sui fattori di rischio nelle pratiche e nelle procedure di ogni tipo d’immersione, ritenendo ciò una valida anticipazione sull’importanza che avrà il poter parlare delle cause dell’accaduto quando ce ne saranno sufficienti elementi divulgabili…cosa che – secondo tradizione di SerialDiver – avremo cura di fare. Ecco le sue parole: «Intervenire pubblicamente – se fatto con la dovuta professionalità – non deve essere più considerato sconveniente nei confronti delle vittime perché significa in realtà sensibilizzare l’opinione pubblica (e soprattutto la comunità subacquea) sulle tematiche della prevenzione degli incidenti», sostiene il dr. Giorgio Caramanna, esperto di livello internazionale sulla gestione del rischio nelle attività subacquee, di cui riportiamo in calce i riferimenti dell’omonimo suo libro uscito poco tempo prima dell’incidente. Già nelle prime pagine dell’opera ci si imbatte in un concetto fondante in tema di valutazione del rischio: “nonostante sia possibile quantificare numericamente il rischio, la sua accettazione è comunque personale” (!). «È solo condividendo le nostre esperienze (anche quelle negative) – conclude il dr. Caramanna – che possiamo rendere la subacquea sempre più sicura. Credo che esista un dovere morale di rompere il muro del silenzio – quella certa “omertà” tipica della comunità subacquea – e far capire che discutere di un problema non è colpevolizzare alcuno ma capire insieme cosa e perché è successo e quali sono le strategie corrette per evitare che il guaio si ripresenti in futuro».
Riassumendo: con il richiamo a queste considerazioni fattuali, desideriamo fare appello non soltanto a una sempre maggior consapevolezza sull’esigenza assoluta del rispetto tassativo di ogni limite prescritto e di tutte le procedure previste – conditio sine qua non le attività subacquee possono a buona ragione continuare a essere considerate tra le più “sicure” al mondo – ma anche a una sempre più competente valutazione del rischio, coltivando nei casi limite o dubbi una sana sensibilità a essere più disponibili alla rinuncia piuttosto che sempre propensi al tentativo.
Concludiamo augurandoci che diventi presto fattibile tornare a parlare della buia vicenda su queste pagine virtuali con almeno un po’ della luce di ciò che sarà stato possibile sapere, in modo che si trasformi per tutti nell’apprendimento di sempre più fondate consapevolezze.
Le altre fonti oltre a quelle citate nel testo: ISS – Osservatorio incidenti in acqua dell’Istituto Superiore di Sanità; DAN Divers Alert Network – annual diving reports; CNSAS Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico; CAI Club Alpino Italiano; ANSA.
Una recentissima bibliografia di riferimento: “Gestione del Rischio per Operazioni Subacquee-come aumentare la sicurezza e l’efficienza dei team subacquei”, by Giorgio Caramanna, Ph.D., con la collaborazione di Brian Strickland, M.D. (Disponibile su Amazon in formato Kindle e in cartaceo, in Inglese e in Italiano).




2 Comments
Alessandro Meoni
Senza dubbio la valutazione del rischio, come già aiuta in altri ambiti, vedi sul posto di lavoro, é senz’altro un ottimo strumento di prevenzione in ambito subacqueo. Lo strumento della valutazione del rischio è inserito, da tempo, nelle norme tecniche del settore come la UNI EN 14467 del 2006.
Questa norma ormai scaduta come validità fu così apprezzata da ISO CHE, nel 2077 la recepì come UNI EN ISO 24803.
Paolo
Grazie, finalmente dopo l’infinità di cazzate sentite e scritte, qualche riga sensata che ci riporta alla realtà, con un analisi verosimile e statistiche che evidenziano i fatti.
Un articolo finalmente rispettoso della memoria di persone che non ci sono più e dei loro parenti immersi nel dolore. Ripeto grazie