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La maledizione della Haven

Proibire le immersioni sulla Haven può servire veramente? Abbiamo sentito due esperti. Alla ricerca delle vere cause dei troppi incidenti tragici accaduti anche di recente su questo sito. Un relitto che peraltro il mondo c’invidia.

A cura di Isabelle Mainetti e la Redazione. Foto relitto di Fulvio Finazzi, Claudio Grazioli, Fabio Nicoli; più quelle nella disponibilità personale di Luca Malentacchi e Stefano Brambilla.

Ebbene si: infrangendo il tabù che ha quasi sempre impedito di veder pubblicati sui media di settore contenuti riguardanti gli incidenti subacquei, stavolta noi di SerialDiver abbiamo scelto di parlarne. Anche dei peggiori.
Negli ultimi anni la famosissima petroliera Haven, il cui relitto giacente nelle acque liguri s’è aggiudicato il primato di “nave maledetta” a causa di continui incidenti mortali di sub visitatori da tutto il mondo, d’altronde considerato perfino a livello internazionale come “il più bel relitto del Mediterraneo”, è al centro d’innumerevoli discussioni. C’è chi la vorrebbe dimenticata per sempre nei fondali e che fosse preclusa a tutti la possibilità di visitarla. Chi vorrebbe aumentare le restrizioni, chi diminuirle e chi cerca una spiegazione alla radice.
Tra le mille parole perse nel vento e l’incombere di tentazioni proibizioniste da parte delle autorità, due subacquei d’indubbia esperienza provenienti da didattiche differenti hanno gentilmente rilasciato a noi di Serial Diver una loro opinione personale su questi drammatici episodi, esponendosi in prima persona, riflettendo sul se o sul come sarebbe a parer loro opportuno comportarsi, perseverare o cambiare, soprattutto sul quesito se sia giusto o sbagliato anche solo sbandierare l’idea di chiudere siti di immersione di interesse mondiale per “salvaguardare” i sub.
Il nostro non sarà uno schierarsi bensì un invito per tutti noi, per le autorità e per chi legifera a riflettere. E come sempre resteremo disponibili a ospitare anche pareri di segno opposto.

La Haven in numeri… differenti!
Ormai si sanno molte cose sulla superpetroliera Haven, sul suo affondamento nell’aprile del ’91, sull’enorme quantitativo di petrolio che arse la nave per giorni e sul non meglio quantificabile residuo di “oro nero” che si portò giù fino al fondo. Una nave regina, la Haven, di cui le misure espresse in metri non rendono neanche l’idea. Non quanto immaginare cosa sia veramente oggi percorrerla in lunghezza per l’equivalente di oltre 2 campi di calcio e mezzo messi in fila (95 metri di troncone di prua finirono a 490 m di profondità), o scenderla e salirla in altezza dal fondo come si farebbe sulla verticale di un palazzo di 18 piani, o andare da un bordo all’altro del suo ponte di coperta più largo di quanto di solito è lunga una piscina olimpionica. Sono proporzioni che, se fuori dall’acqua facevano definire la Haven “una grande nave”, in termini subacquei dovrebbero indurci a considerarla un’isola! Inoltre questa immane “pietra dello scandalo” ha il suo giaciglio a circa 3 km dalla costa in prossimità di batimetriche importanti. Eppure, proprio in quanto apparentemente facile e d’irresistibile fascino (la si trova in assetto di navigazione), attrae i sub come il miele le api, favorendo evidentemente una certa tendenza alla sottovalutazione del luogo, delle circostanze o della situazione. Dunque è veramente una maledizione quella che circonda la Haven, protagonista com’è di tutti questi incidenti mortali, o piuttosto qualcos’altro di meno ultraterreno? E perché ogni volta si deve sprofondare in mezzo a una caotica ridda di ipotesi che vanno dalla casualità alla distrazione, dalla impreparazione alla sfortuna? Senza inoltre poter leggere qualcosa di sensato su una stampa che preferisce non occuparsene o non trova di meglio che farlo – almeno quella generalista – cavalcando i soliti logori pregiudizi di fatalità? E tutto ciò mentre comunque si cerca una chiave di lettura per capire in tempo come evitare altre vittime e si sono create intorno alla nave parecchie polemiche e altrettante correnti di pensiero. E allora passiamo senz’altro a sentire direttamente chi ha scelto tramite noi di non avere peli sulla lingua circa le proprie opinioni sull’argomento. Affinché servano.

