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Relitto del piroscafo Calabria

“Il piroscafo colò a picco rapidamente. Un minuto dopo i suoi rottami galleggiavano sulle onde, unitamente ai pochi superstiti.” Ora laggiù in fondo al mare ci regala uno scenario spettrale ma al tempo spesso fiabesco.

Di Isabelle Mainetti. Disegno tratto dal sito di A.C. Centro Sub Tigullio – Diving Center Genova. Foto Lorenzo del Veneziano

Il profumo della salsedine era un po’ che non mi inebriava e fissare il mare calmo e dormiente mi dava un estremo senso di pace.
Ero partita di primissima mattina con il mio amico Dario, per recarmi al diving di Genova, il centro sub Tigullio, dove Lorenzo Del Veneziano, grande subacqueo e grande uomo di mare oltre che buon amico mi attendeva per permettermi di gironzolare in cerca di “emozioni ferrose” in un bel tour sul piroscafo Calabria.
Giornata decisamente primaverile, pareva dipinta dai raggi tiepidi del sole che giocavano a rimbalzo con lo specchio d’acqua e quel piccolo porticciolo diveniva scenario da cartolina.
L’immersione era impegnativa e lo si poteva immaginare già dal quantitativo di bombole che con quel loro “cioccare” nel caricarle in gommone dava grinta ai preparativi.
La prima volta che ebbi l’incontro con il Calabria venni decisamente più “armata” ma – si sa – il primo appuntamento ha bisogno di più tempo per conoscersi.
Non avendo intenzione di fare tempi lunghissimi di fondo questa volta, partii con il bibombola ovviamente in trimix e 3 bombole tra stage e decompressive mentre Dario in Ccr .
Nel tragitto in mare aperto mi sentivo in vacanza, due risate, un bel breafing e attenti controlli senza fretta. Così colsi l’occasione di farmi raccontare un poco di storia del relitto e di come Lorenzo stesso lo avesse trovato.
Come per ogni imbarcazione affondata, un velo di tristezza gli si annida accanto, ma ancor più la voglia e l’interesse di tuffarsi con esso nel passato spingevano prepotenti.

La memoria di Lorenzo non sbagliò un colpo e iniziò a narrare come fosse stato presente.
«…Venne costruito in Inghilterra nel 1870 con il nome Wellesley, quindi molto, ma molto tempo fa e venne acquistato da una società italiana N.G.I. nel 1881 e rinominato il Calabria.
Oltre 1246 tonnellate di scafo adibito a merci, passeggeri e servizi minori nel Tirreno.
Il 12 dicembre del 1891, il disastro!
Al largo di Sturla in rotta verso Livorno e Napoli una delle caldaie scoppiò improvvisamente spezzando in due lo scafo causando numerose sfortunate vittime.
Sotto gli occhi increduli del capitano la nave affondò ad una velocità scioccante e i pochi superstiti non poterono fare altro che gettarsi in mare.
“Il piroscafo colò a picco rapidamente. Un minuto dopo i suoi rottami galleggiavano sulle onde, unitamente ai pochi superstiti.
La detonazione prodotta dallo scoppio fu così terribile che venne intesa da tutti gli abitanti di Sturla e Quarto, quantunque il Calabria distasse 2 miglia circa dalla costa” (citazione dalle pagine del quotidiano genovese dell’epoca il Secolo XIX).»

Una ventina di morti tra equipaggio e passeggeri rimasero quasi dimenticati fino al 1996, quando Lorenzo Del Veneziano si intestardì e lo volle trovare riportando in vita la sua memoria.
Le parole di Lorenzo ora rimbalzavano ripetitive nella mia testa e i segreti del Calabria uscivano sempre più allo scoperto, una sorta di nuova intimità.
Si fermò il gommone e guardai l’immensità del mare, eravamo al di qua del portale per il mondo sommerso, quella surreale diversa dimensione divisa solo dallo specchio d’acqua. All’improvviso uno scattare di molla e il mio “io guerriero” si svegliò. Ci preparammo con a spalle l’attrezzatura sotto gli occhi attenti di chi rimaneva sul gommone … et voilà! Salutando il cielo azzurro brillante con lo sguardo, mi lasciai cadere indietro abbracciando le mie “bambine”.
Giù nel blu i rumori si fecero sordi e, restando vicini alla cima, planammo.
Un paio di secondi … concentrazione, una veloce visualizzazione di ciò che avremmo voluto fare, occhi aperti alle innumerevoli lenze aggrovigliate sulla cima e fummo al suo cospetto a 75 metri di profondità.
L’ombra indefinita e scura si era materializzata e l’immagine del vecchio relitto accomodato stanco sul fondo mi creò come ogni volta un magica sensazione.
La visibilità non era tra le migliori e purtroppo non era cosa rara, a questo relitto piace rimanere avvolto nelle ombre del passato, triste e rabbioso per la sua fine infame e per il suo grido struggente lanciato al mondo prima di sparire per sempre nei fondali.
Muniti di uno scooter in due come adolescenti su un vecchio ciclomotore, circumnavigammo affamati di emozioni, il più possibile.
Adagiato su sabbia bianca lo scafo si trovava spezzato in tre tronconi collegati da una sagola e la poppa maestosa in quasi perfetto assetto di navigazione era il punto di partenza.
Purtroppo con gli anni la sfortunata nave aveva ceduto e le sue sovrastrutture in legno come braccia stanche erano crollate e piano piano scomparse. Questo mi permise abbastanza facilmente di percorrere i “corridoi” sotto quelli che erano i ponti.
Un poco angusto si presentava lo scenario, la visibilità non eccellente e le innumerevoli cime e resti di reti da pesca donavano un aspetto spettrale ma al tempo stesso fiabesco.

