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Per chi suona la campana

L’ennesima tragedia subacquea nelle grotte sommerse di Palinuro ci colpisce tutti. Ma ci interroga, anche. Perciò parliamone. Dobbiamo!

A cura di Romano Barluzzi. Foto di Elvio Dardanelli.

Stanchezza. E rabbia. Oltre all’umana e dispiaciuta tristezza, sono queste le sensazioni provate da giorni. Dall’istante in cui i primi tg hanno rilanciato la notizia dei tre sub, in quel momento ancora definiti eufemisticamente “dispersi”. Stanchezza, nel guardare, ascoltare e leggere cronache assurde espresse dai soliti mass media generalisti, con la consueta quantità di sciocchezze tecniche al seguito ma soprattutto con quella nauseabonda propensione a incolpare un non meglio precisabile “fato”. Rabbia, nel constatare che perfino illustri esponenti del nostro settore assecondano questo improvviso sentirsi affini alla fatalità quando ci sono di mezzo dei morti sott’acqua. E nel verificare ancora una volta quanto poco ci interessi se nuovamente la nostra categoria – i subacquei – viene risucchiata nel tritacarne dei luoghi comuni di un’opinione pubblica, nel cui immaginario collettivo finiamo tacciati di appartenere a una schiera di alieni in muta e pinne, che sfidano l’imperscrutabilità di abissi pericolosi per soccombere al cospetto di mostri ostili. Facciamo forse qualcosa per confutare questo pregiudizio? Di sicuro, non lo facciamo standocene in silenzio, voltandoci dall’altra parte. Né assecondando la tendenza a dipingerci come non siamo, o come non vorremmo essere. Né tollerando quei politici o amministratori che, invece di pensare finalmente a una vera legge quadro sulla subacquea, sanno farsi venire in mente solo di vietare le immersioni dove sono morti dei sub (gli stessi non si sognerebbero nemmeno di chiudere una via di arrampicata dopo che un alpinista ci sia caduto di sotto…).

Perciò su Serial Diver abbiamo deciso di parlarne, eccome! Perché siamo convinti che questi accadimenti in realtà interroghino tutti noi subacquei e che chi si occupa di informazione in questo settore debba farsi carico di accogliere questi interrogativi. Senza la presunzione di avere le risposte in tasca ma con l’intenzione almeno di ricondurre la discussione ai punti oggettivabili che pure ci sono. Anche se, per dare la caccia a un po’ di verità, bisogna interpellare chi sa riservatamente, confrontare le cronache stampa. Tocca spulciare il web, ficcanasare su Fb. Navigare nel sommerso, nel meno eclatante, insinuandosi tra scambi di vedute, botta e risposte di profili privati – gli amici ci perdoneranno – e pareri da influencer vari. Naturalmente, al netto degli abusati e peraltro rispettabili “R.I.P.”. Scansando accuratamente ogni sterile polemica, ogni inutile distinguo linguistico/semantico, come quello tra gli equivalenti anglofoni di “grotta” e “caverna”…visto che si è saputo trattarsi di cunicoli, lunghi e maledettamente stretti! Sgombrando il campo dall’ennesimo fantomatico dubbio sui “guasti all’attrezzatura”, altro parente prossimo di quella fatalità in cui piace tanto rifugiarsi, oggigiorno inesistente o remoto quanto quella. Mettendo da parte anche la futile discussione sull’esperienza: è chiaro che sia meglio averne tanta, ma ciò non significa affatto che ponga al riparo da ogni guaio. Sbaglia chi ne è privo, perché non sa o non sa fare e ha più probabilità di commettere errori, anche inconsapevolmente. Ma sbaglia pure l’esperto, se decide – a quel punto con cognizione di causa – di esporsi a un rischio che può diventare ingestibile perfino per lui. Allora, se non è propriamente errore, possiamo parlare di “fallace valutazione del rischio”? Sempre di “human factor” si tratta! E si torna a bomba.

