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Quel tramonto annunciato

Sulla chiusura dell’ultima rivista “da edicola” per appassionati d’immersione “SUB”. Ci si chiederà: «E ora? Tra la carta che sparisce e un web che ancora stenta dove andrà l’informazione?» Prendendo spunto da alcuni post comparsi in tema su Facebook, ecco un’analisi-specchio della situazione. Perché forse non tutti sanno che…

Di Alberto Balbi e Romano Barluzzi.

Colpiti – come tutti gli appassionati – da alcuni post comparsi su Facebook a proposito della dolorosa (e per certi aspetti anche tragica) chiusura dell’ultima rivista di subacquea da edicola, abbiamo pensato di riportare qui di seguito, in maniera concordata nei contenuti e a scopo informativo, un paio di opinioni d’autore. In chiave diversa, nella loro complementarità possono contribuire a tracciare un quadro della situazione che abbia il sapore delle cose autentiche.

La fine di un’epoca

(a cura di Alberto Balbi)
«Anche Sub chiude, l’ultima rivista italiana è uscita con l’ultimo numero e con un editoriale di commiato scritto dal Direttore Guido Pfeiffer e da Flory Calò… un ultimo saluto di un grande giornalista che pochi giorni dopo, per un destino crudele e beffardo ci ha lasciato per sempre. Guido nel suo editoriale spiega i motivi della chiusura di Sub… essenzialmente sancisce la fine di un’epoca. E con profonda tristezza la nazione dove si è fatta la storia della subacquea rimane senza nemmeno una rivista in edicola… almeno per il momento. Non vanno cercate colpe o responsabilità nel web o nelle nuove tecnologie, ogni rivista che ha chiuso lo ha fatto per motivi diversi, ma non poter più sfogliare e vedere le nostre fotografie stampate su carta mi provoca una profonda tristezza e nostalgia. Il mio direttore Calogero Cascio (Il Subacqueo) mi ha sempre detto che ogni rivista che chiude anche se concorrente è una sconfitta per tutti… e aveva ragione. Ho avuto l’onore e il privilegio in questi anni di lavorare con tutte le riviste italiane e straniere che si occupano della nostra passione, a volte firmando gli articoli con il mio nome, altre volte utilizzando pseudonimi. Ho imparato moltissimo; ho imparato a scrivere come un giornalista, ho imparato a fotografare come un reporter con l’attenzione per gli sponsor e per i lettori, ho imparato il rispetto verso il lettore al quale bisogna affidare testi che vanno controllati e ricontrollati lavorando con un team composto da correttori di bozze, ricercatori, impaginatori e direttori; ho imparato cosa significa lavorare sotto pressione, senza sconti, ho viaggiato, mi sono divertito, ho vissuto per molti anni della mia più grande passione. Sub chiude ed è una sconfitta per tutti.
Ho avuto il privilegio di vivere gli anni d’oro dell’editoria, quando nello stesso mese scrivevo per Il Subacqueo, Sub, Fotosub, Mondo Sommerso, Aqva, Subaqva, Immersione Rapida, Apnea, Pesca sub, Pesca in apnea e PescareApnea anni in cui in Italia convivevano 10 riviste, ognuna con il proprio stile ognuna con i propri lettori, anni in cui ho imparato a scrivere con diversi stili perché ogni rivista ne ha uno proprio.
Li ricordo con un sorriso, con nostalgia e con grande emozione.
Oggi Sub ha chiuso e anche se non collaboravo con Sub ormai da tre anni …oggi è un giorno di profonda tristezza per la subacquea.
Auguro a tutti i fotografi e i giornalisti di poter vivere i momenti che ho vissuto io con tante redazioni e mi auguro che un giorno il nostro Bel Paese possa riavere sugli scaffali qualcosa che ci rappresenti; La nostra storia se lo merita.
A Guido Pfeiffer auguro di fare un viaggio meraviglioso di incontrare il Dr. Cascio e di ricevere in cambio tutti i sogni che ci hanno permesso di fare sfogliano le pagine dei loro giornali…GRAZIE DI TUTTO QUESTO!»

