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Lavorare in un diving

Nell’imminenza della buona stagione può essere un’idea per molti giovani. Così siamo voluti scendere dal vivo nel cuore degli operatori addetti a un diving, ai suoi locali e alle imbarcazioni in dotazione. E non parliamo di istruttori né di guide

a cura di Romano Barluzzi. Foto subacquee di Lorenzo De Mari e Sebastiano Tringali

Delle tre macroaree che costituiscono l’attività di un moderno centro d’immersioni, ossia la didattica degli istruttori sub, l’accompagnamento delle guide in acqua e l’operatività di addetti al diving e alle imbarcazioni, quest’ultima di solito resta ancora un po’ in ombra. Eppure è sempre più evidente perfino ai “solo” istruttori e alle guide “pure” che le conoscenze e le abilità di tipo marinaresco e tutto il corredo delle mansioni relative al funzionamento del diving entrano prepotentemente a far parte di quel bagaglio di capacità che oggi non possono più essere trascurate come secondarie e anzi è necessario vengano garantite sempre e comunque. A fronte di questa necessità gli atteggiamenti organizzativi dei diving si suddividono di solito in due ordini di possibili soluzioni: o queste conoscenze vengono condivise ed esercitate dagli stessi istruttori e/o guide sub e titolari della struttura (che comunque è bene le abbiano acquisite nella propria formazione); oppure questi si servono di aiutanti subacquei – non necessariamente istruttori né guide – cui far svolgere tutti quei compiti che vanno dalla gestione tecnico-logistico-organizzativa del diving a quella dei natanti.

Questa seconda soluzione, quando c’è armonia, piena consapevolezza dei rispettivi ruoli e condivisione d’intenti tra tutti i collaboratori di una struttura diving, appare la più congeniale, specie durante la stagione di più intenso fermento turistico, essendo in grado di assicurare la massima professionalità nell’assistenza agli utenti, anche nei momenti di maggior impegno nell’attività. Poi va da sé che, per quanto in ciò si configuri – come compiti da svolgere e risultati da ottenere – un possibile autentico “mestiere”, il nostro discorso prescinde del tutto dagli aspetti propriamente “contrattuali” del lavoro: in altre parole, si tratta di un genere di attività che può anche interessare, come prima esperienza operativa sul campo, a un giovane disponibile a un periodo di apprendistato “alla pari”, o semivolontario. Questo dipenderà dai reciproci accordi con i titolari del diving, nei quali non entriamo, anche perché soggetti a un’infinità di variabili in base alle caratteristiche della zona, del periodo dell’anno, della tipologia stessa del diving ecc. A noi interessa il “cosa fa” e il “come vive” all’interno di un’esperienza del genere colui (o colei) che voglia trovarsi ingaggiato da un diving in una configurazione come quella ipotizzata sopra.

E siamo andati a chiederlo direttamente a chi al momento dell’intervista – fine estate 2016 – lo stava ancora facendo: Lorenzo, alla sua primissima esperienza del genere (stava appena terminando il suo periodo stagionale); e Sebastiano, il veterano che c’era già e che l’ha instradato ai segreti del mestiere. Qual è il diving? O, almeno, dove si trova? Lo capirete dalle… “arancinate” o, se preferite, dalle “cannolate”. La loro intervista l’abbiamo tenuta in serbo finora, proprio per presentarvela con la Pasqua alle porte, che in molte zone rappresenta un po’ il momento di riavvio dell’attività nei centri d’immersione in prospettiva della bella stagione. A molti giovani l’idea potrebbe interessare e nel caso sarebbe questo il periodo buono per candidarsi – e magari fare una prova generale – nei diving della zona preferita. Fateci mente locale: hai visto mai che si riveli poi questa la tipica “scelta della vita”?