Perciò, all’accaduto. Non è che a Palinuro c’è qualche grotta. Palinuro è fatto di grotte! Non a caso quel sistema geologico lo chiamano anche “l’intestino”. Ma bisogna andarci appositamente per trovarcisi, in un intestino. Devi prendere per la bocca o da un’altra parte, ma in una strada che porti proprio lì ti ci devi comunque incamminare. Ed è un cammino che denota intenzionalità nell’intraprenderlo. Cioè bisogna farcisi portare con una barca, raggiungere un certo punto piuttosto che un altro, scenderci in maniera orientata… Trovare qualcuno da indurre a portarci; o lasciarci convincere da lui. L’equipaggiamento anche – o, come lo chiamano oggi i più moderni, “la configurazione” – è espressione d’una scelta. Alla quota pure ci si arriva decidendo dove fermarsi. E se perfino per chissà quale fortuita combinazione uno dovesse trovarsi troppo a fondo, poi non è che per questo in automatico s’infila nel primo buco di roccia che vede a quella profondità già di per sé eccessiva, né tantomeno qualcuno ce lo risucchia a forza. Voglio dire, insomma… non è che uno in quella circostanza e in quel contesto sulle cui caratteristiche di base i più hanno concordato (per profondità, equipaggiamento, gas respiratorio, supporti di autoprotezione, cunicoli…tutto già pubblicato dai media), possa trovarcisi per caso, né cadendo dal cielo in doppiopetto e papillon come James Bond in “Skyfall”, no?

Squarciando dunque grazie a confidenze più o meno riservate e intrecci sul web quel velo di omertà (così diventa il pudore del silenzio quando viene scambiato con il rispetto per le vittime) si vengono a scoprire cose piuttosto “istruttive”, altrettante conferme del fatto che quanto sospettato sia diventato un vero e proprio andamento. Per esempio di quanti, in quei fondali, sono stati condotti alla loro prima vera immersione speleo, o perfino all’uscita didattica di un normale corso base, con totale sprezzo della gradualità nelle profondità (quanti post di testimonianze su secondi livello portati a profondità tra i 45 e i 50 m!…), dell’insolita ambientazione, della non specificità negli equipaggiamenti (assenza di sagolatura, mono ad aria con octopus, singola lampada non vincolata…). Dov’è la didattica? Che fine ha fatto la pedagogia? Che succede nei diving, tolti quelli che lavorano coscienziosamente – e sono tanti – in qualsiasi situazione e infatti non hanno mai avuto così gravi problemi? Perché “insegnamenti e procedure che predicano una cosa e loro operatori ed esponenti che ne fanno un’altra” pare diventata la regola, a giudicare dalla massa dei commenti e delle testimonianze generatisi in questi giorni? Si ha la sensazione che a tutti sia capitato almeno un episodio del genere, e che ne abbiano sentiti descrivere altrettanti attendibili, al punto che qualcuno si spinge a meravigliarsi di come non ce ne siano stati ancora di più di incidenti tragici sott’acqua.

Tra l’altro, per molti – opinione che ci sentiamo di sposare in pieno – questo fenomeno di completo distacco “tra il dire e il fare”, tra come si dovrebbero impostare o svolgere le cose e come in realtà si finisce per gestirle, è talmente generalizzato ovunque da costituire ormai una vera piaga, autentica tendenza alle peggiori consuetudini, che fa più danni in un luogo piuttosto di un altro solo in virtù di alcune particolarità del posto ma che in verità potrebbe farli ovunque. Come dire che in luoghi tipo Palinuro, la Haven ecc, gli incidenti mortali sono più frequenti solo per le peculiari ambientazioni di quegli spot d’immersione.

