È stata una riemersione dagli abissi del tempo, quella della riproduzione in scala 1:1 del Batiscafo Trieste inaugurata domenica 5 ottobre 2025 u.s. in piazza Unità d’Italia a Trieste, in piena Barcolana. Fortemente voluta da “Mare Nordest” insieme a una folta compagine di co-protagonisti, è un’operazione culturale e tecnica senza precedenti. Il materializzarsi di un sogno caro alla città di Trieste e all’intero nostro Paese. Ecco la straordinaria avventura tecnologica e umana del Trieste.

A cura di Romano Barluzzi. Foto repertorio MNE Mare Norest

L’impresa che ha reso per sempre universalmente celebre il Batiscafo TRIESTE fu portata a termine il 23 Gennaio 1960 da due uomini, il tenente della U.S. Navy Donald Walsh e l’esploratore svizzero Jacques Piccard, che raggiunsero il fondo della Fossa delle Marianne, in oceano Pacifico, a – 10.916 m di profondità. A portarli fin lì fu una macchina – il Batiscafo Trieste – costruita con genio europeo e visione pionieristica, un prodigio d’ingegneria italo-svizzera che avrebbe riscritto la storia dell’esplorazione oceanica. (Una macchina fotografica installata nella cabina dal “Time” ritrasse Walsh e Piccard nella fotografia scattata alla quota più profonda di ogni tempo). L’evento divenne paragonabile allo sbarco sulla Luna di quasi un decennio dopo, il 20 luglio 1969. Si trattò dei due capisaldi occidentali della “Guerra Fredda”; e furono il coronamento rispettivamente dell’immersione alle profondità abissali e della corsa allo spazio.

Ma il successo di quell’impresa si rese possibile sulla base delle esperienze maturate in un’altra avventura non meno straordinaria e precedente di ben 7 anni: nel 1953, il 30 settembre, al largo dell’isola di Ponza, la versione originale del batiscafo Trieste, uscita dalla fase prototipale e in grado di spingersi nelle alte profondità marine con equipaggio a bordo, portò i due protagonisti Jacques Piccard e suo padre Auguste Piccard a toccare il fondale della Fossa del Tirreno a – 3.150 m di profondità! Fu dunque questa la prima, vera, storica immersione “abissale” nel senso proprio del termine.

Considerando infatti che a quell’epoca non si era mai scesi sotto i – 300 m di profondità con uomini a bordo e che solo un precedente prototipo francese (l’FNSR, il 3 novembre 1948) era arrivato a – 1.380 m ma senza equipaggio, così da non essere stato ritenuto un valido termine di paragone, l’impresa di Ponza del Trieste condotto dai Piccard padre e figlio fu il primo vero e pieno successo del progetto, la prova definitiva che in seguito si sarebbe potuta raggiungere qualsiasi profondità.

Ora, prima di proseguire con la storia del Trieste, anzi proprio per svelarla del tutto, dobbiamo fare un altro passo indietro nel tempo…e immergerci in un’altra storia che ha dell’incredibile: quella delle relazioni umane che resero possibile l’impensabile. Quella di chi aveva saputo immaginare la realizzazione di un sogno.

Un sogno europeo: il suo ideatore fu proprio Auguste Piccard, fisico e inventore svizzero, già noto per le ascensioni in pallone aerostatico, che iniziò a concepire nel 1905 finché nel 1932 salì in stratosfera a quasi 17mila m di quota! Ebbene, dopo aver sfidato le estreme altitudini, Auguste Piccard decise di rivolgere lo sguardo verso le profondità marine.

