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L’Elviscott di Pomonte

«Ogni volta che torno sulla mia isola dedico un giorno per venire a far visita a Lui…» È stata la palestra naturale d’inizio per tanti amanti dei relitti. Perfino apneisti. E, sia che siate tra questi o che tanto più non lo conosciate ancora, un salto vi consigliamo di farcelo. Ne rimarrete incantati.

Di Marco Mori.

«Estate ’82. Un sogno. Sono certo che nella memoria di tutti sia rimasto l’urlo di Tardelli nella finale dei mondiali. Per me quell’estate non fu solo calcio.
Ogni estate passavo le vacanze dai nonni all’isola d’Elba, con interi pomeriggi a pescare polpi. Tra un tuffo e l’altro ascoltavo i racconti di mare di mio nonno. In mezzo a questi, la mia storia preferita era quella di una nave dei tesori. In fuga e carica d’oro, era affondata all’Elba ma si erano perse le tracce nei secoli. Questa storia accese in me una profonda passione e nacque un gioco nuovo. Ad ogni tuffo cercavo qualche reperto che mi svelasse la sua presenza. Così mi spingevo un po’ più lontano, più profondo ma ogni giorno era un fallimento. Una mattina sentii due ragazzi discutere su dove effettuare pesca in apnea; una delle possibilità era un relitto vicino alla spiaggia. Era forse la nave dei racconti di mio nonno? Si, ne ero certo! Corsi dai miei nonni ed urlai: “Nonno, la nave è qui vicino e si può esplorare dalla spiaggia! Nonno non ebbe il coraggio di rompere quel sogno, mi assecondò. Lo fece a tal punto che qualche giorno dopo mi donò una stupenda sorpresa portandomi su quella spiaggia. Inutile descrivere la mia eccitazione, la mia curiosità! Finalmente stavo per vedere quello che per me era il relitto dei tesori.
Ora a più di 35 anni ricordo con commozione mio nonno e quella splendida giornata in cui ho visto per la prima volta l’Elviscot, il relitto di Pomonte. Un mercantile adibito al trasporto di legname ed il 10 gennaio del’72 fece il suo ultimo viaggio partendo dal porto di Taranto in direzione Marsiglia. Quel pomeriggio il comandante avvertì degli sbandamenti causati da infiltrazioni sotto coperta. Con la nave che continuava a riempirsi d’acqua decise di far rotta verso l’Isola d’Elba. Una volta giunto all’altezza di Pomonte alle ore 20:00, vista peggiorare la situazione, il capitano puntò verso terra. Purtroppo il buio e le condizioni meteo non gli permisero di vedere lo scoglio dell’Ogliera; ci fu cosi un forte impatto che portò la prua in secca. Senza possibilità di manovra ed imbarcando acqua dal portellone di poppa, il capitano ordino l’abbandono della nave ed in pochi minuti l’equipaggio approdò sulla spiaggia. Dopo circa una decina di giorni Elviscot affondò completamente.

Sono in piedi davanti allo scoglio dell’Ogliera, il mare è calmissimo la spiaggia a fine aprile è completamente mia e di un paio di cormorani che si riposano asciugando le ali aperte verso una leggera brezza di mare. Respiro, mi godo l’aria frizzante ed il sole caldo. Assorto nei miei pensieri, monto in silenzio la mia attrezzatura subacquea. Dopo tante immersioni con il rebreather ritrovo il gusto semplice di montare un octopus su di una bombola da 10 litri, un piccolo controllo alla macchina fotografica: perfetta… tutto è in ordine. Le grosse pietre della battigia mi costringono a piccoli passi per entrare in acqua. Indosso le pinne, erogatore in bocca sgonfio il jacket e via l’acqua mi accoglie. Guardo il profondimetro, 5 metri e sabbia bianchissima e prateria di posidonia. Un banco di salpe mi danza intorno. Continuo a pinneggiare in direzione dello scoglio dell’Ogliera, a una decina di metri di profondità vedo alcune lamiere contorte, sono ciò che rimane della prua, le seguo e mi ritrovo davanti alla nave! I pochi metri d’acqua e la visibilità eccezionale mi permettono di vedere e fotografare il relitto nella sua interezza. Cerco la composizione migliore, partono una, due, tre foto. Il relitto è un gioiello incastonato in un’acqua cristallina, adagiato con la murata di dritta su un fondale sabbioso a circa 12 metri e con il ponte di poppa a pochi metri dalla superficie. Rimango qualche istante – anzi qualche minuto – a guardarlo. Soltanto il mio respiro interrompe questo magico silenzio. Qualche pinneggiata e proseguo in direzione del fumaiolo. Decido di entrare da qui, un paio di passaggi non particolarmente difficili e sono già in sala macchina dove è ancora ben riconoscibile l’intero motore. Vedo delle scale per la verità un po’ strette, un attimo di esitazione… ma si, entro! Chiudo i bracci della fotocamera e mi infilo giù per le scale… l’ambiente è un po’ stretto, tutto è affondato nella sabbia, niente di interessante e scarsa visibilità, decido di ritornare in sala macchina. Qui i miei occhi vedono una porta, la varco e sono in una piccola stanza… forse un’officina di riparazioni? Vedo un bancone, una morsa. Ne catturo qualche immagine. Risalgo. Ora sono nella plancia di comando dove oramai non vi è più niente. Percorro un corridoio ove tra suggestivi giochi di luce, creati dai raggi del sole che penetrano attraverso gli oblò, giungo fino alla poppa. Lo spettacolo è unico! Il relitto è completamente ricoperto di organismi bentonici, alghe, spugne e microrganismi come gli stupendi spirografi. Il tempo lo ha trasformato in un rifugio per molti tipi di organismi marini. Spicca il pesce, con banchi di saraghi, occhiate, orate e qualche solitaria corvina, mentre murene e gronghi preferiscono gli angusti spazi delle lamiere contorte della fiancata prodiera.
Il tempo scorre veloce, sono già al settantesimo minuto ed è il momento di ritornare a riva… un ultimo sguardo e lentamente pinneggio in direzione della spiaggia. Ogni volta che torno sulla mia isola dedico un giorno a venirlo trovare. Si, lo vengo a trovare come si va a trovare un vecchio zio, un parente lontano, un caro amico. Lo vengo a trovare e cerco di guardarlo con gli occhi di un bambino alla ricerca del suo tesoro.»
(Marco Mori, https://www.facebook.com/Marco.Mori.Photography/)

Marco Mori

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