Per tutto questo e per molto altro non dobbiamo sottrarci agli interrogativi che questa vicenda ci pone, perché li pone a ciascuno di noi. E dobbiamo essere noi tutti a parlarne, prima che altri lo facciano a sproposito e al posto nostro. Non si tratta però di ciaccolarne improvvisandosi tutti professori sulle possibili cause finali (che le inchieste accerteranno… se le accerteranno!), come fanno gli avventori di un bar sostituendosi nei commenti della partita di calcio ad allenatori, arbitro, giocatori in campo, guardalinee e cronisti. Bensì di riconoscere le circostanze di base inequivocabili, quelle d’innesco preliminare di ciò che poi diventa la dinamica dell’accaduto. Qualsiasi essa sia stata. Quelle che potevano di certo essere evitate. Quelle con le quali “t’è andata bene novantanove volte…ma è mentre la centesima diventa letale che ti accorgi che non lo sarebbe stata se le avessi evitate sempre!” Chiamarle col loro nome, con onestà intellettuale, come abbiamo cercato di fare in questo articolo. Anche quando può suonare scomodo. Additare così le cattive abitudini diffuse, interrompere e invertire quel processo che le rende una pericolosa tendenza (che ognuno poi fa risalire a chi vuole: per alcuni è diventata inadeguata la formazione istruttori, per altri sono i brevetti regalati immeritatamente, o la mancanza di una legge univoca, per altri ancora i corsi troppo brevi e a buon mercato, o il mercimonio delle immersioni guidate…). Forse è questo l’unico vero favore che possiamo fare alla memoria dei compagni perduti, ai loro cari e soprattutto ai tanti loro conoscenti e amici che potrebbero usufruirne in futuro. A noi stessi. Non col silenzio, stavolta, né girandosi dall’altra parte: no, non chiedetecelo! Sono altri i tempi in cui alle riviste di settore veniva perfino proibito di parlare d’incidenti. Perché ora conta solo che non “capiti” mai più a nessuno di trovarsi in circostanze analoghe ai fatti di Palinuro. Perché la passione che ci accomuna può e deve tornare a essere vissuta, considerata e divulgata per quello che è: un modo meraviglioso e sicuro di visitare e conoscere ambienti naturali dall’ineguagliabile valore. Un’attività che può solo rendere migliore chi la pratica.

Ci piace chiudere con qualcosa che riconduca anch’essa alla condivisione tra tutti noi su questa vicenda. Perché riguarda tutti noi. Perché insieme piangiamo e commemoriamo ma anche, insieme, ci rendiamo meglio conto dell’assoluta necessità di fare qualcosa, ciascuno almeno per quel che può. “Nessun uomo è un’isola”. Lo sapeva bene Ernest Hemingway quando prese a prestito questo sonetto di John Donne per metterlo in prefazione di un suo celebre romanzo che intitolò “Per chi suona la campana”. Val la pena citarlo tutto, in chi crede può perfino suonare come una preghiera: “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, la Terra ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.

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About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

Comments (17)

  1. Alessandro ha detto:

    Ho letto l’articolo e lo approvo in pieno, se si fosse trattato di un incidente sul lavoro, a quest’ora appariva una violazione di procedura con conseguente responsabilita’ attribuita a questo e quello, nn esiste una norma sott’acqua, oltre al brevetto e il buonsenso, procedure ferree che inneschino la macchina delle responsabilita’.

  2. Roberto ha detto:

    Anche io ho letto l’articolo e debbo dire che lo condivido pienamente soprattutto per quanto riguarda la questione della Formazione degli istruttori e sui “brevettifici”…
    Ricordo i primi anni di istruttore PADi e i relativi controlli qualità sotto forma di lettera ai neo brevettati. Bisognerebbe tornare a questo e invece si parla di Formazione ON-Line… Il Mare va vissuto attimo per attimo e non via web!!!!

    • Giacomo ha detto:

      La Padi per l’ON-LINE ne è la regina……….

      • Romano Barluzzi ha detto:

        Giacomo non è questione di Padi per via dell’on-line o altro, quelle possono essere al massimo diversità di vedute nella metodologia. Ma non è credibile che il problema consista in ciò che indica questa o quella didattica: se si vanno a vedere gli standard, i precetti e le procedure che ne costituiscono i presupposti si trovano sempre elementi di sufficiente validità, specie ai fini della sicurezza, perfino nelle specializzazioni dell’estremo. Il problema invece può provocarlo – ovunque e in qualsiasi momento – chi dovrebbe poi tradurre in comportamenti pratici quelle prescrizioni e non lo fa, o fa altrimenti, o addirittura fa il contrario. Insomma, deroga. Magari per vasta esperienza personale, ma deroga. Creando quella temibile discrepanza “tra il dire e il fare” che è quanto di più distante si possa immaginare dal concetto di “educare” ed anche – quando ci si riferisce ad attività in gruppo – dal concetto di sicurezza! Perciò, volendo mantenere il ragionamento sulle didattiche, ci sarebbe semmai da andare a vedere i criteri in uso per la selezione, la formazione e l’aggiornamento di istruttori e guide!…

  3. Angelo Azzinari ha detto:

    Articolo scritto da Romano… una garanzia, per capacità e professionalità specifica. (Profondo cordoglio e rispetto per coloro che in mare perdono la vita.) Esprimo un mio parere avendo dedicato decenni di ricerca per la sicurezza in acqua nonché per la stima che ho per Barluzzi. Non credo ci siano mezzi, metodi o leggi che eliminino i rischi in questa attività. Oggi nello sport in generale predominano e vanno di moda frasi come: estremo, sfida, adrenalina ecc. Secondo me nelle visite mediche di idoneità bisognerebbe inserire uno psichiatra… (come nel 1994 feci per la selezione dei candidati istruttori A.A. dove Romano ha dato il suo contributo. Cito una frase del Maestro Duilio Marcante: seguendo i subacquei sportivi credo abbiano un proprio ‘Santo protettore’. Buon lavoro!