L’intuizione creativa gli venne immaginando il principio di un “pallone (aerostatico) invertito”: l’aria calda (o il gas più leggero dell’aria) avrebbe ceduto il posto alla benzina per creare l’apparato di galleggiamento (la benzina è un fluido più leggero dell’acqua marina ed è poco comprimibile alle alte pressioni); sotto al galleggiante sarebbe stata appesa la cabina di osservazione, unico spazio abitabile da due persone contenente aria respirabile, una sfera d’acciaio di grande spessore per resistere allo schiacciamento delle formidabili pressioni abissali. Come il “pallone aerostatico” era servito per sollevarsi nell’aria, questa sorta di “pallone idrostatico” fu concepito per sprofondare nel mare. La capsula sferica pressurizzata già chiamata “cabina Piccard” divenne la “batisfera”, nucleo vitale dell’insieme del vascello subacqueo denominato “batiscafo” … dal Greco “batys” che significava “profondo”.

A questo punto siamo di nuovo nel 1948, con la premessa che già dalla firma del trattato di pace l’anno prima (il 10 febbraio 1947) aveva preso il via l’esperienza politica, amministrativa e sociale del TLT Territorio Libero di Trieste. Nella zona riprendeva la cantieristica navale che – tra il 1920 e il 1930 – aveva reso celebre la città come “città dei transatlantici”. Insomma un periodo e un contesto di grandi incertezze, quello del dopoguerra con il TLT; ma anche di tante opportunità e molto fermento sociale. È in questa cornice che incontriamo gli altri due personaggi-chiave della storia: Jacques Piccard, figlio di Auguste; e il triestino Diego de Henriquez.

Jacques Piccard, 26 anni (nasce a Bruxelles, Belgio, il 28 luglio 1922), diplomato a Losanna (Svizzera). Universitario a Ginevra per studi in Fisica, Storia ed Economia. Dopo la sospensione bellica – durante la quale si arruola nella 1^ Armata francese – termina gli studi nel 1946 e subito insegna Economia. Ma soprattutto è determinato a portare a compimento il sogno del padre Auguste riguardo all’esplorazione degli abissi marini.

Diego de Henriquez, 39 anni, sposato, 2 figli. Diploma all’Istituto Nautico. Studioso autodidatta ma di grande esperienza e conoscenze in Storia, particolarmente di area militare. Parla correntemente 6 lingue. Collezionista di cose militari come monito a perseguire sempre la pace! Visionario per una Trieste fulcro di pace universale, polo scientifico internazionale, perfino centro d’origine dell’esplorazione spaziale ecc. Fondò quel che ancor oggi si chiama “Museo della guerra per la pace-Diego de Henriquez”, situato a Trieste.

-I due, ossia il futuro “signore degli abissi” Jacques Piccard e il collezionista “uomo dei cannoni” Diego de Henriquez, s’incontrano a inizio estate del 1948. Piccard figlio si trattiene poco più di una settimana a Trieste per una tesi di dottorato sull’economia della città in quanto TLT, durante la quale è spesso “ospite culturale” di de Henriquez. Questa loro prima frequentazione fu ciò che cambiò il corso degli eventi!

-Di ritorno in Svizzera dopo il suo soggiorno triestino, Jacques Piccard scrive a Diego de Henriquez: «Lei, sig. De Henriquez, mi ha spesso parlato dei suoi progetti per creare un mondo migliore e più pacifico, per utilizzare al meglio le buone volontà così numerose sulla Terra. Come non pensare a Trieste, Territorio Libero, come a un centro ideale per espandere una cultura e una ideologia per la pace? Posta sui confini di due mondi così differenti, si potrebbe avere lì un’azione di primo piano»

-Dai successivi contatti tra i due, riemersi in seguito al ritrovamento dei diari di de Henriquez a cura del giornalista e scrittore triestino Enrico Halupca – che ne ha riportato alla luce la traccia nel libro “Il Trieste”, edizioni Italo Svevo, collana I Germogli-Accademia degli Incolti, 1^ edizione 2019 – e nel successivo loro nuovo incontro che avvenne nel novembre del 1951, maturarono le condizioni affinché il ruolo di pacifista-visionario di de Henriquez prevalesse nel convincere entrambi i Piccard a rivolgere le loro attenzioni a una linea progettuale del tutto nuova per il batiscafo: quella italiana, in particolare triestina.

