Si compie ancora una volta un silenzioso rito tra mare, luce e memoria. Una tecnica subacquea innovativa permette il prodigioso restauro.
A cura di Marco Mori. Foto di Alessandro Grasso
Il mare custodisce i suoi segreti con la stessa pazienza con cui la terra trattiene l’odore dei pini e del sale. Ogni onda che si frange sulla scogliera di San Fruttuoso sembra raccontare una storia antica, un bisbiglio portato dal vento e subito riconsegnato al blu profondo. La baia si apre improvvisa, come un respiro inatteso tra le rocce scure e i pendii verdi del Monte di Portofino: un rifugio sospeso tra cielo e acqua, dove il tempo sembra piegarsi al ritmo delle maree.
Chi giunge dal mare, dopo aver costeggiato pareti rocciose e calette segrete, avverte il senso di varcare una soglia. Le barche rallentano, quasi per rispetto, e il brusio dei motori lascia spazio al rumore dell’acqua che accarezza le murate. Chi invece discende a piedi, lungo i sentieri che odorano di mirto e lentisco, incontra d’improvviso la visione dell’Abbazia medievale, severa e fragile, che da secoli veglia sul destino della cala. Ma è sotto la superficie che si cela il vero cuore di questo luogo: un cuore silenzioso, che pulsa al ritmo lento delle correnti.
Lì, tra rocce scolpite da mani invisibili e fondali che respirano come antichi custodi, giace una figura immobile eppure viva. Il Cristo degli Abissi appare d’improvviso, quando l’occhio si abitua al blu e i raggi del sole cominciano a filtrare dall’alto. Prima è soltanto una sagoma scura, un contorno indistinto che si staglia sul fondale. Poi il bronzo prende forma, accarezzato dalla luce che scivola lungo le braccia aperte e il volto rivolto al cielo.
Non è un’apparizione fragile né severa: è una presenza che offre. Le braccia si levano verso la luce, non per chiedere, ma per donare. Donano pace, protezione, memoria. Ogni dettaglio sembra animarsi: le incrostazioni che ondeggiano come vesti consunte, i riflessi che trasformano il volto in un’alternanza di ombra e splendore, le bollicine dei sub che si alzano lentamente e si confondono con i giochi di luce.
Da oltre settant’anni questa statua bronzea rimane al suo posto, fedele al mare che la avvolge e alla comunità che la riconosce come simbolo. È insieme monumento e memoria, punto d’incontro tra la passione dei subacquei e il ricordo delle vite spezzate in mare. Chi vi si avvicina non contempla soltanto un’opera d’arte sommersa: entra in un dialogo silenzioso con il mare stesso, con la sua forza e con la sua eternità.
La sfida della conservazione
Il mare accarezza ma consuma. Ciò che ti accoglie tra i riflessi e le correnti, lentamente ti logora. Ogni oggetto immerso è sottoposto a una trasformazione continua, una lenta metamorfosi che non conosce tregua. Nel caso del Cristo degli Abissi, questa sfida si è rivelata particolarmente complessa e delicata, proprio perché non si tratta solo di una statua, ma di un simbolo che appartiene al mare e alla memoria collettiva.
Per garantire stabilità all’opera sul fondale, al momento della posa si decise di riempirne l’interno con calcestruzzo armato. Una soluzione efficace allora, ma che con il tempo ha mostrato i suoi limiti: il contatto tra metalli diversi e acqua marina ha innescato fenomeni di corrosione, rendendo il bronzo più fragile e vulnerabile. A questo si somma la pressione del cosiddetto biofouling: colonie di alghe, batteri, crostacei e molluschi che si insediano sulla superficie. A prima vista un semplice rivestimento naturale, in realtà un agente di biodeterioramento che aggredisce il metallo e ne accelera il degrado.
I primi interventi di manutenzione, nei decenni successivi alla posa, furono eseguiti con le migliori intenzioni ma strumenti inadeguati. I subacquei utilizzavano spazzole metalliche, rimuovendo sì le concrezioni, ma anche parte delle patine protettive. Ogni colpo di setola erodeva, seppur impercettibilmente, lo spessore del bronzo, assottigliandolo anno dopo anno.
La svolta avvenne nel 2004, quando il Cristo fu recuperato e restaurato integralmente dopo la rottura di una mano. In quell’occasione la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria assunse il coordinamento scientifico degli interventi, introducendo un approccio più rispettoso e sostenibile.
Si iniziò a sperimentare un metodo diverso: la pulizia a pressione d’acqua, dapprima con lance modificate dai Vigili del Fuoco e, successivamente, con un sistema più sofisticato di idropulitrice cavitazionale fornita dalla Guardia di Finanza. Questa tecnologia utilizza microbolle e getti calibrati che rimuovono i depositi senza intaccare il metallo, restituendo al Cristo la sua forma senza privarlo della sua storia.