Cominciamo con Luca Malentacchi, innumerevoli ruoli e qualifiche da istruttore professionista – con 25 anni d’esperienza d’insegnamento – e responsabile diving center, esponente di spicco della didattica GUE, perito e consulente in procedimenti a seguito d’incidentistica del settore, tecnico riparatore/tester attrezzature autorizzato dalle più importanti aziende, formatore al soccorso per DAN e Vigili del Fuoco, operatore tecnico iperbarico certificato presso la regione Liguria, foto e videosub, video editor.
Luca, incidenti mortali sulla Haven… hai un’opinione al riguardo?
«Ni. Ma ho un’opinione sugli incidenti subacquei in generale, sia mortali che non. Come sai, oltre a essere un istruttore professionista, mi occupo anche di perizie e consulenze in merito, quindi per me è pure materia di lavoro. Partiamo da un presupposto, la subacquea è un’attività sicura? Si, vero che lo è, ma dipende. Dipende da fattori quali: preparazione, tipologia d’immersioni, approccio personale, cultura subacquea, capacità di autovalutazione, fortuna e tante altre. Aumentando o diminuendo tutti questi fattori, un esperto di statistica si divertirebbe un sacco, otteniamo un risultato: “…più stai tranquillo, più sei sicuro” …ma va? Quindi, se vai a fare immersioni semplici e tranquille anche se hai abilità scarse, aggiungendo una buona dose di “culo”, non ti succede niente! Questa è la realtà. Di fatto solo i morti fanno notizia, ma quanti incidenti ci sono che non vengono segnalati? Quelli che vanno in camera iperbarica, quelli che non ci vanno e si ciucciano ossigeno per ore, quelli che hanno problemi post immersione e negano anche sotto tortura, quelli che per l’ennesima volta gli è andata bene, quelli che han fatto casino e non lo raccontano, quelli che “questa volta è andata però basta non ne voglio più sapere!” Purtroppo non esiste un indice degli incidenti subacquei, solo in Inghilterra ce n’è uno e solo per quelli molto gravi, quindi non essendoci statistiche precise resta tutto “etereo”, anzi, didattiche, aziende e indotto in generale se ne guardano bene dal divulgare certi dati, pensassero poi che la subacquea invece un po’ pericolosa lo è!…»
Concordi con l’idea di chiudere la Haven per evitare altri incidenti?
«Assolutamente no! Ma neanche limitare né aumentare il controllo mi trova d’accordo, né tantomeno obbligare guide o istruttori ad accompagnare, assumendosi responsabilità che sono assurde, considerato poi il prezzo pagato per le loro prestazioni. Credo che istruttori e guide spesso non abbiano la minima idea di quale responsabilità si assumano in una semplice “guida subacquea”, figuriamoci in un relitto a 70 m in mezzo al mare.»
Quale sarebbe allora la tua proposta per risolvere questo problema?
«Ah … quanti giorni abbiamo? La base sta nella formazione: tutto ciò che implica un rischio ha bisogno di un’ottima formazione. Nella formazione deve esserci consapevolezza, esperienza, passione, conoscenza delle attrezzature e della teoria, di se stessi e dei propri limiti. Tutto commisurato a ciò che si fa. Più pericolo, più formazione! Questa formazione inoltre deve essere “onesta”. Quello che non c’è quasi mai nella subacquea è una valutazione onesta dell’allievo. “Non lo sai fare? Beh dai, sei comunque bravo, imparerai!”, questa la filosofia con cui sono stati creati per anni una schiera di incapaci. Se non lo sai fare ti blocco e ti metto in grado di imparare o semplicemente ti dico “questa non è cosa per