-Nell’intreccio di vicissitudini che senz’altro aiutò i Piccard a seguire dal 1951 in poi gli appassionati inviti di de Henriquez di rivolgersi al progetto italiano era nel frattempo entrato in gioco anche l’alterno destino del prototipo francese FNSR.

-In una cartolina inviata da Jacques Piccard a Diego de Henriquez in data 15 ottobre 1948 si legge la scritta “Saluti da Dakar” (oggi capitale del Senegal, all’epoca e fino al 1960 capitale dell’AOF Africa Occidentale Francese). È lì che viene approntato il prototipo del batiscafo, denominato FNRS 2, con fondi francesi.

il 3 novembre 1948 il prototipo FNRS 2 viene fatto immergere a Capo Verde, sotto amministrazione franco-belga. Come anticipato nella prima parte dell’articolo, l’immersione di prova raggiunse i – 1380 m di profondità in oceano, ma senza notorietà in quanto priva di pilota.

Jacques Cousteau, inviato a Dakar quale osservatore della Marina Militare francese, si dice che avesse esclamato a Piccard: «Professore, la sua invenzione è la più bella del mondo!»

-Ciononostante il prototipo francese va avanti a rilento, viene addirittura “parcheggiato in attesa di sviluppo” nei cantieri di Tolone; di fatto s’incammina verso un declino per il progressivo disinteresse dei vertici militari francesi che non lo sostengono più adeguatamente. Solo nel 1953 si riuscirà ad arrivare a un FNRS 3 ma molto dopo la compromissione dei rapporti tra l’amministrazione militare francese e i Piccard che nel frattempo, in cerca di altri partner, si erano appunto rivolti all’Italia, finendo per sposare il progetto triestino.

-Diego de Henriquez nel 1951 spinge così a fondo la sua azione di persuasione verso i Piccard affinché si rivolgano all’Italia per la costruzione di un nuovo batiscafo che si offre di contribuirvi anche personalmente, in tutti i modi che può, perfino con risorse economiche proprie (e benché non sempre navighi in buone acque, economicamente). In ogni caso, la sua si rivela come “la” figura chiave nel mettere in contatto tutti i maggiori portatori d’interesse necessari per realizzare il prodigioso mezzo. Per sé stesso volle – e ottenne – “solo” la promessa che il batiscafo, una volta terminato il suo ciclo operativo, fosse posto in esposizione nel “Civico Museo Diego de Henriquez-della guerra per la pace” che aveva fondato. A perenne disposizione dell’umanità. Un patto tra gentiluomini che insieme ai Piccard sigillò quella singolare comunione di affinità elettive instauratasi fra i tre, autentica forza motrice dell’intera storia.

-Con una singolare sinergia virtuosa fra il cantiere San Marco, il cantiere di San Rocco e i cantieri di Monfalcone, sotto un’unica direzione generale con sede a Trieste denominata CRDA Cantieri Riuniti dell’Adriatico, si formò un riassetto organizzativo funzionale a grandi creazioni.

-La costruzione inizia davvero e in pochi mesi arriva a compimento, attraverso un concorso corale completamente italiano, che vide compartecipi insieme alla cantieristica alto-adriatica anche le Acciaierie di Terni, le Officine Galileo di Firenze, i Cantieri navali di Castellammare di Stabia in Campania. E si arriva all’impresa del 1953, a Ponza, con a bordo i Piccard padre e figlio. Ebbene è proprio questo il modello di batiscafo oggetto della riproduzione a grandezza naturale oggi “riemersa” a Trieste durante l’ultima Barcolana!