Cominciamo da LORENZO…

Lorenzo, da Padova… come ti descriveresti avendo solo una trentina di parole a disposizione?
«Mi chiamo Lorenzo, ho 20 anni e sono nato ad Abano Terme ma vivo da sempre a Padova. L’anno scorso mi sono diplomato all’IIS Pietro Scalcerle e attualmente studio Scienze e Tecnologie per l’Ambiente all’Università di Padova. Anche se il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di diventare un attore…»
Il mondo delle tue principali passioni consiste in?
«Ne ho davvero molte. Sicuramente il cinema e la recitazione prevalgono. Poi mi appassionano molto la fotografia e la scrittura. Inoltre sono un grandissimo appassionato di videogiochi e fumetti e in generale di tutto ciò che riguarda la cultura Pop e Nerd. E ovviamente c’è la grande passione per il mare e la subacquea (e no, non mi hanno pagato per dirlo).»
Come t’è venuto in mente di fare quest’esperienza in un diving center?
«Guarda, ancora me lo sto domandando! Scherzi a parte, pratico la subacquea da quando avevo all’incirca 12 anni (quando presi il mio primo brevetto) e dopo averla vissuta per tutti questi anni da cliente, ho preso la decisione di vivere una stagione all’interno di un diving per poter capire meglio cosa voglia dire vivere il mare a 360° gradi e per ottenere una maggiore consapevolezza quando vado sott’acqua.»

Quando hai iniziato?
«Primo giorno il 23 giugno e resterò fino al 5 di settembre.»
Quali sono le mansioni che svolgi di più solitamente?
«Sicuramente la carica delle bombole, con l’immancabile e “amabile” suono del compressore che accompagna ogni nostra giornata. Sistemare e controllare le attrezzature che i clienti ci lasciano in custodia, fare il barcaiolo aiutando i subacquei a vestirsi per l’immersione e a risalire a bordo una volta finita. Ma qui non ci si ferma mai un attimo, c’è sempre qualcosa da fare o da sistemare. Si dà una mano a fare tutto.»
Le maggiori difficoltà affrontate finora?
«Il ricordarsi tutte le operazioni da fare quando si esce in barca. Bisogna avere mille occhi, ricordarsi ogni cosa e non perdere di vista niente. Bisogna sapere sempre quali sono le attrezzature che i clienti usano e controllare sempre dove le posano una volta a terra. Bisogna ricordarsi tutte le attrezzature da portare in barca o comunque far si che il cliente non se le dimentichi. Perché qualsiasi cosa succeda, sarà sempre colpa tua. Sicuramente è molto difficile all’inizio ma una volta che si prende il ritmo e si impara il meccanismo, diventa tutto più facile.»
Oggi i sub li vedi diversamente da prima di cimentarti in questo passo? E, se si, in che modo?
«Ho avuto occasione di conoscere diversi subacquei, alcuni anche istruttori. E mi sono accorto di come ognuno di loro ami il mare e la subacquea per una sua caratteristica particolare: chi per le foto (mooooolti per le foto, qui anche troppi a dire il vero), chi per i video, chi per la pace che si prova immergendosi, chi per la curiosità di vedere e scoprire un’ambiente insolito e meraviglioso con tutti i suoi colorati abitanti. E mi sto accorgendo sempre di più di come la subacquea sia in realtà un mezzo per raggiungere uno scopo e non una cosa fine a se stessa.»

