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L’amico del grande bianco

A colloquio con Michael Rutzen, l’apneista che s’immerge in mezzo ai grandi squali bianchi fuori gabbia. E arriva a toccarli. Per proteggerli.

di Davide Torricelli; foto di Mario Genovesi, Primo Micarelli, Michael Rutzen

Sembra ieri che le riviste di subacquea erano solo di carta. E in effetti son passati solo pochissimi anni da quando uscì questa intervista con un umano un po’ particolare, mai pubblicata sul web, per cui la riproponiamo qui per la sua attualità e la firma del medesimo (ora nostro) autore. Riguarda una chiacchierata con Michael Rutzen, il sudafricano che s’immerge in apnea senza gabbia né protezioni insieme al grande squalo bianco in libertà nel suo ambiente. E che ha dedicato la propria vita a salvaguardarlo, cercando di farlo conoscere meglio al grande pubblico. A dispetto dei luoghi comuni sbagliati cui certi film ci hanno abituato. E con l’appoggio di un gruppo di studio di prim’ordine, made in Italy, che tutt’oggi lo supporta con spedizioni scientifiche in quel suo mare.

Parliamo dunque del meglio noto «squalo bianco» – per la scienza Carcharodon carcharias – cui in inglese si aggiunge il “grande” di «great white shark», a ricordarci che si tratta del più grosso pesce predatore (ancora) esistente, anche se ne sono rimasti in realtà meno esemplari della tigre. Un pesce di cui si sa ancora poco o nulla di certo. Ma per fortuna da un po’ di tempo alcuni esperti appassionati stanno cercando di fare di tutto – spesso con grandissimi sacrifici e impegno di risorse umane e materiali – per dimostrarci come è veramente. Con scoperte affascinanti e impensate sul suo comportamento. Nella convinzione che conoscerlo meglio giovi a impedire che scompaia per sempre, lasciando il nostro mondo più povero di una specie che per averlo abitato 11 milioni di anni evidentemente una sua specifica funzione deve pur averla avuta. Ne parliamo così con lo stesso Michael Rutzen e con Primo Micarelli, fondatore dell’«Unità di studio e ricerca sugli squali bianchi» che ha sede presso l’«Aquarium Mondo Marino» di Massa Marittima in Loc. Valpiana (GR).

Michael, da quanto tempo fai queste immersioni in apnea con lo squalo bianco? E perché proprio in apnea?
Ho cominciato a operare con gli squali bianchi nel 1994, e mi immergo senza gabbia con loro dal 1998. Non vado sott’acqua esclusivamente in apnea ma anche con bombole solo che le uso per lavoro mentre quando voglio interagire con i bianchi preferisco l’apnea perché le bolle li disturbano e non si avvicinano.

Come cominciasti? E cosa ricordi della prima volta che ti trovasti faccia a faccia con lui?
Prima di occuparmi di cage diving facevo il pescatore. Nel 1994 sono stato assunto come skipper per l’attività di shark cage diving qui a Gansbaai, Sudafrica. Conoscevo già gli squali bianchi, ma da queste parti si chiamano squali Tommy, quindi ho realizzato che gli squali bianchi fossero gli squali Tommy solo dopo aver cominciato a lavorare nel settore dell’ecoturismo… La prima volta che mi sono trovato in acque libere con uno squalo bianco stavo effettuando una battuta di caccia subacquea. All’improvviso vicino a me è apparso un grande squalo bianco, ma non mi ha aggredito, mi ha osservato un paio di minuti e poi se ne è andato per la sua strada. Come chiunque, sul momento mi sono spaventato, ma poi mi sono reso conto che allo squalo non interessavo. Insomma poteva darsi ci fosse qualcosa che andava al di là dei soliti luoghi comuni su di loro…

Come ti sei accorto di avere questa sorta di “ascendente” sull’animale? O che comunque saresti stato in grado di svilupparci una simile confidenza?
Ho cominciato a voler fare free diving con loro per caso, dopo aver visto Mark Marks (noto biologo che lavora per il Marine Coastal Management, una struttura di ricerca sudafricana legata al Governo sullo stile dell’ICRAM italiano – ndr). Ma non si tratta di avere ascendenti particolari sugli animali, è solo una questione di calma e di esperienza che si impara man mano che si prova. Non c’è un piano preciso quando entro in acqua con un animale, sono tutti diversi tra loro.

