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La “maschera sub” contro COVID-19

L’iconica maschera gran-facciale Decathlon dedicata allo snorkeling sta trovando un impiego inconsueto ma tale da far sentire orgogliosi tutti i subacquei. A prescindere da come andrà

Di Romano Barluzzi

Ammettiamolo: come maschera sub le sue fortune sono sempre state altalenanti. In qualche modo attraente da vedersi e anche da maneggiare, non ha mai incontrato granché tra i sub, ma a mio avviso ingiustamente. Perché se la si fosse considerata sempre e soltanto per ciò per cui è stata ideata, cioè lo snorkeling puro, quello condotto esclusivamente in galleggiamento, senza mettere mai la testa sott’acqua neppure di mezzo metro, e dunque la si fosse destinata esclusivamente a neofiti e per la sola perlustrazione a pelo d’acqua, se ne sarebbero potuti apprezzare gli indubbi vantaggi: per un neofita è intuitiva da indossare e semplice, elementare, con una sola mossa; la respirazione appare meno “strana” (attenzione, non riferiamoci allo sforzo respiratorio, bensì alle sole sensazioni soggettive di chi non ha mai messo nulla sul viso: sono persone che solitamente tendono a una miglior tolleranza dell’oggetto in sé rispetto alla consueta abbinata maschera + snorkel); è facile prevenirne tutti i problemi, basta non immergere tutta la testa sott’acqua… cosa che tra l’altro nel neofita non verrebbe comunque spontanea.

Ma i subacquei, si sa, tendono ancora a considerare chi fa immersioni come il solo depositario dei segreti dell’acqua e del mare; mentre chi fa snorkeling … un non-subacqueo. Dimenticandosi che nel 90% dei casi è proprio con lo snorkeling che è iniziata l’avventura esistenziale di chi poi è diventato “effettivamente subacqueo”. Ma tant’è…

Questa era la “mascherona Decathlon”…fino a ieri. Però poi è arrivato il Microscopico Bastardo che sta trasformando i sogni di molti di noi in incubi. E molti di noi, nell’aver a che fare contro di lui in virtù della vita di tutti i giorni, della famiglia, del proprio lavoro o del proprio volontariato o sport, si sono chiesti quale nesso avrebbe potuto mai esserci tra una pandemia e le attività subacquee.

Ebbene, la cosa finora più impensabile, o comunque meno immaginabile, è venuta in mente a una serie di persone che proprio dalla subacquea sono partite per considerare che, se questa maschera serviva per respirare meglio a un neofita di snorkeling che tiene la faccia nell’acqua, poteva forse dare un vantaggio respiratorio anche a malati di COVID-19.

Com’era possibile? E più precisamente in quali circostanze? In che genere di insufficienza respiratoria? Ecco: è accaduto che, malgrado queste e probabilmente molte altre domande non abbiano ancora a oggi una risposta certa, qualcuno s’è fatto venire anche l’idea di modificare la maschera, togliendole l’originario “snorkel” e innestando al suo posto un raccordo completo per l’ossigeno terapeutico. E siccome questo andava realizzato ex-novo ed è fatto di due pezzi componenti, bisognava realizzarli. Qui la svolta: con la tecnologia della stampante in 3D e le giuste mescole dei polimeri necessari il gioco poteva essere fatto. Ed è stato fatto realmente.

Ebbene, anche se già mentre andiamo in pubblicazione con questo articolo sono diventate svariate le realtà in grado di approntare sia la maschera suddetta sia il raccordo per l’ossigeno, quella che voglio raccontare io è la storia – breve– che ho potuto conoscere di persona: credo infatti che resti abbastanza indicativa di quali possano essere anche le molte altre che stanno intrecciandosi in questi giorni.

È accaduto (a me) d’aver interessato il primario della rianimazione dell’ospedale centrale della mia città, amico di lunga data, il quale alle sommarie spiegazioni che con estrema cautela gli prospettavo la settimana scorsa taglia corto così: “Senti, vorrei proprio provarla! Tanto non c’è omologa o specifica tecnica che tengano, a me interessa di vedere se funziona. Perciò, se hai modo di farmene avere una, la metto alla prova e vediamo”.

E così, grazie all’amico Leonardo d’Imporzano e all’associazione 5Terre Academy che presiede, ricevo via corriere farmaceutico due esemplari della famosa maschera, un po’ diversificati nelle dimensioni in modo da potersi adattare a visi differenti. L’azienda che produce il raccordo per l’ossigeno tramite la stampa in 3D è la “Superfici Scrl” di La Spezia; lo fa sul progetto originario della Isinnova di Brescia. Le due maschere mi arrivano complete e pronte all’uso: le guardo come un bimbo quando scarta i regali di Natale.

Mentre vado a portarle – a mia volta tramite un’associazione di volontariato socio-sanitario – alla Rianimazione dell’ospedale avverto un’insolita euforia. E penso che, se appena sei mesi fa qualcuno mi avesse pronosticato che un giorno mi sarei detto “oggi la cosa più bella che sento d’aver fatto è stata consegnare due maschere da sub al mio primario della Rianimazione per far respirare meglio l’ammalato di una pandemia da coronavirus” gli avrei chiesto cosa si fosse fumato di tanto allucinogeno!