  4. Luisa ha detto:

    Romano bravissimo! Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire le cose che tutti pensiamo senza falsi pudori e ipocrisie che non aiutano nessuno, nemmeno la memoria di tutti quelli che ci hanno rimesso la vita!

  5. Mario ha detto:

    Condivido buona parte dell’articolo, in merito alla vicenda dico che non ho elementi per farmi un’idea di cosa possa essere successo. Nella prima parte della mia carriera subacquea mi sono immerso più in grotta che in acque libere e credo che con la dovuta preparazione e rispettando i limiti certe grotte possano essere visitate in sicurezza. Non condivido il fatto che moltissimi professionisti accompagnino in grotta persone che non hanno l’adeguata preparazione, anche le grotte più facili possono essere molto insidiose e costituire pericolo. Eppure nelle località divenute famose proprio per le grotte sommerse sono decine e decine i sub, non adeguatamente addestrati, che vengono condotti in immersione in ambienti a “cielo” chiuso. Per coloro che pensano che la soluzione sia quella di vietare le immersione nei luoghi degli incidenti, dico che non sono d’accordo, altrimenti si dovrebbe impedire alle persone di fare escursioni in montagna o in luoghi impervi e selvaggi, andare a sciare e, figuriamoci, di andare ad arrampicare (sono molte di più le vittime in questi ambienti che in immersione). Personalmente credo che le persone che possono praticare l’attività subacquea di tipo tecnico siano poche ed ancora di meno quelle che possono immergersi in ambienti chiusi, così come credo che gli istruttori che possono insegnare queste discipline siano pochissimi. Pur non avendo nulla contro l’attività subacquea tecnica (che trovo pure molto utile ed affascinante), preferisco dedicare le mie risorse, come istruttore e formatore, nel cercare di far appassionare i subacquei alla conoscenza degli organismi acquatici e promuovere l’attività subacquea entro quelli che sono stati definiti come i “limiti della subacquea ricreativa”.

    • Romano Barluzzi ha detto:

      Gentile Mario, cogliamo nel finale del suo commento un concetto cui val la pena dare rilevanza in maniera speciale e cioè il fatto che ancora troppi istruttori sub – e anche molte guide, malgrado queste almeno abbiano una loro categoria professionale che ne fissa per legge in molte regioni anche i parametri formativi – non hanno sufficienti conoscenze della biologia degli habitat sommersi che frequentano e in cui accompagnano o istruiscono subacquei. Ci sarebbe da scommettere che ancora oggi molti istruttori sub chiamino “alga” la posidonia, non sappiano nemmeno il nome comune di neanche un’alga vera, non conoscano più di una decina di specie viventi animali e tra queste non sappiano indicare correttamente il nome scientifico originale di più di un paio. Tradotto, tutto ciò significa che non sanno motivare i sub che accompagnano o che istruiscono alla conoscenza ambientale e perciò suppliscono con i soli aspetti tecnici, il più elementare e alla portata dei quali è il parametro della profondità. Così, secondo questa impostazione, ancora si caratterizza l’immersione in base a “quanti metri si sono fatti” anziché focalizzarla su “quali organismi si sono incontrati”. Il passo successivo, giocoforza, consisterà inevitabilmente nella tendenza a fare sempre più quota. E l’utente a fine immersione saprà commentarla soltanto dicendo “sono stato a tot metri!” invece di “ho visto la tale o la talaltra specie”. Pochissimi sanno entusiasmare un neofita mostrandogli l’universo di vita che si può trovare anche in un solo metro dalla superficie e ancora di meno quelli che sanno illustrarglielo in modo che impari ad amarlo. Eppure il neofita non ha ancora un atteggiamento viziato da cattive impostazioni e conserva intatta tutta la curiosità che gli basterebbe per farsi entusiasmare. Ergo, sarebbe facilissimo appassionarlo a ciò che si vuole. Il problema sta negli operatori, in quelli che non sanno guidare nessuno a una conoscenza vera di ciò che pure frequentano, per la semplice ragione che non lo conoscono. Ecco perché, con una conoscenza adeguata dei valori pedagogici veicolati dagli organismi viventi sommersi, i cosiddetti “limiti della subacquea ricreativa” non sarebbero affatto considerati più da nessuno nella loro accezione negativa di “limiti”! E finalmente si smorzerebbe la maledetta tendenza alla rincorsa della profondità… Tanto più che si può notare come il medesimo fenomeno avvenga anche in ambito di subacquea tecnica: quanti tech-divers magari sanno tutto su equipaggiamenti e tecniche per le discese in miscela e poi non conoscono nulla del relitto che vanno a visitare? E così, invece di dedicarsi a splendide immersioni documentaristiche sui relitti ottimizzate per la fascia tra i – 50 e i – 75 m, hanno come solo vero obiettivo il superamento della profondità a 3 cifre?