-Dopo l’exploit da record del 30 settembre 1953 a Ponza, il batiscafo Trieste compì per quattro anni numerose altre immersioni fra i – 3.700 e i – 4.000 m di profondità; finché fu acquistato dalla US Navy, la marina militare degli Stati Uniti. Che ne ricostruì una nuova versione, con adeguamenti strutturali che, partendo dal progetto originario, la resero in grado di sfidare le massime profondità: un certo aumento di lunghezza e larghezza del galleggiante, un incremento di spessore della parete della batisfera (fatta realizzare dalla Krupp in Germania), comandi più ergonomici ecc. E questa fu la versione che raggiunse i – 10.916 m del Deep Challenge, Fossa delle Marianne, il punto più profondo dell’oceano, nel 1960: l’impresa che lo rese leggendario e con cui ci ricongiungiamo all’inizio dell’articolo.

-La storia però non finisce qui: il “Trieste-versione ultima americana” proseguirà la sua attività esplorativa fino al 1964, compiendo diverse azioni sorprendenti, tra cui il ritrovamento dei resti di un sottomarino militare nucleare americano disperso, sempre a profondità abissali, soddisfacendo così anche scopi non propriamente esplorativi civili bensì indirettamente militari. Assolse quindi anche l’innegabile interesse strategico per cui era stato riprogettato.

-Eppure il maggior obiettivo centrato da quella straordinaria macchina restò appannaggio della conoscenza più pacifica, quella della ricerca scientifica: l’aver spalancato le porte all’esplorazione abissale. Già nella discesa del record Jacques Piccard e Don Walsh avevano potuto osservare che c’era vita perfino a quelle profondità. Nel 1977 vengono scoperte le prime biocenosi mai trovate a oltre 2.800 m di profondità, quelle che prosperano intorno ai camini termali – le cosiddette “black smokes” – lungo le dorsali oceaniche e che, nell’oscurità più assoluta, al posto della fotosintesi clorofilliana e della luce solare, utilizzano la chemiosintesi di particolari batteri e l’energia calorica delle emissioni calde: fu definita “la scoperta del secolo” nel campo della biologia!

Sebbene il ritorno dell’uomo nel punto più profondo del pianeta Terra si sia potuto verificare solo nel 2012 ad opera del regista James Cameron con il Deepsea Challenger e il record del Trieste abbia dunque potuto resistere imbattuto per oltre mezzo secolo, le indagini e le esplorazioni profonde nella fascia – 4.000/ – 8.000 metri si sono moltiplicate: tutta la moderna Oceanografia Abissale non sarebbe esistita o non sarebbe la stessa se non si fosse svolta l’epopea del Trieste.

Oggi il batiscafo originale dell’impresa nel Deep Challenge del 1960 è conservato al National Museum of the U.S. Navy a Washington, testimonianza tangibile di un’epoca in cui l’audacia umana sapeva superare ogni limite tecnico. Mentre la memoria dell’avventura del Trieste ci racconta che non fu solo un’impresa tecnologica, bensì la prosecuzione ideale della ricerca iniziata da Auguste Piccard tra le nuvole. Dalla stratosfera agli abissi, il filo conduttore rimase la curiosità scientifica, il desiderio di esplorare l’ignoto con strumenti nati dall’ingegno umano. E si rifletté soprattutto in quella particolare intesa con il figlio Jacques Piccard e con Diego de Henriquez che portò a realizzare il primo Trieste, proiettando nel futuro i valori di quel pacifismo visionario e concreto che li contraddistinse.

È soprattutto per quest’ultima serie di ragioni che l’organizzazione di Mare Nordest ha preferito far ricreare nella riproduzione proprio la versione del batiscafo del tuffo sul fondo della Fossa Tirrenica a Ponza nel 1953: un omaggio appassionato agli ideali di ricerca scientifica per la pace, la più genuina, originaria e identitaria visione del progresso dell’umanità secondo Diego de Henriquez e i Piccard. Oggi che la riproduzione – dopo essere stata esposta in piazza Unità d’Italia fino al 9 novembre u.s. – è custodita proprio nel “Civico Museo della guerra per la pace” intitolato a Diego de Henriquez, in via Cumano 22 a Trieste, si può dire davvero che… “il Trieste è tornato a casa!