Nulla è per caso…

(a cura di Romano Barluzzi)
Dico subito che condivido parola per parola quel che ha scritto l’amico Alberto Balbi sul suo post “La fine di un’epoca” a proposito della chiusura dell’ultima rivista cartacea “SUB”, specie per gli aspetti culturali e di affezione a tutto un mondo che se ne va e al quale sono appartenuto anch’io, ragion per cui trovo doveroso aggiungerci del mio. Penso infatti che, senza in ciò alcuna pretesa di piacere a tutti, una lettura forse meno romantica (e non per questo meno affettiva) ma, soprattutto, altrettanto veritiera possa contribuire a un processo di crescita e maturazione della nostra comunità subacquea in cui ancora ostinatamente credo. Se rischierò di sembrare troppo schietto non sarà solo per la mia natura di toscano bensì per aver vissuto sulla mia pelle tutto il danno morale e materiale della chiusura forzata della casa editrice più antica (dopo averci militato in ogni ruolo possibile relativamente alle collane librarie e al giornalismo…), che fu quella di riviste come Mondo Sommerso, PescareApnea, PescareMare ecc, nata prima dell’ultima Guerra Mondiale.
La crisi del giornalismo della carta, almeno nel nostro Paese, non è da attribuirsi a un mondo internet che del resto appare a sua volta ancora sottosviluppato, bensì alla crisi della stessa editoria, cioè dell’imprenditorialità del settore. Che a sua volta ha preceduto di parecchio tutto quanto. In sintesi, la “fine di un’epoca” di cui stiamo parlando è cominciata molto prima di quanto si pensi e di quanto molti possano anche soltanto immaginare. È iniziata quando per anni le testate cartacee sono state tenute ostinatamente “isolate” rispetto al web, o al massimo con un web di appoggio fatto di siti-vetrina statici e inutili, anziché paralleli, dinamici e sinergici alla versione cartacea. In sostanza, non si è investito, o non lo si è fatto nel modo che sarebbe potuto servire, preferendo spremere fino allo sfinimento l’esistente, cioè quel “limone” delle rotative, della cellulosa, dell’inchiostro, negando anche l’evidenza degli inserzionisti che foraggiavano sempre di meno, per poi ritirarsi uno ad uno; dei conti in rosso per anni consecutivi; del millantare tirature più gonfiate d’una mongolfiera; del continuare a esporsi al bagno di sangue della distribuzione in edicola ecc. Mentre il resto del mondo cambiava, mentre il nostro stesso pubblico di lettori adeguava i propri orientamenti, gli esponenti (anche se non tutti) di quell’eldorado che era stata l’editoria della carta continuavano a pretendere di crogiolarsi negli allori del tempo che fu, cercando caparbiamente di ripristinarlo di continuo, nel più isolazionista auto-mantenimento, sebbene in forma necessariamente sempre più al ribasso. Un’economia dell’impoverimento: meno pagine, spessori della carta ridotti, foto di bassa qualità, collaboratori non pagati, giornalisti soppiantanti da chi non lo era, interi campi di argomenti “vietati” agli autori delle pagine ecc. Una penosa tendenza al risparmio propria di chi sa solo trovare più comodo attendere la fine. Spesso perché non avrebbe neppure saputo fare altro. Talvolta anche per chissà quali altri giochetti. Non tutti, dicevo: sono molte le case editrici salvatesi – alcune addirittura nate in piena crisi – che oggi viaggiano bene sia su web sia su cartaceo, a riprova del fatto che la buona imprenditoria editoriale esiste, solo che – almeno finora – non è appartenuta al settore sub.
Perciò quella di cui parliamo è “la fine di un’epoca” che non è arrivata per caso, né per colpa degli extraterrestri, né tantomeno improvvisamente. Una fine mai dipesa dalla fase giornalistica delle riviste, che anzi fece presente fin dall’inizio quali fossero le soluzioni allora praticabili, ma restando inascoltata per la sordità di editori che avevano trovato facile fare imprenditoria in periodo di vacche grasse, salvo poi scoprire che è quando si entra in quello delle vacche magre che si svela chi sa farla davvero. Una fine annunciata, da almeno 10 anni a questa parte, ma con i primi sentori che sarebbe possibile far risalire anche ai 15 anni orsono. E oggi? Oggi è solo troppo tardi: non si tratta più d’invertire una tendenza, ormai improntata a un disfacimento già puntualmente accaduto. Semmai servirebbe cercare di instaurarne una del tutto nuova. Ripartire da zero, e con basi diverse. E qui – parlo sempre per diretta esperienza personale – si scopre un’altra faccia della medaglia: un web che non funziona ancora come potrebbe. Ormai tre anni fa, insieme ad altri sognatori fuoriusciti