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L’arcipelago di Dio

Per quanto patria dell’Evoluzionismo, le isole Galapagos ti fanno respirare ancora il senso dei luoghi primordiali. Così ogni “naturalista nell’anima” sogna di andarci. Subacqueo o no. Ecco il nostro reportage inedito d’autore!

di Francesca Romana Reinero

L’arcipelago delle Galapagos è un complesso di isole vulcaniche ubicate sul versante pacifico dell’America latina, a sole due ore di volo da San Francisco de Quito, capitale dello stato dell’Ecuador e punto di partenza della mia esperienza “darwiniana”, oggetto dell’articolo.

Da amante del mondo sommerso e della subacquea, ho deciso di iniziare questo reportage di viaggio galapaghegno dal settore marino che, come quello terrestre, non mancherà di incantare tutti coloro che abbiano la fortuna di poterlo ammirare.

Ricche di esotiche insenature e tormentati isolotti vulcanici, le Galapagos offrono molteplici possibilità di immersione e snorkeling; tuttavia, per chi avesse poco tempo a disposizione e sufficiente pratica con la subacquea, un’esperienza simbolo che sicuramente consiglio di non perdere è quella presso il Leon Dormido o Kicker Rock, un complesso roccioso di origine vulcanica ubicato a largo dell’isola di San Cristobal, nel settore sud-occidentale dell’arcipelago. Imponente monumento alle forze interne della Terra, questo è raggiungibile esclusivamente via mare, con un tempo di percorrenza di circa 45 minuti durante i quali è facile avvistare leoni di mare, fregate e delfini che giocano nella scia della barca.

Il Leon dormido è un sito di passaggio per gli squali martello (Sphyrna lewini), principale, ma non unica, attrazione del tour.

Nel corso dei 95 minuti complessivi delle due immersioni previste dal diving di riferimento, a 30 metri di profondità, ho potuto riprendere un gruppo formato approssimativamente da 30-40 esemplari, piccola testimonianza dell’abbondanza faunistica delle acque galapaghegne, dove ho avuto la fortuna di interagire con la più grande “sfera” di pesce di tutta la mia carriera da subacquea.

Intorno a me, come un unico elemento, si muovevano in sincronia migliaia di pesci uniti nel tentativo di sfuggire (refuging social system) ai leoni di mare e ad altri predatori che si sono lanciati a tutta velocità nella mischia, nella speranza di ottenere un facile pasto.

Questo tipo di “formazioni” offrono sicuramente possibilità uniche per i fotografi subacquei, ma occhio alle collisioni poco gradite: l’abbondanza di pesce e la considerevole torbidità dell’acqua, unica nota dolente dell’intera esperienza marina, potrebbero favorire “incontri ravvicinati del terzo tipo”…possibilmente da evitare!

La torbidità delle acque galapaghegne trova spiegazione negli imponenti fenomeni di upwelling (flussi ascensionali) responsabili della proliferazione planctonica; questa condizione, unitamente alla forte risacca che si sviluppa in prossimità delle scoscese pareti del Leon dormido e a correnti piuttosto intense, non rende quest’immersione adatta a diver con poca esperienza o facilmente impressionabili.

Madre Natura talvolta vende cari i suoi tesori; tuttavia, in assenza del peculiare e complesso gioco di correnti cui sono soggette le Galapagos, conseguenza di fattori di natura geografico-atmosferici e geologici, esse non godrebbero delle attuali caratteristiche chimico-fisiche che rendono questo arcipelago un Paradiso della biodiversità.

Istituita nel 1986 e designata dall’UNESCO come “World Heritage Site” nel 2001, la riserva marina delle Galapagos, che attualmente pone sotto tutela circa il 32% delle acque circostanti l’arcipelago, ospita approssimativamente 34 diverse specie di squali, numerosissime specie di pesci ossei e molteplici altre forme di vita di ambiente marino appartenenti alle classi Aves, Mammaliae Reptilia: a quest’ultimo raggruppamento sistematico appartiene una delle specie più rappresentative dell’intero arcipelago: l’iguana marina (Amblyrhynchus cristatus).