Le richieste più “irricevibili” dei subacquei utenti? E scommetto che sono anche le più comuni?
«Di norma la prima domanda che un cliente ci fa appena arriva la mattina è “Dove si va oggi?”. E la risposta è molto semplice ed è sempre la stessa: “a mare”. Ma abbiamo anche i grandi classici della subacquea come “A che profondità andiamo?” oppure “Quanto tempo dura l’immersione?” e anche “Ma squali da queste parti?”…come se in mare ci fossero solo i pesci…e solo quei pesci lì!»
Avverti delle particolarità nel diving che ti ospita rispetto ad altri diving che hai conosciuto?
«Il bello di questo diving è sicuramente l’atmosfera che si è venuta a creare negli anni. La passione per la fotosub che accomuna praticamente tutte le persone che ogni anno vengono qua (me compreso), il ritmo molto calmo e rilassante con il quale ci si prepara per l’immersione e soprattutto con il quale si vive poi l’immersione, il fatto di svolgere tutte le nostre immersioni in un’area marina protetta bellissima e ricchissima. Poi nei momenti di calma in cui non c’è molta gente, la cosa migliore che si può fare è prendere la macchina fotografica, andare all’isolotto che sta di fronte al diving e spararsi un’immersione di 130 e passa minuti a 5 m di profondità massima. Per non parlare delle arancinate serali in compagnia. No sul serio, vogliamo parlare degli arancini?»
Abbiamo saputo che ha il soprannome di “diving Mash”. Perché?
«Dalla serie di telefilm “MASH” anni ’80 (successivi all’omonimo film di Robert Altman del ’70), ambientati in un ospedale da campo USA in Corea e Vietnam, in cui un gruppo di chirurghi militari goliardici ma geniali compie interventi prodigiosi con mezzi di fortuna e in mezzo alle indicibili difficoltà della guerra… Ce l’ha affibbiato Davide, un affezionato cliente milanese, riconoscendo come qui, pur senza capire certe volte come ciò possa accadere, si trova una soluzione efficace per qualsiasi intoppo, anche il più imprevisto, e alla fine tutto funziona a meraviglia. Beh, ho scelto di fare la stagione qui anche per questo motivo. Non solo impari tutto quello che devi sapere sul mare e sulla subacquea, ma impari tutto su TUTTO! Se si rompe qualcosa o una pila non funziona o serve un tavolo o delle sedie o delle panche, la maggior parte delle persone va all’Ikea a comprare tutto. Noi, con 50€ di pancali di legno e due giorni e una notte di lavoro no stop, siamo in grado di costruire un tavolo, due panche, un WC funzionante, uno Space Shuttle e già che ci siamo, con quello che resta, arancinata (quella sempre) e cannolata. Si impara a fare tutto, dal lavorare il legno a saper cementificare un pavimento al cucinare, dal curare un gommone a diventare elettricista provetto. Come si suol dire: “McGiver ci fa una p…”».

Qual è il rapporto con gli altri operatori, con il titolare ecc?
«E’ come una seconda famiglia a tutti gli effetti. Ci si vuole bene tutti, si ride e si scherza (sempre), si lavora insieme e si vive insieme. Ci si aiuta e ci si consiglia a vicenda e impariamo tante cose gli uni dagli altri.»
Che cosa ti sta lasciando dentro questa esperienza?
«Personalmente è una delle esperienze più belle, emozionanti e formative della mia vita. Sto imparando molte più cose di quante sperassi di impararne quando sono partito. Ha superato notevolmente le mie aspettative e sinceramente parlando… mi sto ancora divertendo un sacco!»
La rifaresti o è ancora troppo presto per dirlo?
«Diciamo 50 e 50. Lo rifarei sicuramente ma non sono ancora sicuro se sarà per la prossima stagione o quella dopo. In un anno possono succedere moltissime cose e non so proprio dove sarò o cosa farò l’estate prossima. Vedremo, ma la voglia di tornare c’è, eccome se c’è!»
Perché un giovane come te dovrebbe voler lavorare in un diving center?
«Faccio una lista? Più che altro rischierei di essere ripetitivo. I motivi sono tanti, impari molte nozioni e non solo legate alla subacquea (come già spiegato sopra), stai almeno due o tre mesi al mare (e già questo convincerebbe buona parte dei giovani) e soprattutto è una bellissima esperienza formativa che ti servirà moltissimo in futuro.»
Che caratteristiche attitudinali dovrebbe avere – sempre che secondo te debba averne – per meglio operare come addetto a un diving?
«La pazienza e la calma, capacità di adattamento e di apprendimento rapido. E anche una buona dose di socievolezza e autonomia.»