Quale ritieni che sia l’accorgimento più importante per riuscire a fare quello che fai tu con il grande bianco? Quale il “segreto” – se di segreto si può parlare – per una simile incredibile interazione?
Non esistono segreti particolari, semplicemente resto molto calmo. La cosa più importante, in realtà, è che sono gli squali che mi permettono di nuotare con loro. E non è affatto così incredibile…

Ok, però se fosse un sub qualsiasi a cercare di farlo rischierebbe comunque…
In Sudafrica è vietata l’immersione con gli squali bianchi senza la protezione delle gabbie, solo il sottoscritto e pochi altri abbiamo l’autorizzazione del governo per poter procedere con questa attività e solo per fini documentaristici o di ricerca scientifica, che io pratico entrambe. Il pericolo di un’immersione senza gabbia in presenza di un bianco è molto alto. Pensate che io, prima di immergermi la prima volta in compagnia dei bianchi senza protezione, li ho osservati e studiati per circa dieci anni. Dopo questo lunghissimo periodo ho imparato il “linguaggio corporeo” che è necessario avere per poter essere accettati in acqua dai bianchi. Infatti ancora oggi, con grande umiltà e rispetto per questi animali, ricordo sempre che mi ci immergo solo se capisco di poter essere accettato, in quello che rimane comunque il loro regno incontrastato.

In quali zone del mondo hai fatto queste esperienze? Sono tutte uguali o le modalità cambiano in base alla zona?
Ho fatto free diving con i grandi squali bianchi solo qui in Sudafrica, a Gansbaai, nei dintorni di Dyer Island… ma – come già accennato – ogni animale, perfino nello stesso posto, è diverso dagli altri.

Cosa è assolutamente necessario evitare durante queste esperienze?
Fondamentale è non cercare di scappare dagli animali, ai loro occhi diventeremmo automaticamente delle prede… Dunque non fare movimenti bruschi e, chiaramente, non infastidirli né minacciarli.

In molte immagini si notano addirittura due animali contemporaneamente presenti nello stesso posto, così come in acqua c’è sempre anche l’operatore video: che vantaggi e che problemi comporta il non essere da solo? E il trovarsi con più di un animale nello stesso momento?
Non essere da solo ha il vantaggio di avere due occhi in più che tengono sotto controllo la situazione e nessuno svantaggio. Mi sono trovato con 24 animali attorno a me nello stesso momento, mentre si stavano nutrendo di una carcassa di balena, ma non mi hanno considerato una minaccia e mi hanno permesso di restare. Quando più di un animale è presente in acqua interagiscono e si nutrono in ordine gerarchico, non li ho mai visti “litigare” per il cibo.

Michael, in definitiva, perché lo fai?
Lo faccio per imparare da loro e su di loro il più possibile e per mostrare alle persone come questi animali siano in realtà. Credo che un’immagine sia più esaustiva di mille parole.

Cosa ti aspetti per il futuro? In quali prospettive vorresti evolvessero queste tue esperienze?
Vorrei che lo squalo bianco godesse prima o poi di una protezione a livello mondiale, vorrei che venissero eliminate dalle spiagge le reti antisqualo che sono – dopo il finning – una delle principali cause di morte per gli squali e vorrei che la mentalità delle persone cambiasse nei confronti di questi predatori, perché ne va della loro sopravvivenza. Le prospettive dipendono da quanto il messaggio di protezione e anti-demonizzazione degli squali bianchi verrà recepito nel futuro. Se verrà capito potremmo ancora avere dei mari in salute, se no i nostri figli non potranno godere della vista di questi splendidi animali.

Davide Torricelli

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