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Umberto Eco, le parole e il mare

Libere ispirazioni su eredità culturali, nomi degli abitanti del mare, linguaggi e salvezze.

di Romano Barluzzi & collaboratori. Foto della “rosa di mare” by GrandBluLife

La scomparsa di questo grande personaggio di cultura ci colpisce un po’ tutti. E sono in tanti in questi giorni a lanciarsi in ricordi di lui, su tutte le pubblicazioni. Nel nostro piccolo, occupandoci anche noi di comunicazione scritta, vorremmo ricordarlo alla nostra maniera con una riflessione sull’uso delle parole. Sulla loro importanza senza tempo. Ci aiuterà una citazione dal suo celeberrimo romanzo “Il nome della rosa” da cui fu tratto l’omonimo film che, non a caso, faceva accompagnare alla voce fuori campo del protagonista proprio queste parole testualmente trascritte: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus!”.
Sarà perché espressa in latino come ancor oggi i nomi delle specie viventi, sarà per i rimandi al valore della parola scritta e del libro, o in quanto pervasa dalle atmosfere tipiche della ricerca e della scoperta (indimenticabile la scena della biblioteca segreta dell’abbazia, difesa dal labirinto, a protezione della facoltà di trasmettere e tramandare conoscenza), fatto sta che ci sembra particolarmente adatta al caso nostro, ai nostri tempi. Un’epoca quella odierna in cui, se il web ci ha permesso di comunicare di più e più rapidamente, non ci ha garantito per nulla di farlo meglio.
La citazione generò un acceso dibattito su quale significato avesse voluto avere, anche perché messa lì ad arte, in maniera un po’ enigmatica. Una delle traduzioni-interpretazioni più accreditate, mai smentita dall’autore, ci appare in grado di racchiudere il tutto. Concerne il nome che diamo alle cose, a tutte le cose, naturalmente intese anche come emozioni, sensazioni e azioni; e il legame tra nomi, loro significati, parole con cui li esprimiamo, sentimenti che ci fanno provare, ricordi con cui li custodiamo e li evochiamo, la possibilità stessa di condividerli con altre persone ogni volta che ci aggrada.
La rosa primaticcia – pristina, ovvero la prima rosa di stagione, ma anche la prima emozione, il primo amore, insomma un imprinting – consiste (stat) nel suo stesso nome. Tutte le cose che ci ha fatto provare – la forza dei colori, la bellezza della forma, la freschezza del profumo – stanno nel significato espresso con quel suo nome. Anche se il nome di per sé, da solo, sembra non avere alcuna importanza e magari effettivamente non ne ha – la rosa potrebbe chiamarsi in qualsiasi altro modo e avrebbe comunque quei colori, forme e profumo, così come il protagonista si rende conto solo in finale di storia di non aver mai conosciuto il nome del suo primo amore pur ricordandone ogni particolare –, quando lo scorrere del tempo ci priva di tutto quello spettacolo (la rosa appassisce presto) ci accorgiamo che di tutto quanto ha voluto dire ci resta e tratteniamo (tenemus), custodendolo a memoria, soltanto (nomina nuda) il nome!
Ed è proprio attraverso di esso che tutto ci riappare: nel ricordo che ci evoca, ma anche in tutti gli altri frangenti in cui “riconosciamo” gli stessi componenti o elementi, le stesse emozioni. Un semplice nome e diventano per sempre parti di noi stessi. Perché con quel nome, in realtà, battezziamo proprio il nostro legame affettivo con quelle cose, riuscendo ad “addomesticarle” per sempre. E lo codifichiamo, anche, in modo da poterne condividere il valore con tutti gli altri nostri simili.
Il messaggio-eredità è che le parole sono molto più importanti di quanto oggi si tenda a credere. Le parole sono simboli e in quanto tali agiscono su noi.
Le parole derivano dai gesti originari legati al loro significato (es. “desiderare”, dall’atto – azione, gesto – di guardare verso le stelle quando si sogna, “de-sidera” ovvero “dagli astri”, dalle distese siderali) e per questo sono potentissime ed eterne.
Le parole sono onomatopeiche, rendono l’idea di ciò che significano, quindi sono musica.

Merda, non suona bene. Ancor meno, stronzo.
Bellezza, mare, armonia e oceano suonano benissimo.
E che dire dei nomi degli organismi sommersi che la biologia marina esprime in latino? Sono indispensabili per la riconoscibilità e la trasmissione delle informazioni in quanto conferiscono internazionalità al linguaggio scientifico: una Pinna nobilis, endemica del Mediterraneo, è tale per noi come per un inglese, un francese e un tedesco, in maniera inequivocabile. Se c’impigriamo a chiamarla dialettalmente “nacchera” no. Gli adulti tuttavia li trovano complicati e difficili da memorizzare quei nomi. Mentre i bambini, nella loro intatta capacità di meravigliarsi, li imparano al volo come fanno con le filastrocche e gareggiano a pronunciarli bene come succede con gli scioglilingua. Forse perché risuonano profondi, narrano dei primordi.
Accogliendo queste considerazioni, disponibili ancora a stupirci come fanciulli, scopriremo che trovare di persona “quell’alga dal nome impronunciabile” nel bassofondo di una scogliera, tra roccia, aria e acqua, coglierne la varietà dei colori, toccarla avvertendone la particolare consistenza tra le dita, avvicinarsi e sentire che ha un suo indimenticabile profumo, farne partecipe un amico, non è diverso da quella rosa pristina. Anche se si chiama Cystoseira coespitosa.
Della prima rosa – dicevamo – resterà soltanto il nome, tenuto a mente.
Forse significava semplicemente che le cose importanti si conservano in noi senza bisogno di scritti o di altro, tuttavia avendo bisogno del loro nome.
Il nome è appunto parola, significato. Parola simbolo dei simboli, assieme ai numeri e alle immagini.
Allora forse bisogna avere a mente che le parole sono il tramite con le faccende più profonde del cuore e della vita.
Sono grimaldelli, sono suoni evocatori di cui a troppi ormai sfugge in gran parte l’importanza avendo noi da tanto tempo perso conoscenze sull’etimo ed essendo soprattutto noi ormai incapaci o quasi di fare gesti importanti.
Invece di parole ne usiamo tante, soprattutto sul web e in gran parte a sproposito.
Usiamole meglio e forse ci salveranno, le parole. Loro possono. Noi dovremmo. Web o non web.

(In foto una “rosa di mare”, o “trina di mare”, in realtà Sertella septentrionalis o beaniana, alias Retepora cellulosa – per gentile concessione dal sistema di riconoscimento organismi subacquei GrandBluLife, www.grandblulife.com, la App che permette di risalire all’identificazione delle specie viventi sottomarine incontrate in immersione accedendo a vari livelli di approfondimento delle informazioni e delle immagini).

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

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