A scaldare l’atmosfera dello sfortunato scafo un lenzuolo di coralli gialli che sprigionavano colore nell’avvicinarsi con le torce e moltitudini di pesci in banchi che facevano da guardiani.
Guardinga penetravo 130 anni di solitudine, storie di vita vissuta e di una ennesima tragedia di mare.
Dario chiamò la mia attenzione con la torcia e vidi sopita tra la fanghiglia che pareva polvere una lanterna, la classica lanterna inglese di quegli anni; poi mi venne istintivo accarezzare la battagliola che abbracciava con eleganza la poppa per subito fuggire diretti all’elica e al timone a 79 m adagiati come nella sabbia nel deserto.
Nel fango spalancando bene gli occhi avrei potuto osservare con più calma le bottiglie di vino mai bevute e i piatti in ceramica inglese del tempo utilizzati sicuramente dai passeggeri, ma l’orologio correva.
Senza purtroppo perdere altro tempo proseguimmo arrivando a una grossa imponente rete che attraversando la nave delimitava lo spacco, vicino a essa partiva la cima di collegamento agli altri tronconi.
Umiliato, lo scafo mi dava la sensazione di leccarsi le ferite, diviso tristemente in più parti.
L’atmosfera che lo avvolgeva gli donava vita propria.
Motorizzati a circa 10 m più in là arrivammo a un pezzo della maledettissima grossa caldaia causa del disastro e al fumaiolo.
Il tempo stringeva… tic tac, tic tac…
Dovevamo rientrare!

Tanto di lì il Calabria non si sarebbe mosso, aveva una eternità avanti a sé, non avevo visto tutto e quindi lui sapeva che tornerò.
A una ventina di metri avanti, ad aspettarmi ci sarebbe stato il troncone di prora, in assetto anch’esso di navigazione e in ottimo stato.
Per ammirarlo con calma ci sarebbe voluto altrettanto tempo di fondo e 30 minuti erano già volati.
Bitte, resti di un bagno, gru adibite alle scialuppe, i boccaporti delle stive, le sempre interessanti ancore per non dimenticare il fanale di via.
Gironzolandoci poi all’interno, nelle stive, sacchi forse contenenti cemento, lanterne varie e lance antincendio…
Avrei voluto vedere ancora tanto, ma non quel giorno e ci segnalammo di comune accordo il rientro e a ritroso arrivammo alla cima di risalita.
Mentre mi sollevavo lo guardavo allontanarsi, divenire sempre più piccolo e mescolare i suoi colori con quelli del mare fino a confondersi per poi sparire così come era apparso nei misteri del mare.

About Isabelle Mainetti

Il classico maschiaccio con i tacchi a spillo. Faccio immersioni tecniche e in Trimix illimitato con il computer o la mnemonica. Mi piace “volare” guardando l’immensità del vuoto sottostante ed esaltarmi per i caratteracci delle pareti. Impazzisco per infilarmi nei relitti ascoltando le loro voci silenziose. Non sono donna, né uomo … sono sub! Amo gli sport, tutti! Amo l’energia e amo vivere la vita con intensità alla ricerca di emozioni. Istruttrice di aerobica e step per anni, ora uso i piedi come pinne … sarò finalmente diventata una sirena?
Isabelle Mainetti

Comments (3)

  1. Massimo Bondone ha detto:

    Per correttezza storica, il relitto era conosciuto da decenni dai soliti pescatori, data anche la posizione.
    Il primo a scendervi in configurazione tecnica fu un istruttore IANTD di Genova, di cui mi sfugge il nome.
    Precedentemente altri scesere in aria, ma non ho info sicure.

    • Romano Barluzzi ha detto:

      I pescatori quasi sempre si accorgono per primi dei relitti, ma il ritrovamento effettivo, la localizzazione esatta sul fondale e soprattutto l’identificazione del relitto sono tutta un’altra cosa. Comunque grazie della segnalazione e se poi magari ricordasse quel nominativo potremmo aggiungere un elemento di conoscenza in più alla storia.

  2. Fiorella Bertini ha detto:

    Sempre belli i racconti delle tue immersioni… brava.

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