La tecnica dell’idropulitrice
Immaginiamo una lancia sottile, collegata a una pompa di superficie. Non porta con sé spazzole né lame, nessun metallo che possa graffiare, ma soltanto il mare stesso. L’acqua di San Fruttuoso viene prelevata, compressa e reimmessa in pressione, trasformata in uno strumento di precisione. Il getto che ne scaturisce non è semplice forza meccanica: è un effetto cavitazionale, un fenomeno in cui si creano microbolle che implodono al contatto con le incrostazioni biologiche, staccandole senza intaccare il bronzo.
Il risultato è sorprendente. Il biofouling – alghe, crostacei, batteri, piccoli organismi che colonizzano ogni superficie sommersa – si distacca con delicatezza, come un velo che cade, mentre il metallo rimane protetto, mai toccato direttamente. È un metodo “gentile”, che coniuga rigore scientifico e rispetto per la materia, e che sta diventando un modello per la cura di altri beni culturali sommersi, in Italia come nel Mediterraneo.
Durante l’ultimo intervento, i sommozzatori si sono alternati maneggiando la lancia come uno strumento chirurgico. Ogni movimento era calibrato, ogni gesto aveva il peso di una responsabilità condivisa. Non c’era rumore assordante, non c’era violenza: soltanto il dialogo muto tra l’acqua e il bronzo, mediato dall’uomo. Un dialogo fatto di pazienza e ascolto, dove anche il silenzio del mare sembrava partecipare.
Passaggio dopo passaggio, la superficie si liberava, restituendo colore e luce. Sotto il velo salmastro riemergeva la fisionomia antica del Cristo, come se il tempo avesse deciso, per un istante, di restituire ciò che aveva nascosto.
L’intervento del 2025
Il 19 agosto 2025, un’operazione interforze ha riportato il Cristo degli Abissi al suo splendore.
Sotto la direzione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria, i nuclei sommozzatori di Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia Costiera e Marina Militare hanno lavorato fianco a fianco. Non per fronteggiare un’emergenza, ma per un obiettivo diverso: la tutela culturale, la memoria collettiva, la cura di un simbolo che appartiene non solo alla Liguria, ma al mondo intero.
Al centro di questo complesso coordinamento c’era la Dottoressa Alessandra Cabella, storico dell’arte e sommozzatore, responsabile della conservazione del monumento. Le sue parole restituiscono il senso più profondo dell’intervento:
«Il Cristo degli Abissi è un bene culturale identitario e simbolo mondiale della subacquea. La sua conservazione non è solo un semplice fatto estetico, ma una necessità. Ogni anno predisponiamo un piano di pulizia con idropulitrice, accompagnato da verifiche e documentazione fotografica. Le parti più delicate, come le mani, richiedono un’attenzione particolare: per questo i nuclei si alternano secondo modalità prestabilite. È un lavoro corale, che tiene insieme competenze scientifiche e capacità operative.»
Cabella non parla solo da tecnico, ma da custode innamorata: «Ho amato il Cristo degli Abissi fin dalla prima volta che lo vidi in una foto, da bambina. Oggi potermi occupare della sua tutela è un privilegio e un onore che condivido con persone meravigliose. Siamo anelli di una catena: amiamo, proteggiamo e cerchiamo di tramandare il patrimonio culturale, la nostra identità.»
Quell’identità che il mare custodisce e che ogni estate, grazie a un ecumenico gioco di squadra, riaffiora dal fondale come promessa di memoria e continuità.
Voci dal blu
Massimo Durante – Vigili del Fuoco Sommozzatore
Che legame personale hai con il Cristo degli Abissi?
«Il mio legame con il Cristo degli Abissi parte da lontano, dalla mia primissima immersione, quando scesi con la ditta Drafin Sub di Genova per una commemorazione. Giovanissimo ero davvero alle prime armi, inesperto, e non sapevo nemmeno che i colori cambiassero con la profondità. Vi racconto un aneddoto: proprio in quell’immersione mi uscì sangue dal naso, ma sott’acqua mi sembrava verde. Pensai: “Ma cosa ci fanno le alghe dentro la mia maschera?»
In un certo senso, ti sei sempre preso cura del Cristo degli Abissi. Possiamo dire che sia diventato una presenza costante nel tuo percorso di uomo e di professionista?
«Sì. Sono entrato nei Vigili del Fuoco nel 1997 e, due anni dopo, nel ’99, nei sommozzatori. Fu allora che rividi il Cristo, ma con occhi diversi. Durante il corso, parte dell’addestramento prevedeva la manutenzione del suo basamento di cemento: scendevamo giù, con il mare che avvolgeva ogni gesto, a rinforzare ciò che il tempo e le correnti avevano scavato. Non era solo un’esercitazione tecnica: era come un rito di passaggio, quasi una tradizione segreta, in cui ogni sommozzatore imparava a prendersi cura non soltanto della statua, ma di ciò che rappresentava. Era come dire: “Da oggi, questo simbolo è anche nelle tue mani, custodiscilo.»
Per te la cerimonia del Cristo degli Abissi ha sempre avuto un significato speciale. Vuoi raccontarci cosa rappresentava e come la vivevi?