  6. Enzo Marino ha detto:

    Il presente post che condivido con il mio amico Tony Scontrino è alquanto esaustivo e conclusivo di alcune anomalie che si verificano nei Diving di tutto il mondo. Risparmio di elencare quali sono i mali, scaturenti dal dio denaro perché ben noti agli addetti ai lavori “quelli seri”. Rimane un grande dolore per i familiare, rimane un grande dispiacere per chi come noi pratichiamo questo meraviglioso sport. Tuttavia necessita una normativa legale che regoli effettivamente chi fa diving serio, necessita una normativa per livelli di apprendimento sulle immersioni indipendentemente da tutte le Didattiche in campo. Per finire, in un regime di libero mercato ciascuno offre i propri servizi, ma il problema dei costi al ribasso che ogni Diving applica danneggia gli stessi e i fruitori. Bisogna applicare un listino tabellare per i corsi, per le immersioni, per le attrezzature in affitto e l’uso indispensabile di gente esperta dei luoghi. Tutto ciò potrebbe onorare la morte dei nostri compagni di immersione.

  7. Daniele ha detto:

    Ho letto l’articolo è lo trovo vuoto di contenuti, soprattutto tecnici. La solita polemica che ho trovato nella stampa “generalista”. Anziché spendere tante inutili parole, poteva condensare il pensiero in una frase: “In molti casi i diving si comportano in modo irresponsabile”. Senza scomodare Hemingway. Sai poi che scoperta! Ci volevano i tre morti a Palinuro per rendersene conto? Semmai in un sito come questo si dovrebbe discutere delle possibili cause dell’incidente e di altre questioni che la stampa generalista evita di approfondire. Insomma, un articolo inutile.

    • Romano Barluzzi ha detto:

      “Discutere delle possibili cause dell’incidente”? E’ questa, Daniele, la sua illuminata ricetta da “mago delle sintesi” su cosa e come avremmo dovuto pubblicare “in un sito del genere”? Scusi il dubbio, ma… l’ha letto con vera attenzione l’articolo? In ogni caso, grazie del consiglio – peraltro non richiesto, dato che non decide lei cosa pubblichiamo – ma queste si che sarebbero state le solite elucubrazioni sul nulla, precisamente quelle che volevamo evitare (e l’abbiamo scritto). Le vuote congetture verbali non sono affar nostro, mai. Perciò invitarci proprio a quelle quando è perfino ovvio che non si possa e non si debba parlare delle cause ultime a inchiesta appena avviata ci sembra nient’altro che il suo modo di preferire che tacessimo. Noi perciò ci sentiamo fieri di averla disattesa, questa sua aspettativa, dettata solo dal suo rinunciatario disincanto che sa di un’aridità poco edificante: il fatto che non si debba parlare di cause definitive a indagini in corso non significa che non si possa parlare in alcun altro modo dell’accaduto né di altri suoi aspetti che – in questo come in altri casi – possono trovarsi sotto gli occhi di tutti. E infatti l’articolo chiarisce e precisa bene che non è delle cause ultime che serva né si voglia trattare. Invece abbiamo scritto dei rischi insiti in una “tendenza” sulle scelte pre-immersione che è talmente generalizzata, e denota un tale decadimento nella qualità delle gestioni, dell’approccio stesso, delle procedure preliminari ecc, da essere diventata molto più pericolosa di quanto si pensi. Sono in questi aspetti gl’interrogativi veri! E affondano le radici di questo loro perpetuarsi proprio nel fatto che – di fronte all’irreparabile – nessuno ne parla pubblicamente, né l’ha mai fatto! Abbiamo citato il concetto di “human factor” opponendolo a quello della “fatalità”, altra cosa che tutta la stampa generalista – quando parla di subacquea – è allergica a fare. Altro che somiglianze con noi! Abbiamo definito senza mezzi termini “omertoso” l’atteggiamento della nostra comunità, specie tra gli esperti, e soprattutto in chi non considera che non ci sono solo i fini conoscitori della materia, tra di noi, ma anche i neofiti, gli incuriositi, i sub della domenica. Insomma, gli utenti, la gente. Quella che merita considerazione, informazioni e rispetto, non soltanto quando fa numero portando i propri soldi a un diving. Ecco, stia sicuro che per questo tipo di pubblico – buona parte del quale magari ci proverebbe anche a progredire nel nostro settore, se solo gliene fosse data l’opportunità – non è affatto inutile né scontato né vuoto che abbiamo voluto finalmente, per una volta, chiamare un po’ di cose con il loro nome. Mentre, a quanto par di capire, se avessero dovuto aspettare lei avrebbero avuto ancora una volta nient’altro che un assordante silenzio da ascoltare! Sulle cause ultime, infine, volendo può sempre continuare a seguirci: o pensa che, con come ci siamo contenuti già stavolta, ci faremmo problemi a parlarne, se e quando le autorità inquirenti ce ne dessero l’opportunità? Se e quando lo faranno, accogliendo l’invito di tanti a un miglior rapporto con l’informazione di settore, così che si possa tutti apprendere qualcosa da eventuali risultanze significative, può scommetterci che ci saremo per parlarne su queste pagine. A proposito di Hemingway si tranquillizzi…ci piace credere che uno capace di scrivere come lui se lo aspettasse che in molti, nel tempo, l’avrebbero tirato in ballo: proprio non riusciamo a immaginare come ciò potesse “scomodarlo”. Lei non ha gradito che l’abbiamo citato stavolta? Ce ne faremo una ragione. Noi quel brano lo citeremmo ancora mille volte, c’è sembrato il più adatto a sintetizzare simbolicamente un sentimento e un appello appassionato. Il fatto che per lei questo fosse meno importante degli “aspetti tecnici” resterà – si guardi intorno – un suo problema.

  8. Nico ha detto:

    Sono contento di sentire qualcuno fuori dal coro. (Daniele).
    L’articolo mi è piaciuto per lo stile e i contenuti ma è fuori contesto.
    L’immersione oggetto della tragedia è stata condotta da tre sub esperti, che amavano e vivevano il mare quotidianamente, le grotte erano loro amiche, due di essi ci campavano con il mare.
    Conosciamo l’esito ma non le cause, che possiamo intuire e non credo che le indagini della magistratura arriveranno a dare risposte certe sulla dinamica esatta degli eventi.
    È successo!!
    Quante volte abbiamo fatto esperienze subacquee e rischiato il peggio, per incoscienza, eccesso di sicurezza, spirito di avventura, faciloneria??
    Ma non è successo!!
    E ora al bar, davanti ad una birra raccontiamo fieri..
    Tutti noi che ci immergiamo da anni sappiamo esattamente che cosa andiamo a fare, decidiamo noi consapevolmente la percentuale di rischio che possiamo accettare,
    Attività’ diving, scuole, ambienti professionali ecc. debbono essere regolati.
    Ma nelle immersioni private tra amici consapevoli, se mettiamo la “legge” a tarparci le ali regolamentando ogni respiro, togliamo la “poesia” alla magnifica disciplina che amiamo fare.
    Ognuno deve essere libero di sentirsi libero, almeno là dove sei finalmente solo con te stesso..