te!”, così dovrebbe essere. Queste regole dovrebbero essere applicate nella subacquea ricreativa, nella formazione di guide e istruttori. Saremmo già a un ottimo inizio. Gli standard valutativi ci sono, ma spesso non vengono applicati: chi va in giro può vedere in azione subacquei open water preparatissimi e istruttori che hanno capacità acquatiche pari a un advanced imbranato. Io credo però che il bello abbia da venire. Se spostiamo questo approccio alla subacquea avanzata o tecnica i problemi si moltiplicano in maniera esponenziale. Chi mi conosce sa che ormai da qualche anno nutro preoccupazione per la “nuova subacquea tecnica”. Il commercio della subacquea, un business come tanti altri, sta orientandosi verso un approccio alla profondità “easy”: un bibo, una frusta intorno al collo, un paio di decompressive, un computer hi-tech e giù. Il mercato propone questo, la verità è ben altra: un ottimo subacqueo ricreativo potrà diventare un ottimo subacqueo tecnico ma l’iter non è automatico, serve tempo e dedizione oltre a una solida formazione. Ben diverso è il discorso per gli istruttori. Un ottimo istruttore ricreativo, prima di pensare a insegnare subacquea tecnica dovrebbe diventare un ottimo subacqueo tecnico e poi, forse, un istruttore. Non mi sembra che questo sia un approccio comune in questi ultimi tempi. Risultato: istruttori che brevettano “profondo” con pochissima esperienza personale e conseguenti subacquei “para-tech” con approccio ricreativo: “vado, tanto in qualche modo me la cavo…”; poi, in caso di emergenza vera, con magari una deco da 40 minuti da fare, la realtà è ben diversa! Da qui i “casini” veri che si stanno verificando ultimamente nei relitti, nei laghi e in tutte quelle condizioni dove non è sufficiente la ormai troppo sfruttata “botta di fortuna”.»
Mi pare di capire che il problema stia alla base. Cosa consiglieresti per far si che non nascano istruttori e subacquei “pericolosi”?
«Utopia pura! Bisognerebbe che le didattiche cambiassero totalmente rotta, non più certificazioni al fine di guadagno immediato, ma certificazione sulla base del merito a tutti i livelli, con: applicazione degli standard, valutazione continua degli istruttori, con certificazioni che scadono, controllo di qualità obbligatorio e non a campione, accesso a persone che realmente ne fanno un lavoro, anche secondario ma pur sempre un lavoro. Così il problema non dico che sarebbe eliminato ma sicuramente la preparazione di tutti acquisirebbe un livello enormemente più alto a prescindere dal metodo, dalla didattica, dal modo.»
Quanto in tutto ciò giocano le “regole didattiche”, se così possiamo chiamarle?
«Al di là del giusto rispetto per i morti, che sono fortunatamente “pochi”, il problema è alla base. Non esiste un albo professionale, non esiste un controllo, non esiste una regola se non gli standard che tutelano solo – e ribadisco solo – le organizzazioni didattiche, non esistono normative specifiche né – se esistono – chi le faccia applicare! Sarò pessimista ma la vedo dura!…»
Concludendo: non chiudiamo la Haven ma?
«Rivediamo gli standard subacquei e pretendiamo normative specifiche meno commerciali e più professionali.»
Quindi meno morti se?…
«Se si utilizzassero strutture, diving o professionisti veri! Non farsi ingannare dalla velocità di un corso o da un prezzo troppo ribassato. Informarsi, capire!
Oggi, con i social media, internet e via di seguito è più facile capire chi fa meglio e chi fa peggio.»