La cosa ulteriormente strana è che al contempo cerco di immaginarmi questa impalpabile ma concreta filiera creatasi dal nulla, e che forse era la prima, come ora probabilmente ce ne sono già svariate: da un ideatore originario – e magari anche di questi ce n’è stato più di uno – che, vengo a sapere pur senza conoscerlo, essere stato un medico di Brescia con la passione per la subacquea; la “sua/loro” idea applicata sulla maschera gran-facciale di un’arcinota catena di articoli sportivi finora un po’ snobbata dai sedicenti “subacquei veri”; passando per un amico e collega giornalista subacqueo e per l’azienda di una città di mare; per arrivare infine tramite il volontariato alle terapie intensive di un’altra cittadina dell’entroterra, in prima linea contro la COVID19.

Mi chiedo cosa importi che ancora non si sappia se e quando un equipaggiamento del genere avrà un impiego sanitario standardizzabile e standardizzato; cosa importi se, malgrado si sappia che è stata provata probabilmente già in molti ospedali, mancano ancora report circostanziati; mi chiedo, ancora, che significhi sapere quante altre storie simili ci siano già state o ci saranno ancora.

La risposta è sempre la stessa: “Niente!”

Riesco a pensare solo alla quantità e alla qualità dell’inventiva, del coraggio e della solidarietà che ogni storia del genere si porta appresso. E al senso di gratitudine verso la vita che ti lascia dentro per averne fatto parte. Anche una minima parte.

E infine mi piace poter pensare che proprio il curioso universo della subacquea abbia ancora una volta, pure in questo periodo, saputo esprimere i propri valori più profondi, pur in un modo tanto singolare.

Semmai sono altre le considerazioni meno edificanti che mi sovvengono: per esempio la constatazione giornaliera dell’abisso che intercorre tra tanta buona volontà individuale di singole persone e il nulla che sanno esprimere certi nostri governanti regionali; com’è che, tra disorganizzazioni, burocrazia, lentezze pachidermiche e smisurate irresponsabilità si finisca a dimostrare solo di non avere alcuna strategia, né di averne mai avuta una, neppure come Paese; si preferisca preoccuparsi dell’emergenza solo giorno per giorno, mentre capita già, evitando di darsi abbastanza da fare per mettere a sistema in tempo utile le enormi capacità che i singoli hanno e tutti assiemesaprebbero esprimere; e sia stato per tanti esperti, perfino consulenti governativi, troppo più semplice limitarsi a osservare che “era complicato fare più tamponi”, o “mancavano i reagenti per i test”, o “erano troppo pochi i laboratori per le analisi” (così come “mancavano le mascherine”, o “ce le rubavano”, o era “difficile” produrne di più, distribuirle a tutti…e così via).

Idem per il fatto che solo in questi ultimissimi giorni si parla sempre più insistentemente di test mirati su ampia scala (anche agli asintomatici), di “contact-tracing” (tracciatura dei contatti), insomma di “sorveglianza attiva”, modello Sudcoreano – o da noi Veneto – ecc; ma quanti non si sono accorti o han già dimenticato che l’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità predica questa linea di condotta da oltre un mese a tutti i Paesi? Quanto tempo si è perso e quanto vale, in vite umane, in questo periodo? Di quanti test e mascherine si sarebbe potuto disporre già da settimane, se ne fosse stata avviata subito – quand’era il momento – la produzione? Se fossero bastati qualche timbro, qualche funzionario e qualche carta bollata in meno? Se. Se. Se…

“Ma questa è un’altra storia”, dovrei limitarmi a dire adesso, in quanto al timone di un organo d’informazione dedicato al settore subacqueo.

E invece no!

Perché la storia che ho raccontato della “mascherona da snorkeling che si trasformò in ausilio respiratorio per ammalati” è per me un parallelo calzante con quanto ci sta succedendo su tutto il fronte di questa tristissima sporca guerra che inciderà per sempre nelle vite di noi tutti.

Perché conosco molti colleghi che si occupano in prima linea di divulgazione scientifica e, dato il periodo, stanno tutti – fin dall’inizio di questa crisi – sostenendo la battaglia sul fronte delle corrette informazioni circa quel che accade, anche allo scopo di sensibilizzare i decisori a scelte e soluzioni più razionali, strategiche e “scientificamente” fondate. Inascoltati!

Come la lettera aperta che 290 (duecentonovanta) studiosi firmatari hanno inoltrato a livello nazionale. Inascoltati pure loro.

E così ho trovato anche questo un modo per far sentire la voce dei valori e dell’esempio ancora una volta provenienti dalle attività subacquee. O da queste ispirati. A prescindere che tutto sia – per quelle sorde orecchie – davvero poca cosa, in fondo più piccola di tante altre.

Dovevo farlo, ecco; come consegnare il prezioso regalo di quelle due “mascherone”. A prescindere da come andrà.

Spero non me ne vorrete. E comunque GRAZIE se avete avuto pazienza di leggere fino a qui.

La Redazione

Comments (1)

  1. Isabella Furfaro ha detto:

    .. che dire.. “.. inventiva, coraggio, solidarietà…”: complimenti, bravissimi!!
    Isabella

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