…per passare a SEBASTIANO

Sebastiano, detto “Seby”… ventisettenne del posto con parecchie stagioni all’attivo. Come ti sei trovato con Lorenzo?
«Tutta l’esperienza che avevo era mia, individualmente intendo, mentre è stata la prima volta che mi è capitato di trasferirla a un’altra persona per cercare di formarla a questo mestiere. Era un quadro che non avevo ben chiaro prima, è venuto un po’ da se. Ho cercato di essere progressivo, insomma di non praticare il “tutto in una volta”…anche se un po’ abbiamo dovuto correre comunque per concentrare tanto in poco tempo.»
Qualche esempio?
«Prima caricare le bombole, come si scarica la rampa del compressore, le varie operazioni, a cosa prestare attenzione ecc. Soprattutto i vari accorgimenti: temperatura delle bombole ma anche del compressore, che non andasse sotto sforzo… Poi il check-up di tutte le attrezzature del diving. Quindi cosa serve per le manutenzioni, le riparazioni, ecc. E si passava in un attimo a tutt’altro, come a cosa stare attento con le persone, cosa “notare senza farci notare”, il controllo su tutto e su tutti. Dove appoggiavano le loro attrezzature, i tipi di computer, se avevano il cappuccio o no.
Gli equipaggiamenti che diamo noi ai clienti e quelli che si portano da sé. Per non dire infine di tutta la parte in mare, dai rifornimenti di carburante nei gommoni in poi…»

Ti è sembrato che gli venisse facile imparare?
«Concettualmente si, poi per trasferire i concetti nell’attività pratica e portare a termine tutte le azioni c’è voluto un po’ di più… Ma è normale. Per esempio occorre un po’ per acquisire la necessaria manualità e ripetere più volte le stesse procedure, i medesimi gesti o passaggi, con destrezza e mettendoci il giusto tempo.»

Rispetto a com’è andata a te a suo tempo come ti è sembrato?
«Credo e spero che per lui la cosa sia stata più progressiva. Quando è toccato a me avevo gli occhi addosso direttamente di Emanuele, il titolare del diving… che oltretutto è mooolto più grosso di me! Scherzi a parte, Lorenzo invece s’è potuto giovare almeno della mia intermediazione. Anche nel senso che in più occhi e in più mani si lavora meglio, si fa team e ciascuno impara di più. Comunque gli ho dato più informazioni di quante io ne abbia acquisite ai miei inizi, nel senso che il suo upgrade è stato più concentrato nei tempi di addestramento: in 2 mesi circa ha ricevuto le basi fondamentali dell’organizzazione e della logistica del diving che io ho affinato in 4 anni! Hai presente il film “Matrix” con il caricamento programmi d’apprendimento accelerato? Ecco, qualcosa del genere… Scherzo ancora – anche perché l’esperto in cinema è lui – ma poi comunque quel che conta è raggiungere il risultato che è sempre quello della preparazione che serve.»
Si sta applicando, comunque?
«Senz’altro, questo si…e con entusiasmo!»
Gli aspetti più delicati?
«Di certo la mansione di barcaiolo, che ha diretta attinenza con la sicurezza generale dell’attività a mare e in particolare con tutte le fasi dell’immersione. In pochi ci pensano ma l’esito ottimale di ciò che avviene in immersione, sia prima, sia durante sia dopo, dipende in buona misura da una corretta comunicazione – dall’intesa – tra guide in acqua e barcaioli. Anche perché le fasi subito precedenti la discesa e quelle del riaffioramento e del ritorno in barca possono rivelarsi le più delicate: come il decollo e l’atterraggio per un aereo. Perciò in compenso questo dell’assistenza di superficie è anche l’aspetto più appassionante e ti soddisfa perché hai l’esatta percezione di quanto serva e di arrivarci grazie a tutto ciò che hai immagazzinato prima. Infine, scopri perfino quanto ti migliora pure come subacqueo!»

C’è qualcosa che ti auguri in futuro per questa attività?
«Vorrei che tanti più giovani potessero vivere questa esperienza per darsi autonomia in mare, perfino a prescindere dall’attività che poi vi svolgeranno. E addirittura anche se la loro attività successiva non sarà sul mare. Li invito a farlo proprio a prescindere: ne vale davvero la pena, è un’acquisizione intensa e continua di valori che si trasferiscono spontaneamente nella vita lavorativa, personale e delle relazioni.»

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

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