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Nel cuore del gigante

Un omaggio d’autore a un’immersione fotografica dentro “il più bel relitto del Mediterraneo”: la Haven! Un nome, due vite. Leggendaria la seconda, quella sul fondo del mare. Purtroppo anche per gli incidenti subacquei che vi sono capitati, senza che ne abbiano nemmeno scalfito quel fascino unico

Di Marco Mori

«Ero poco più di un ragazzo, quell’11 aprile del 1991, quando appresi dalla televisione del grave incidente avvenuto davanti al porto di Genova. Sulla super petroliera Haven, quella mattina, durante normali operazioni di routine, s’era verificata un’esplosione devastante, forse a causa del malfunzionamento di una pompa.

Sarebbe stato più veritiero dire che era esplosa la petroliera stessa. E non è certo cosa di tutti i giorni. Lì per lì fai perfino fatica a crederci, a una roba del genere, che sia saltata per aria una nave. Eppure il capitano e quattro membri dell’equipaggio morirono nell’esplosione, questa era la sola e cruda realtà del fatto.

Ricordo poi l’agonia di quella nave gigantesca: tre giorni di fiamme altissime, indomabili. La colonna di fumo nero che si innalzava per decine, forse centinaia di metri; e quell’odore acre e pungente che si poteva sentire in tutto il ponente Genovese.

Ricordo il disperato tentativo dei pompieri di contenere e spegnere l’incendio e infine, dopo quei lunghi giorni di sofferenza, lentamente ma in modo inevitabile, l’inabissamento. Ho ancora ben nitide le immagini del fumaiolo trasmesse dalla televisione mentre inesorabilmente spariva negli abissi. Per raggiungere finalmente la sua pace diversa e al contempo ritrovata. La sua seconda vita.

Ora sono passati più di 25 anni e se riusciamo a entrare nelle parti più intime, profonde e nascoste dell’enorme nave, quelle immagini di sofferenza sembrano lontane. Oggi con il mio compagno di immersioni abbiamo pianificato un tuffo all’interno della sala macchine, faremo 20 – 25 minuti di fondo alla profondità di 60 – 65 metri. L’obbiettivo è quello di riuscire a portare a casa qualche foto dell’officina. Ce la faremo?

Intanto ci siamo! Capovolta in acqua e giù a 5 metri! Un rapido ma accurato bubble check, i nostri rebreathers sono pronti, noi anche. Proseguiamo la discesa lungo la cima verso il fumaiolo. Siamo a 35 metri. Visto dall’alto il fumaiolo ha curiose forme geometriche. O forse le assume adesso ai nostri occhi, nei giochi di luce e ombra che fa per noi?

Continuiamo la nostra discesa verso poppa. Entreremo all’interno della nave dalla sala generatori subito dietro il fumaiolo. Poco prima del boccaporto rallentiamo la nostra discesa e – come quasi a chiedere permesso – scendiamo al suo interno piano piano.

Il relitto ci accoglie, le sue lamiere ci abbracciano ma l’oscurità progressivamente si fa più densa e soltanto grazie ai nostri fari riusciamo a fare breccia in questa “notte” perenne.

Sono attimi in cui controllo le impostazioni della macchina e scatto qualche foto di prova, regolo i flash, aggiusto i tempi e il diaframma. Mi guardo intorno alla ricerca di particolari da poter riconoscere e fotografare.

Varchiamo una porta ed eseguo un numero da funambolo per non rigare l’oblò della macchina fotografica. Sono passaggi molto stretti dove risulta difficilissimo transitare senza alzare sospensione. Eppure non devi proprio alzarla, quella sospensione!

Seguiamo i corridoi e i ponti della sala macchine e ci coglie l’impressione di star per sentire i passi dell’equipaggio che una volta li percorreva; e qui il tempo sembra essersi fermato a qualche istante prima della tragedia.

Visito questi luoghi, ne rimango incantato… le chiavi appese, un cassetto aperto, un motore smontato, il rosso, il giallo, l’arancione sono questi i colori che ci accompagnano nella nostra immersione.

Sono i colori dell’anima stessa dell’imponente vascello. Lì ci sono ancora tantissimi attimi di vita quotidiana, di lavoro giornaliero, cristallizzati tutti assieme. Sospesi in quel tempo di nessuno.

Minuti che invece scorrono veloci, i nostri, nel ricercare dettagli della nave che fu. E così… un ultimo sguardo ed è già l’ora di risalire! Ma per noi vuol dire semplicemente che torneremo presto. E poi restano le immagini.»

Marco Mori è nato a Genova nel 1973 e fin da ragazzo ha iniziato a fare immersioni in apnea nelle acque cristalline dell’isola d’Elba. In queste acque ha maturato un profondo amore per il mare che lo ha portato a frequentare sul finire degli anni ’90 i primi corsi ARA. Negli anni 2000 inizia a collaborare con alcuni diving come guida subacquea e successivamente istruttore tra i fondali del promontorio di Portofino e l’isola dell’Elba. Frequenta i primi corsi trimix e riscopre una antica passione, quella per i relitti. Impara a conoscere la maggior parte dei relitti del golfo di Genova, la così detta “wreck valley”. Contintua il suo percorso come subacqueo tecnico e nel 2008 frequenta i primi corsi rebreather con APD inspiration e successivamente con il jjccr che lo accompagna tutt’ora. Solo dal 2014 inizia a voler raccontare le sue immersioni attraverso la fotografia. I primi scatti sono deludenti ma non si arrende; a ogni tuffo cerca di migliorare la sua fotografia e i primi risultati arrivano nel 2018 e soprattutto nel 2019 con il primo premio all’EudiPhoto. Il 2019 segna l’inizio di alcune pubblicazioni in riviste online e cartacee grazie alla collaborazione con alcuni amici. Le sue foto raccontando la scoperta e la meraviglia, la suggestione e lo stupore nel vedere, nel rivedere e nello scoprire queste navi riposare sul fondo del mare.

La Redazione

Comments (1)

  1. Stefano ha detto:

    Belle foto che fanno sognare chi certe avventure ormai non se le può più concedere.Grazie

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