proprio dalle esperienze di Mondo Sommerso, e dopo una lunghissima gestazione progettuale, abbiamo avviato “SerialDiver”. Lo ricordo non soltanto per il fatto di essere stati citati nel suo post di commento a quello di Alberto dal celebre fotosub Francesco Pacienza – che ringrazio anzi per averci menzionato per ciò che siamo, ovvero la sola vera testata giornalistica di settore rimasta funzionante – ma anche per correggerlo: il progetto della rivista on-line SerialDiver, inserito in un’associazione no-profit agente da service editoriale chiamata “mediAterraneum” di cui è il prodotto multimediale di punta, è una compagine di esperti, autori e collaboratori in vari campi di editoria, giornalismo, fotografia, grafica e web che finora hanno prestato la propria opera del tutto gratuitamente, portando in dote a questo progetto venuto dal basso la sola propria “professionalità” (concetto da non confondere mai con quello di “professionismo”). In sintesi – e da esperti – diciamo che “ci abbiamo creduto e scommesso”! Ebbene, oggi che pure siamo diventati già da un po’ un riferimento sotto il profilo culturale – abbiamo per esempio sdoganato veri e propri tabù dell’informazione di settore, riuscendo a trattare con successo pure tematiche che erano state proibite nei prodotti cartacei; e facciamo più lettori con un solo articolo nella prima mezza giornata d’uscita di quante copie vendessero al mese tutti quelli del cartaceo di settore rimasti fino a poco tempo fa – constatiamo di aver potuto usufruire fino all’altro ieri dell’appoggio di immagine di un solo inserzionista e per giunta extra-settore! In ciò dunque siamo noi stessi uno specchio della situazione che vede un’editoria della carta scomparire mentre ne manca ancora una del digitale che venga ritenuta almeno altrettanto valida sul web. Né si può dar torto a certi investitori – e non dico quelli che si sono ostinati per ragioni più affettive che altro a dare ancora due spiccioli alle poche pagine di carta rimaste, sebbene sapessero che non servivano più a niente – dato che non si capisce perché un imprenditore dovrebbe trovare interessante investire in un internet ricettacolo di fake-news ancora denominabile più “far-web” che altro. Un universo moderno solo tecnicamente, dove impera il furto d’immagini, l’appropriazione indebita di iniziative e idee, il copia-incolla multiplo e selvaggio su qualsiasi testo, la sistematica violazione della privacy e del copyright, la proliferazione di siti che si spacciano per testate giornalistiche senza esserlo (per giunta sostenendo di “fare informazione”) e tutto ciò nella più totale presunzione d’impunibilità, con una referenzialità e un’affidabilità dei contenuti il più delle volte pari a zero…
In mezzo a questo calderone una speranza appare quella di distinguersi per la qualità delle scelte editoriali fatte, del lavoro divulgativo svolto, delle buone pratiche di comunicazione intraprese e della costanza in ciò applicata. La seconda e conseguente speranza è che qualcuno se ne accorga. Che sappia scegliere, accorgendosi delle differenze. E si ricrei tutto intorno, grazie all’apporto di ognuno, quel senso di community così declamato e perduto, ma non quello oggi tanto caro ai social media che, se va bene, si risolve in una massa di esasperati individualismi smanettanti, gli ormai celeberrimi “leoni da tastiera” (una fiera delle vanità cui all’estero hanno perfino dato il nome: “vanity-press”!), più spesso pieno di “webeti” come li ha ridefiniti Enrico Mentana; bensì di “comunità” autentica, fatta di individui con la stessa passione, che riscopra il senso di appartenenza a una categoria di valori, che si ritrovi culturalmente intorno a un progetto condiviso, una casa comune. Ciò che furono un tempo “le riviste di subacquea”, per l’appunto. Perché aver perso questo è aver perso la propria stessa identità di subacquei.
Insieme al coautore Leonardo D’Imporzano abbiamo già pubblicato nell’e-book dal titolo “SubPuntoCom – la subacquea nei media, dalla carta al web” tutto questo e molto altro, fin dall’autunno 2013. E tuttavia una chiosa finale la dedico ai nostalgici della carta, perché lo sono anch’io e credo che chi l’ha conosciuta lo sia di default: un prodotto cartaceo settoriale di buona qualità, da collezione anziché usa e getta, sarebbe ancora possibile purché abbinato a – o meglio, derivato da – un buon web e alla larga dalla filiera dell’edicola… come già stanno dimostrando svariate case editrici che – in altri settori, s’intende – incontrano il successo auspicato. Noi comunque siamo qui.