    • Romano Barluzzi ha detto:

      Gentile Nico, la voce fuori dal coro ci siamo sentiti noi, stavolta. Il coro sennò sarebbe stato quello capace di intonare solo il solito “assordante silenzio”, gli inavvertibili bisbigli privati o al massimo la consueta marea di congetture a vuoto (già risposto in tal senso anche al sig. Daniele). Ma non si prova contentezza nel sentircisi, in questo caso, fuori dal coro. Soddisfazione, forse. Contenti, no. Come si potrebbe, su una vicenda del genere? Ciò detto, noi ci occupiamo di parole, quelle caratterizzano il nostro contesto e sono i nostri strumenti, talvolta le nostre armi: perciò diamo loro tanta importanza e cerchiamo di utilizzarne al meglio il peso. Perciò ribadiamo che in questa vicenda la cosa più importante è proprio che se ne parli, pur senza sentenze da bar; che se ne accettino gli interrogativi, riflettendo, su ciò che si può – è chiaro – ma anche e soprattutto intorno ai concetti più scomodi o inquietanti. A tutti i livelli, specialmente ai più alti, con umiltà e disponibilità. Pertanto, restiamo convinti di esserci mossi assolutamente dentro contesto! Poi condividiamo le sue perplessità sull’aspettarsi soluzioni risolutive, per esempio, dalla “legge”: nessuna norma può supplire a una mancanza di buon senso! Però riconoscerà anche lei che non tutte le immersioni sono da considerarsi “private tra amici consapevoli”, anzi oggi come oggi queste sono – per un’infinità di ragioni e situazioni – un’assoluta minoranza. Il ragionamento sennò, estremizzato, riporterebbe alle modalità dei vecchi corallari: “vado da solo perché così se ho un problema ci resto da solo”. Oggi soli non lo siamo mai, nemmeno nei pochi momenti in cui lo siamo fisicamente: i nostri atti, le nostre scelte, dovrebbero sempre comportare implicitamente un senso di responsabilità verso gli altri. Donde il nostro accorato appello alla condivisione. Che comunque la ringraziamo di aver colto, se non altro con il suo commento: è stato meglio che non leggere alcuna sua parola.

    • Daniele ha detto:

      Grazie per aver apprezzato il mio intervento. Come sempre succede, dopo l’incidente di Palinuro sono tutti diventati sub ultra prudenti che danno consigli a raffica e sparano sui loro colleghi tutti incompetenti (sono un sub amatoriale, quindi non intervengo come professionista del settore).
      Un aneddoto: sono al diving, ho chiesto e mi danno un nitrox 32; parlo poi col titolare e si va sul discorso brevetti. Gli dico: il brevetto Nitrox non serve, tanto i diving lo danno anche senza. E lui (avevo già montato la bombola): ah no noi no senza brevetto non possiamo, ci sono anche problemi di responsabilità. Quel giorno (come sempre) ho fatto due tuffi col Nitrox 32 e come sempre non mi è stato chiesto il brevetto (solo il sovrapprezzo per il Nitrox). Surreale, no? Eppure in quel diving sono ultra professionali: quando prendi il Nitrox – ad es. – ti fanno fare l’analisi dell’O2 e compilare una scheda dove dichiari la mod ecc.
      Boh non so che pensare.
      Quanto alle cause dell’incidente di Palinuro, si accerterà che la morte è avvenuta per affogamento:-) l’inchiesta poi si chiuderà perché non ci sono colpevoli da punire (eventuali responsabili sono morti e non si possono punire i morti). Aspettiamo dunque pure la fine dell’inchiesta per discutere delle cause: nel frattempo continuiamo con la retorica. È così bello poter dare dei coglioni agli altri e farsi bravi…

  9. Massimo ha detto:

    L’articolo, e le considerazioni in esso contenute, è ineccepibile ed equilibrato, pur dicendo cose scomode. Purtroppo, come sempre succede in questi eventi tragici, c’è sempre chi ne sa una più degli altri e non perde l’occasione per far conoscere i suoi non-commenti e chi dovrebbe darsi da fare per trovare veramente le risposte e per tanti motivi non lo fa. Ambedue queste categorie, queste sì, appartengono al regno dell’inutilità. Bravo Romano!

  10. Marco Mardollo ha detto:

    Un articolo davvero esemplare.
    Il comportamento in troppi casi facilone di chi va in acqua per accompagnare i subacquei dev’essere sanzionato all’origine! Troppo spesso nelle scuole subacquee si insegnano norme di sicurezza a parole e non nei fatti.
    In questo senso va l’articolo, finalmente cogliendo il punto critico.
    Il cliente del diving non può pretendere di essere accompagnato “ovunque”!

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