Specie endemica delle Galapagos, l’iguana marina è leggenda tra gli studenti di scienze naturali in quanto tipico esempio di termoregolazione comportamentale e fisiologica tra gli organismi puramente ectotermi (sono le forme di vita che ricavano gran parte del calore corporeo da fonti esterne piuttosto che dall’attività metabolica delle cellule, come invece accade negli organismi endotermi).

L’abbassamento della temperatura corporea causato dalle frequenti incursioni a scopo alimentare nelle acque relativamente fredde dell’arcipelago (interessato dalla corrente antartica di Humbolt e dalla risalita della corrente di profondità di Cromwell), genera nelle iguane marine uno stato di torpore che rende questi animali fotomodelli piuttosto facili da immortalare.

Si noti che alle Galapagos, per legge, è necessario mantenere dagli animali una distanza superiore ai due metri; pena il taglio delle mani! Chiaramente trattasi di uno scherzo; tuttavia, a vantaggio dei futuri visitatori, è opportuno sottolineare che in queste isole il patrimonio faunistico è preso in grande considerazione e le infrazioni delle regole non passano certo sottobanco.

Nel caso specifico dell’iguana marina, la distanza obbligata, più che un’imposizione giuridica è una precauzione necessaria; esse sono infatti dotate di ghiandole nasali (finalizzate alla rimozione dei sali in eccesso assunti attraverso alghe e acqua di mare), dalle quali concrezioni saline sono periodicamente “eruttate” nell’ambiente esterno con somma gioia dei fluidi organici e degli oculisti degli incauti fotografi (non me ne vogliano gli erpetologi).

Il primo incontro con questi particolari rettili è avvenuto presso Bahìa Tortuga, ambita meta paesaggistica dell’isola di Santa Cruz, che non mancherà di stupire i visitatori con la sua sabbia fine e bianca in netto contrasto con le nere e contorte pietre laviche dell’isola, dominio di una vegetazione primordiale che si deve piegare ai vasti spazi dell’oceano Pacifico.

Nel settore più riparato di questa baia spazzata dal vento è possibile trovare ristoro in una piccola laguna delimitata da un rigoglioso mangrovieto, dove non è mancata l’occasione di osservare, tra i vari, piccoli di squalo pinna nera, tartarughe verdi del Pacifico, aggregati di giovani razze, granchi dal vistoso carapace arancione e blu (sally lightfeet crab) e le immancabili iguane di mare.

Per raggiungere la baia delle tartarughe, è necessario percorrere un tragitto pedonale, non riparato, della durata di circa 20-25 minuti (passo CAI); l’esposizione al caldo sole dell’Equatore potrebbe indurre gli incauti visitatori ad un immediato tuffo in mare, ma Bahìa Tortuga non è un luogo da prendere alla leggera a causa delle sue forti correnti che non consentono ovunque la balneazione.

Massima attenzione perciò alle indicazioni della guida, obbligatoria per regolamento, all’interno del Parco Nazionale delle Galapagos, di cui fa parte l’intero territorio di Santa Cruz, fatta eccezione per le aree dove sorgono i tre centri rurali dell’isola: Bellavista, Santa Rosa e Puerto Ayora.

Puerto Ayora è il centro abitato più grande di Santa Cruz e il più densamente popolato dell’intero arcipelago: è in questa confusionaria cittadina portuale, dove i leoni di mare delle Galapagos dormono indisturbati sulle panchine della banchina, che si concentrano gran parte delle attività turistiche della zona, rese estremamente floride non solo dalle bellezze naturalistiche dell’isola, ma anche dalla disponibilità di infrastrutture e dalla vicinanza al “Baltra Aeroporto Galapagos Seymur”, principale via di collegamento con il continente.

Nel settore orientale di Puerto Ayora, sorge la stazione di ricerca “Charles Darwin”, attiva dal 1964 nella promozione di progetti di ricerca finalizzati alla conservazione dell’integrità biologica delle Galapagos; sono molteplici le informazioni che sono fornite nelle aree destinate al pubblico, spunto per riflessioni sulla posizione dell’uomo rispetto alla natura, fonte di eterna lotta tra darwinisti e creazionisti.