Francesco Pacienza by Facebook

Condivido e plaudo a quanto da te scritto, Alberto. Anche questo è uno spaccato di un’Italia ormai alla deriva e allo sfascio.
Volendo rispondere a Stefano Bianchelli oggi in Italia sulla rete non vi sono testate giornalistiche subacquee eccezion fatta per una testata, la prima in Italia, fondata da Paolo Bastoni e che non pubblica più e Serial Diver; perchè affermo ciò, perché queste due hanno tutti i requisiti di testata giornalistica, con tanto di Direttore Responsabile e redazione e redattori, ossia persone che vengono remunerate per ciò che scrivono. Questo solo per onestà e correttezza di informazione.

Author: Alberto Balbi - Romano Barluzzi

Comments (9)

  1. Giorgio ha detto:

    La carta manca, come manca quel profumo. Le esperienze su DEEP prima e Mondo Sommerso poi sono indimenticabili, ma Serial Diver crea nuovi stimoli e configura nuovi scenari. Tocca a noi far sì che il mercato continui a riconoscerci come rivista attendibile e realizzata in modo professionale.

  2. Roberto ha detto:

    Grandi verità quelle espresse con la sua proverbiale schiettezza da Romano Barluzzi al quale va il nostro Plauso per aver, unico in Italia fino a questo momento, avuto il coraggio e la lungimiranza di aver creato una rivista degna di questo nome e cioè Serial Diver che seppure in forma digitale (io faccio parte di quella generazione di Subacquei che collezionava i numeri di Mondo Sommerso, sub ecc.) ha saputo coniugare la divulgazione scientifica ed i temi più leggeri con maestria e spirito. Nasce perciò immediatamente la domanda. A quando un Serial Diver cartaceo di approfondimento e magari dallo stile collezionistico?

    • Romano ha detto:

      Ci stiamo lavorando, Roberto. E non c’è dubbio che avrà tra le sue principali caratteristiche sia l’approfondimento sia l’impronta da collezione. Sul “quando” però è prematuro fare previsioni: al momento, è un web di qualità ciò che offre – almeno in prospettiva – di più a tutti e il progetto di mediAterraneum e di SerialDiver è nato per questo. Altrimenti si ricadrebbe in qualche tentativo “avventuristico” (come non escludo che a qualcuno venga in mente nel frattempo di praticare), che si rivelerebbe solo l’ennesimo specchietto per le allodole e soprattutto durerebbe meno d’un lampo.

  3. Fiorella Bertini ha detto:

    Ciao Romano, ho lavorato per circa 30 anni al Corriere della Sera nel settore distribuzione dei periodici… ricordo ancora i bancali della resa (cioè quanto veniva perchè non venduto) dai distributori regionali… un massacro che coinvolgeva anche testate prestigiose… a parte Mondo Sommerso che con altre testate tlpo Hurra’ Juventus… avevamo noi in gestione… io credo che tutta l’editoria italiana sia alla frutta… siamo una strana nazione… ma alla fine se ci contiamo quanti siamo? Cioè quelli che vanno in acqua costantemente estate e inverno, che fanno dell’attività sub una vera passione e non una moda andando alle Maldive 1 volta all’anno e a metà settembre dicono basta perchè fa freddo?? 500.000? Forse meno… ci sono nazioni che hanno riviste tipo Tauchen (Germania) Skin Diver (Usa) Underwater Magazine… c’è addirittura una nazione che si permette una rivista per donne sub… a mio parere altra mentalità… e noi che abbiamo inventato la subacquea chiudiamo…

    • Romano ha detto:

      Ciò che chiude, Fiorella, è “solo” uno degli strumenti di divulgazione, per quanto dai trascorsi prestigiosi e dal sapore di affettività per molti di noi. Non chiude la necessità di fare divulgazione di qualità, che anzi oggi proprio grazie alle nuove tecnologie – e sempreché vengano usate meglio – può avere il valore aggiunto di una massima condivisione un tempo invece irrealizzabile. Le stime esperte internazionali più attendibili danno i prossimi 3 anni forieri di maggiori novità nelle tecnologie per la divulgazione di quante ne siano nate complessivamente nell’ultimo mezzo secolo. “Realtà aumentata”, “internet delle cose” ecc, in verità in embrione sperimentale già da anni, con ogni probabilità stanno per invadere il mercato di tutti gli strumenti di visualizzazione e di moltissimi oggetti d’uso comune. Senza contare che i maggiori social media puntano ormai a interconnettere 5 miliardi di esseri umani. Neanche è immaginabile cosa ciò potrà generare nell’universo della comunicazione. Ma proprio per questo distinguere tra strumento e divulgazione è distinguere tra contenitori e contenuti, tra forma e sostanza, tra virtuale e reale; e mantenere questa distinzione improntata alla qualità diventa sempre più LA priorità, IL valore. C’è chi la chiama “la Cultura”, quella con la C maiuscola, ma esiste il rischio che non tutti ce l’abbiano. Dunque mi accontenterei piuttosto di “una cultura che comprenda le nuove forme di comunicazione”, anziché ignorarle!

  4. Luigi Fabbri ha detto:

    Plaudo e concordo in toto con quanto scritto da Romano Barluzzi. Tuttavia non riesco ad essere ottimista, conoscendo molto bene l’ambiente sub attuale fatto per il 95% di immersioncine tocca e fuggi, di disinteresse totale per tutto ciò che significa o meglio significava “subacquea”, di circoli scuole touroperators didattiche e diving appiattiti su livelli tecnico-culturali minimalisti o meglio minimi o proprio inesistenti, tutti alla ricerca solo di numeri scendendo sempre più in basso pur di raccattare qualche iscritto, qualche spicciolo. E temo che dovremo scendere ancora prima di iniziare a vedere un desiderio di risalita, ma non sarà domani. Sono proprio 15 anni da quando il settore editoriale ha iniziato ad andare in crisi per assoluto e totale merito di alcuni editori votati al ribasso e incapaci di vedere il futuro già in atto, ma le “colpe” non sono tutte loro. Bisognerebbe tirare in ballo le leggi sull’editoria, lo scandalo delle tirature con migliaia e migliaia di copie che andavano direttamente dalla stamperia al macero, le aziende accodatesi alle didattiche e le didattiche divenute soltanto mercato, ecc. Un discorso lungo che non risolverebbe comunque nulla. La parola “cultura” è diventata un tabù e senza un minimo di cultura non si ha nessuno stimolo a leggere, sulla carta o sul web. Tutto qui. Troviamo il modo di reintrodurre un po’ di cultura in campo subacqueo, seppure solo accennata e con la c minuscola, sarebbe un bel successo.

    • Romano ha detto:

      Grazie per le prestigiose conferme, Luigi! Come giustamente dici, il discorso sarebbe ancora più complesso e articolato e lungo di quanto si sia potuto evincere dagli articoli di cui sopra, ma… “non risolverebbe comunque nulla”! Probabilmente è il classico caso in cui non ci sono soluzioni che possano neppure assomigliare a ricette magiche. L’unica è ripartire dal basso, e facendo anzitutto ciascuno la propria parte. Ri-citandoti ancora: “Troviamo il modo di reintrodurre un po’ di cultura in campo subacqueo, seppure solo accennata e con la c minuscola, sarebbe un bel successo.” È proprio ciò in cui SerialDiver vuol continuare a dir la sua!

  5. michele giannini ha detto:

    Ritengo molto interessante e condivisibile tutto quello che è stato scritto, rappresenta l’analisi di appassionati e di coloro che in questa attività hanno creduto rendendola parte della propria vita quale elemento indisgiungibile.
    Sento di aggiungere solo che, malgrado tutte le valutazioni, in questa situazione ci siamo finiti perché abbiamo dato troppo spazio alle motivazioni di carattere commerciale trascurando il carattere profondamente passionale che ci lega alla subacquea. La passione la si tramanda con il proprio cuore e solo chi insegna con amore restituisce il giusto valore ad ogni cosa. Non basta conoscere le tecniche di immersione, ma bisogna raccontare il mare, la sua vita, quello che c’è da vedere e fotografare in una pozza di scogliera, in una distesa sabbiosa o sotto i ciottoli a pochi metri, oppure nei fasciami di quella barca affondata che la natura sta ri-colonizzando. Andare sott’acqua è qualcosa che si fa per amore, con i propri amici, con i figli, con i compagni della propria vita. Non è l’immersione fine a se stessa, ma i luoghi, i profumi, il sale sulla pelle, il silenzio di una baia assolata al tramonto e prendere per mano la propria compagna e guidarla alla scoperta della bellezza, mostrare a tutti quanto può essere bello vivere.

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