«Era un momento indimenticabile, che univa la fatica del lavoro alla poesia della tradizione. Prima ci immergevamo per pulire il Cristo, per restituirgli la sua luce, e poi arrivava la cerimonia, che trasformava la baia di San Fruttuoso in un luogo sacro. Ricordo quando, con i colleghi, salivamo per i boschi a cercare l’alloro e intrecciare con le nostre mani la corona che sarebbe stata deposta ai suoi piedi. Erano gesti semplici, ma avevano un valore enorme: significava offrire al mare e al Cristo un dono vivo, nato dalla terra che circonda l’acqua. È sempre stato un legame profondo: il Cristo non era solo una statua, ma un simbolo che teneva insieme la comunità, la memoria e il nostro mare.»
Alessandro Grasso – Fotografo e Carabiniere Subacqueo
Alessandro, cosa significa per te occuparsi del Cristo degli Abissi?
«Prendermi cura del Cristo significa preservare un patrimonio che va oltre la materia, un patrimonio culturale e spirituale che tutti dovrebbero poter vedere almeno una volta. Ogni immersione è un ritorno a casa, un incontro con il silenzio che parla, un dialogo tra luce e acqua, tra bollicine e bronzo, tra memoria e presente. Sott’acqua, il tempo rallenta: ogni movimento diventa una danza calibrata, attenta e rispettosa.»
Come lavori durante la pulizia della statua?
«Scatto sempre parecchie immagini, cercando di catturare non solo la forma della statua, ma anche la vita che le scorre intorno: il riflesso dei raggi di sole, le ombre delle rocce, i giochi luminosi tra particelle sospese nell’acqua. Ogni fotografia è un tentativo di fissare l’istante in cui il mare e il bronzo comunicano, quando la memoria dei subacquei incontra la storia silenziosa della scultura. È come fermare un pensiero che viaggia con le correnti, un momento sospeso tra terra e mare, tra memoria e luce, tra passato e presente.»
Cosa provi quando vedi il Cristo sott’acqua in questa rinnovata veste?
«È una sensazione di magia e assoluta tranquillità. Le braccia rivolte verso la superficie catturano ogni raggio di sole, trasformando la statua in un prisma che rifrange la luce in mille sfumature. Il mare sembra respirare insieme a te, scandendo il ritmo dei gesti e delle emozioni. Ogni dettaglio, dalle alghe che ondeggiano attorno alle incisioni del bronzo alle minuscole creature che abitano il fondale, diventa un racconto, una piccola storia che si aggiunge a quella più grande del Cristo.»
Come unisci fotografia e immersione?
«In quei momenti, fotografia e immersione diventano un unico gesto di cura, rispetto e poesia. Ogni scatto è un atto di testimonianza, un modo per far arrivare agli altri la bellezza silenziosa e profonda del Cristo, e insieme ricordare le vite perse in mare. È un privilegio e un onore poter trasformare il mio lavoro in un gesto di tutela e memoria.»
Un rito che si rinnova
Tra pochi giorni, come ogni anno, la baia di San Fruttuoso tornerà a vivere la festa del Cristo degli Abissi. Le barche si raduneranno come un coro sospeso tra cielo e mare, e le corone intrecciate scenderanno verso la statua, scivolando lentamente tra le acque cristalline. La superficie si illuminerà di fiaccole e riflessi dorati, trasformando la baia in un luogo sacro, un tempio liquido in cui il Cristo diventa ponte tra generazioni: tra chi non è più tornato dal mare e chi ancora lo attraversa con rispetto e meraviglia.
Come subacqueo, posso dire che vedere il Cristo sott’acqua è un’esperienza che tocca il cuore: è un incontro silenzioso con la storia e con la memoria, un dialogo tra bronzo, luce e acqua che resta impresso per sempre. Ogni immersione è un rito, un gesto di cura che rinnova la promessa di protezione e memoria, reso possibile grazie al lavoro instancabile di persone straordinarie.
Devo ringraziare in particolare la Dottoressa Alessandra Cabella, che con rigore scientifico e passione autentica coordina ogni fase della manutenzione, trasformando l’intervento in un esempio di eccellenza e dedizione. Grazie anche a Massimo Durante e Alessandro Grasso, che con competenza, coraggio e sensibilità rendono ogni immersione un gesto di amore verso il Cristo e verso il mare stesso. Senza il loro impegno, la magia e la cura che animano queste operazioni non sarebbe possibile.
Il Cristo degli Abissi non è soltanto un’opera d’arte sommersa. È simbolo universale di memoria, cultura e comunità. Ogni immersione, ogni fotografia diventa un atto di tutela, un modo di mantenere viva la connessione tra il mare e chi lo attraversa, tra chi lo custodisce e chi lo ama da lontano.
Le braccia del Cristo rimangono sollevate, vegliando su di noi. Offrono pace e protezione a chi cerca bellezza, verità e silenzio nelle acque di San Fruttuoso. Un monumento, sì, ma soprattutto un respiro del mare che continua a raccontare la vita, la memoria e la devozione di chi ha scelto di custodirlo, anno dopo anno, immergendosi nel blu con cuore e gratitudine.