La riproduzione del Trieste diventa un film

L’Operazione Batiscafo Trieste, relativa alla riproduzione a grandezza naturale del Trieste realizzata nel corso del 2025 da una serie di partner – in primis Mare Nordest – che è stata letteralmente “un’impresa nell’impresa”, ha dato origine a un vero e proprio prodotto cinematografico! Il trailer del film è già disponibile sul canale YouTube del Comune di Trieste, nonché in fondo a questo box: in una serie di spezzoni dedicati ritrae volti e pareri di personaggi legati alla vicenda, tra cui Bertrand Piccard, il figlio del prof. Jacques Piccard, che porta avanti le tradizioni familiari nel campo dell’esplorazione dei sistemi naturali del nostro Pianeta in chiave ultramoderna, cioè con l’impiego di energie rinnovabili, e testimonia col suo vivo ricordo il ruolo di primo piano che ricoprì Diego de Henriquez per Trieste nel suo straordinario rapporto con il padre e con il nonno.

Già il trailer della produzione cinematografica racconta dunque una storia di scienza, audacia e visione pionieristica, in parte del tutto sconosciuta fino a pochissimi anni fa. Una sfida nata per un futuro di pace nel tempo della Guerra Fredda, ricostruita per il grande schermo attraverso le voci dei protagonisti, con molte immagini d’archivio, nell’ambito del Progetto Batiscafo Trieste.

Commissionato dal Comune di Trieste, scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, il film sarà presentato in anteprima all’inizio di marzo al Cinema Ariston di Trieste e viaggerà poi – sulle tracce del Batiscafo – a Napoli, Roma, Milano e negli Stati Uniti, dove sarà proiettato a fine marzo, a Washington e New York.

La produzione del film è di Movie&Theater in collaborazione con Rai Cinema e Armundia. Prodromo del film, nel corso del 2025, è stata appunto la ricostruzione del Batiscafo Trieste in scala reale 1:1, affidata alla perizia di M23 Srl, azienda di rilievo internazionale nel settore dei sommergibili avanzati e delle camere iperbariche, partner di Marine e Forze Speciali in tutto il mondo. Rolex ha supportato l’iniziativa e resa disponibile una copia dell’orologio che accompagnò l’impresa nella Fossa delle Marianne nel 1960.

Link al trailer del fim: https://youtu.be/gFxh238gaDo

Maggiori informazioni: https://www.museodiegodehenriquez.it/operazione…/

Hanno sostenuto il progetto, oltre a Mare Nordest: la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, la Fondazione CRTrieste, Trieste Trasporti e il Convention Visit Bureau, partner Mare Nordest stessa, consulente storico Enrico Halupca.

Mare Nordest sta per avviare un ciclo di incontri che nei prossimi giorni e mesi porterà l’intera storia del Trieste in giro per gli istituti scolastici superiori, in primis nell’Istituto Nautico.

SCHEDA TECNICA DELLA DISCESA NELL’ABISSO CHALLENGER

DOVE

ABISSO CHALLENGER-FOSSA DELLE MARIANNE
Pacifico Occidentale, 320 km a SudOvest dell’isola di Guam (all’incirca tra Giappone, Filippine e Papua Nuova Guinea).

QUANDO

23 Gennaio 1960.

COME

-Inizio immersione: h 08:23.
-Arrivo sul fondo in circa 5 ore.
-Velocità media di discesa: intorno a 0,9 m/sec = 3,2 km/h.
-Permanenza sul fondo: 20′ (minuti).
-Risalita alla superficie in circa 3h e 15′.
-Riemersione: h. 16:56.
-Durata totale immersione: 9h e 15′ circa.
-Temperatura in superficie: tra + 8 e + 10 *C.
-Temperatura sul fondo: + 3 / 3,5 *C.

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