Continuiamo ora rivolgendo le medesime domande a Stefano Brambilla, Medico Chirurgo, Specialista in Anestesia e Rianimazione, Master Europeo in Medicina Subacquea e Iperbarica. Subacqueo Tecnico e Istruttore (“Volutamente evito di mettere la didattica perché la mia opinione non deve essere accostata a un marchio”, ci dice prima di cominciare – ndr). Segretario AMSEI – Associazione Medici Subacquei e Iperbarici. Titolare dello studio Decompression Profiles nell’ambito dell’immersione profonda con il Gruppo Extreme della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa con la partecipazione del CNR e dell’Università di Bologna.
Stefano, incidenti mortali sulla Haven… hai un’opinione al riguardo?
«Come tutti i siti d’immersione tecnica, soprattutto se molto frequentati, è inevitabile che capitino incidenti, anche solo per un puro conto statistico. Esattamente come accade in montagna. Ha fatto sicuramente più morti il K2 che l’Abetone ma la colpa non è in se della montagna bensì delle condizioni che esprime e con le quali l’alpinista si cimenta, spesso senza esserne all’altezza.»
Concordi con l’idea di chiudere la Haven per evitare altri incidenti?
«Categoricamente no! È un’assurdità anche solo proporlo, sarebbe come chiudere una montagna perché ci sono morti degli alpinisti. O impedire di navigare perché sono affondate delle navi. Siamo nell’ambito della fantascienza.»
Quale sarebbe allora la tua proposta per risolvere questo problema?
«Intanto bisogna chiedersi perché accadono gli incidenti. I motivi sono essenzialmente da ricercare in due fattori: tecnico e biologico. L’aspetto tecnico riconosce quasi sempre il superamento dei propri limiti, la scarsa preparazione alla gestione dell’emergenza e la mancanza, nella maggior parte dei casi, di procedure codificate ed apprese dal subacqueo per far fronte all’emergenza stessa. Si badi bene che non ho parlato di scarsa preparazione in generale ma di mancanza di procedure standardizzate e apprese dal subacqueo. Questa carenza porta a rispondere all’emergenza in modo improvvisato e spesso fallimentare generando caos e panico e portando inevitabilmente all’incidente. Si parla molto di scarsa consapevolezza e cattiva pianificazione dell’immersione che spesso fanno da sfondo all’incidente ma non credo siano l’unico problema. Credo che il nocciolo della questione stia nella scarsa dimestichezza con procedure standardizzate che consentano di rispondere in modo efficace ed efficiente all’imprevisto per non trasformarlo in incidente. Poi c’è il fattore biologico. Molti subacquei che fanno immersioni tecniche semplicemente non sono nelle condizioni fisiche e di salute per poterle fare. Non esistono in Italia leggi che obblighino a una visita di idoneità medico subacquea. Risultato: chiunque si può immergere. La metà degli incidenti subacquei mortali sono legati a incidenti cardiovascolari e non a motivi connessi con la pratica della subacquea in se.»
Mi pare di capire che il problema sia alla base. Cosa consiglieresti per far si che non nascano istruttori e subacquei “pericolosi”?
«Per prima cosa ritengo che sarebbe serio da parte dello Stato, anziché tentare di fare ordinanze di chiusura, varare finalmente questa legge quadro sulla subacquea che è ferma da anni in parlamento e che introdurrebbe tra le altre cose l’obbligatorietà della valutazione medica. Secondariamente sensibilizzare le varie didattiche a una cultura più attenta alle procedure standardizzate. Maggior sorveglianza e attenzione a come gli standard qualitativi espressi dalle varie didattiche vengono poi applicati dagli istruttori revocando eventualmente anche il brevetto.»
Quanto in questo giocano le “regole didattiche” se così possiamo chiamarle?
«Le didattiche attualmente esprimono tutte standard abbastanza elevati, il problema è l’applicazione che purtroppo a volte cede alle regole di mercato.»
Concludendo: non chiudiamo la Haven ma?
«Obblighiamo i subacquei a effettuare controlli medici periodici che vincolino l’idoneità all’immersione e obblighiamo le didattiche a far applicare con controlli rigorosi gli standard e le procedure. Istruttori scrupolosi faranno subacquei preparati. Mi rendo conto che per logiche commerciali sia difficile negare un brevetto a un allievo che ha pagato ma se non è pronto va fatto.»
Quindi meno morti se?…
«Ci sarà una sorveglianza sanitaria obbligatoria, procedure standardizzate solide e ben apprese dai subacquei, consapevolezza e non superamento dei propri limiti.»