La parte più toccante di questo tour dedicato al mondo della scienza, è stata sicuramente la visita alle spoglie tassidermizzate del “solitario George”, ultimo esemplare di tartaruga gigante dell’isola di Pinta (Chelonoidis abingdonii), definitivamente estinta a partire dal 24 giugno del 2012, data della sua morte.

Ma è realmente così?

Studi di natura genetica sembrerebbero indicare il contrario: ad esempio sono stati identificati 17 ibridi di C. abingdoniinella regione di Volcano Wolf, sulla punta settentrionale dell’isola di Isabela nel settore centro-orientale dell’arcipelago delle Galapagos; questa realtà potrebbe indicare la presenza di esemplari puri nella popolazione di quest’isola, dove alcuni soggetti potrebbero aver trovato rifugio in seguito al naufragio delle navi sulle quali erano trasportate come riserva alimentare.

Solo ipotesi? Forse… Tuttavia si dice che la speranza sia l’ultima a morire e, a tal proposito e per fortuna, i “lieti fine” non sono poi così rari nel campo della conservazione della natura, settore in cui la volontà di tutelare la biodiversità della Terra spesso deve scontrarsi duramente con problemi di natura etica.

Nel 2012 era stata ipotizzata la possibilità di un tentativo di clonazione di George, proposito sentimentalmente meraviglioso, ma eticamente corretto?

Sono molte le cause storiche che sembrerebbero aver favorito l’estinzione della tartaruga gigante dell’isola di Pinta, alcune delle quali di origine strettamente naturale (e.g mancanza di diffidenza nei confronti dell’uomo, conseguenza dell’isolamento geografico delle isole, ridotta capacità motoria di questi animali) e altre di origine puramente antropica (e.g introduzione di competitori e predatori alloctoni e prelievo per fini alimentari e ricreativi).

Come riportato in precedenza, al “fattore umano” – almeno in apparenza – è sopravvissuto esclusivamente George, oggetto di considerevoli sforzi, a fini riproduttivi, durante la sua permanenza presso la stazione di ricerca Charles Darwin, dove George viveva in compagnia di femmine fertili di specie affini.

L’uomo ha tentato di salvare il C. abingdonii dall’estinzione, ma la Natura si è imposta e George è morto senza lasciare eredi.

È stato perciò l’uomo carnefice o pedina? È dunque giusto riportare in vita ciò che è morto? Ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo queste dissertazioni alla “Ian Malcolm” di Jurassic­­­ Park, direi che possiamo tornare a dedicarci all’isola di Santa Cruz ed in modo particolare alla riserva naturale di “El Chato”, ubicata nella parte alta dell’isola, all’interno del parco nazionale delle Galapagos, a circa 20 minuti di macchina da Puerto Ayora.

Dominio incontrastato della Chelonoidis nigra porteri (una delle 14 sottospecie di tartaruga gigante presenti nell’arcipelago), è da segnalare la visita pseudo-speleologica al tunnel di lava, affascinante testimonianza della natura vulcanica delle Galapagos (vulcanismo da punto caldo): queste particolari formazioni vulcaniche, che raggiungono la massima espressione in Islanda e nelle isole Hawaii, devono il loro nome alla caratteristica conformazione tubulare da attribuire ad un flusso di lava particolarmente fluida (lava basaltica) che scorre al di sotto del sottile strato superficiale solidificato a causa della rapida perdita di calore.

Camminando al di sotto della bassa volta convessa del tunnel, non è difficile pensare alla Terra come ad un’entità vivente i cui tunnel di lava altro non sono che la parte vascolare di un complesso sistema circolatorio, destinati a veicolare la lava, prezioso fluido vitale, al resto del corpo.

In quest’ottica biologica l’uomo deve solo scegliere il proprio ruolo: anticorpo o cellula tumorale? Io ho scelto e voi?

Francesca Romana Reinero

Comments (1)

  1. dario ha detto:

    articolo molto interessante ottima descrizione

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