Isabelle Mainetti - La Redazione

Comments (9)

  1. Ernesto Paglici ha detto:

    Acquaticità! Secondo me, un subacqueo può spruzzare salute dalle bolle, se con tutta la sua attrezzatura, non assomiglia ad un pesce, perché non è tranquillo, è meglio che faccia ancora pratica a basso fondale, non è ancora pronto. Una volta c’erano le forniture per acquari che ci davano la possibilità di avere l’attrezzatura da sub, quasi gratis, ma era anche “esperienza”. Proporrei un percorso con diverse prove, come si fa a scuola dove c’è la Maturità. Per me la subacquea è disciplina e cosa non farei per andare sott’acqua. EP

  2. Enrico ha detto:

    Ho fatto diverse immersioni sulla Haven, e ho visto “subaquei” immergersi col mono da 15, senza alcuna decompressiva, e scorrazzare allegramente a 50 mt, senza una minima consapevolezza di quel che stavano facendo. Detto questo il problema fondamentalmente si “riduce” a: stato psico-fisico + preparazione tecnica, intesa non tanto alla conoscenza della subaquea tecnica e non, quanto alla capacità di far fronte alle emergenze. Fondamentale il concetto di team, dove la conoscenza del buddy e l’affiatamento reciproco possono fare la differenza. Un team di tre subaquei ben addestrati e affiatati può risolvere praticamente qualsiasi emergenza tecnica. Poi è chiaro che l’insorgere di un ictus o di un infarto a 60 mt non lo risolvi. Saluti. Enrico

  3. Alfonso ha detto:

    Sì può dire di tutto e di più sull’argomento, le parole vanno i morti restano, bisogna porre fine ai brevettifici, serve una legge che regoli le attività subacquee ricreative, tecniche e professionali e che si rendano responsabili le didattiche in sede civile e penale per eventuali lacune formative.

  4. Sergio ha detto:

    Io penso che come in altri siti il vero problema sia il contesto ed il paesaggio attraente ed ingannevole, questo relitto ha una zona sita a profondità apparentemente abbordabile in configurazione cosiddetta ricreativa, ma poi quando sei li ti attrae verso le aree di maggior interesse che richiedono una preparazione, addestramento e configurazioni assai più complesse, sembra facile e non lo è, sembra vicino e non lo è, e spinge chi sa andare a 30 metri con il mono da 15 ad andare a 50 senza scorta di gas e senza preparazione, chi sa andare benino a 50 ad andare alla falla senza la giusta miscela e la giusta scorta di gas per andare oltre i 65 e chi mai andrebbe oltre i 60 ad andare all’elica, spinge tutti un passo più in là perché è bello, perché è quasi lì, lì dove tu sai andare, ma non è proprio lì è … un pochino più in la per tutti.

  5. Andrea ha detto:

    Con riferimento al sig. Luca Malentacchi per sua competenza, non si potrebbe sapere cosa accade in questi incidenti di cui si sa solo che sono accaduti? A mio parere dagli errori si impara e vorrei sapere se e quali sono in casi di incidente per fare anche esperienza indiretta. Grazie.

    • Luca Malentacchi ha detto:

      Sarebbe molto bello avere una lista degli incidenti, per poi valutarne cause e conseguenza, ma purtroppo non esiste e le notizie sono sempre frammentarie o “pilotate”. Spesso se sono gravi ci sono dei processi che vanno avanti per anni e quando finiscono nessuno riporta niente.

  6. Luigi ZAGATI ha detto:

    Ho letto il rapporto di Luca Malentacchi e mi inchino a quanto affermato! Parole sacre, meglio di così non poteva esprimere la realtà della subacquea attuale. A volte di fronte a subacquei brevettati facilmente da pochi anni, ma già con titoli acquisiti di “tecnico” e profondista, mi sento a disagio, a volte con senso di inferiorità nonostante i miei 52 anni di attività, perché a volte non ho il coraggio di fare (o rifare) cose che questi fanno con estrema facilità e senza un minimo di timore. Forse sicuramente ho imparato a conoscere i miei limiti, ed a valutare i pericoli ed i rischi, in ogni caso mi auguro che i loro istruttori oltre che la tecnica gli abbiano insegnato a riconoscere anche queste cose a cui io do una importanza primaria. Purtroppo sono cose che le impari solo a tue spese nel senso che per fare un esempio pratico diventi un bravo motociclista quando hai anche imparato a cadere bene e quando ti rialzi umilmente ne fai bagaglio di esperienza!
    Bravo Luca speriamo che le tue parole non vadano perse!

  7. Dino Basso ha detto:

    CUORI INFRANTI: condivido appieno l’intervento del Dr. Brambilla che parla appunto di morti non strettamente collegate all’attività subacquea ma che da questa ne traggono l’elemento scatenante. Nel recente convegno presso il Ministero della Salute del 3 dicembre si parlava di ben 149 sub deceduti contro 336 bagnanti (ultimi 3 anni).
    Con 40 anni di esperienza subacquea posso dire di averne viste (direttamente o indirettamente) di tutti i colori, compreso un infarto letale di un compagno di immersione… tanto per parlarci chiaro (con tutte le aggravanti del caso…).
    70.000 infarti/anno in Italia… qualcuno sott’acqua ci può stare.. direi… visto che siamo al freddo, con un notevole grado di stress da gestire, appesantiti da attrezzature e si potrebbe continuare ancora ad elencare i fattori peggiorativi… che tutti sappiamo ma che talvolta ignoriamo.
    E’ innegabile che la subacquea tecnica abbia aperto “una valvola di sfogo” a un mercato ormai in piena crisi e purtroppo chi ci avvicina a questo tipo di subacquea (e mi ricollego al primo intervento di Malentacchi) è molto spesso non solo impreparato “psicologicamente” ma anche, aggiungo io, “anziano” e magari con qualche kilo in sovrappeso.
    Nel momento che una persona dovrebbe pensare alla pensione… invece si dedica ad attività complesse (esempio: la maratona… con 3 volte più probabilità di infarto che in altri sport similari), solo perché il tempo libero e il portafoglio glielo permettono. Ma siamo sicuri che basti solo questo? Vedo sempre più subacquei anziani con almeno 20kg di troppo addosso (non di zavorra) che si concedono troppo spesso libagioni e bevute, anche se post-immersione… ma se vogliamo tenere un ritmo/stile di vita da eterni Peter Pan, dobbiamo anche controllare il nostro stato di salute generale… se i valori del sangue, pressione, etc. non sono “normali” non si dovrebbero tentare “imprese proibite” ma a quanto sembra… togliere il piede dall’acceleratore è dura.
    Recentemente ho avuto modo di partecipare a uno stage di riconferma titoli dei sommozzatori della polizia di stato e… ed erano tutti preoccupati del superamento dei ferrei esami annuali per mantenere il titolo… esami non solo psico-pratici ma anche di laboratorio! E vi garantisco che la loro alimentazione non trasgrediva in nulla!
    E il subacqueo tecnico, a mio avviso, non si discosta molto da loro. Non sta a me elencare lo stile di vita da adottare, certo che se fossi tentato di intraprendere questa branca della subacquea… mi “allenerei” a 360 gradi… e comunque è pur vero anche che… morire praticando l’attività preferita… è sempre un bel morire. Peccato che chi resta non la pensi così.

  8. Luca Sterza ha detto:

    Condivido la visione del problema. Anch’io penso che la formazione dei subacquei e, in questo caso, dei sub “tecnici” sia la base e sia un punto spesso sottovalutato, aggiungerei però che anche maggiori controlli tra brevetto, programmazione della immersione e immersione effettuata potrebbero aiutare. Chiaramente questi controlli da parte di chi organizza l’immersione (Associazioni, istruttori, accompagnatori, diving) e/o degli enti di controllo preposti possono possono essere aggirati e non sono una soluzione ma aiuterebbero i subacquei almeno ad avere maggiore coscienza di quanto stanno andando a fare e a rispettare una immersione almeno teoricamente alla loro portata.

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