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La Banca

«Molti videosub che arrivano dalla fotografia producono immagini bellissime ma faticano a trovare una storia e una sceneggiatura, che alla fine sono l’anima del videomaking». Parola di Sergio Pistoi, che all’ultimo EudiVideo si aggiudica il 3° posto esordienti, con tanto di menzione speciale. Per questo video: https://www.youtube.com/watch?v=gTr3bYScRgk

di Romano Barluzzi

Sergio Pistoi… che nella vita fa?
«Fuori dall’acqua mi guadagno da vivere come biologo e giornalista scientifico. Diciamo che sono un ibrido tra un genetista, un autore e un divulgatore

Come hai intrapreso l’attività subacquea?
«Con pinne e maschera ci vado da sempre. Da piccolo ho avuto la fortuna di vivere in una città di mare e ne ho approfittato alla grande. Poi la pacchia è finita, ho vissuto il resto della mia vita lontano dalla costa, ma la passione che mi porta a stare ore in acqua è rimasta. In età più matura, diciamo che avevo superato i trenta, ho preso il mio primo brevetto ARA, fino a diventare divemaster

E la voglia di realizzare immagini come t’è venuta?
«Fuori dall’acqua la fissa delle immagini ce l’ho fin da bambino. La mia prima macchina, verso gli otto anni, fu una Polaroid regalata dai miei zii, un aggeggio più grande di me che mi trascinavo ovunque. Era una specie di laboratorio ambulante. Dopo aver scattato dovevi tirare una linguetta per estrarre una specie di sandwich con foto e negativo, lo mettevi in tasca per tenerlo al caldo, agitavi, contavi tre minuti, pregavi e poi aprivi. Se andava bene, dal sandwich appiccicoso veniva fuori la foto. Siccome ogni foto costava uno sproposito, i miei me le razionavano e cercavano di dirottarmi verso le cartoline. Mi dicevano: se devi fare una foto ricordo senza persone, prenditi una cartolina, che costa meno ed è fatta meglio. Tecnicamente avevano ragione. Ma oggi rivedo quelle Polaroid e so che hanno una storia. Le ho fatte io. Mi riportano esattamente al momento in cui le ho scattate. E’ una cosa che ho cercato di raccontare nel mio video: l’immagine che diventa quasi un’estensione della memoria.»

Direttamente video o sei passato prima per la foto?
«Alle riprese subacquee sono passato da adulto, quando le attrezzature sono diventate più accessibili e le macchine digitali erano già lo standard. Ho cominciato facendo foto, ma presto mi sono ritrovato a girare soprattutto filmati, sfruttando la stessa compatta digitale. Il fatto di approdare direttamente al video, insieme ad una certa dimestichezza con il racconto, che poi è quello che faccio per lavoro, sono due cose che sicuramente mi aiutano, nonostante sia tecnicamente un videomaker mediocre. Molti videosub che arrivano dalla fotografia producono immagini bellissime ma faticano a trovare una storia e una sceneggiatura, che alla fine sono l’anima del videomaking.»

Dunque col tuo video “La Banca” fai un bellissimo piazzamento, con tanto di menzione speciale… è forse stato merito del titolo particolarmente di attualità?
«In effetti può essere, anche se il titolo in realtà allude alla banca dei ricordi. A differenza di certi titoli bancari, investire nella memoria vale sempre la pena. Ogni ricordo che fissi nei fotogrammi un giorno ti tornerà utile. Ti ricorderà sempre chi eri e cosa ti piaceva fare. Ho cercato di restituire quest’idea un po’ malinconica del ricordo ma non è una figura astratta: mi ritrovo spesso a guardare i filmati solo per rivivere le emozioni di quando li ho girati. E ho scoperto che lo c’è gente peggio di me. Durante un viaggio sub, ad esempio, un compagno di immersioni mi ha raccontato che le immagini che girava continuamente (suppongo inguardabili, fatte con una GoPro attaccata al braccio) servivano solo a rivedersele – magari di nascosto – sul computer dell’ufficio e rivivere quei momenti. Con le cuffie, per sentire anche il rumore dell’erogatore! Un uso così intimo delle immagini in questi tempi di ostentazione social è quasi ammirevole. Certo che se si esce dall’uso personale e si crea qualcosa per gli altri è tutto diverso: dev’esserci una storia, un montaggio, un messaggio da trasmettere e che abbia senso per il pubblico.»

Parliamo del tema vero di questo “prodotto del tuo ingegno”: lo snorkeling. Cos’è per te?
«Per me è un modo per esplorare il mare con calma. Per raccogliere immagini senza i ritmi gioiosi ma assillanti di un gruppo, come succede nelle tipiche immersioni, che comunque faccio spesso e volentieri. Se parto dalla spiaggia sto in giro anche per tre o quattro ore, e magari ne passo due nello stesso fazzoletto d’acqua a fare discese solo per guardare o riprendere un polpo che esce dalla tana. Bombole, apnea e snorkeling sono tutte emozioni uniche che secondo me si completano a vicenda.»

Potrebbe secondo te avere una sua propria configurazione, come una materia, un campo in cui apprendere e divulgare, specie dal punto di vista naturalistico?
«Assolutamente sì. Dobbiamo smetterla di vedere lo snorkeling come il parente povero delle immersioni. Con maschera e boccaglio, magari con una buona guida, si possono fare osservazioni naturalistiche altrettanto interessanti, se non di più.
Lo snorkeling è un’attività che forse molti diving dovrebbero curare meglio, magari proponendo un’offerta specifica, invece di imbarcare gli snorkelisti come ospiti in più, se avanza spazio, e poi lasciare che si facciano il giretto da soli intorno alla barca. E’ assurdo, come se in montagna invece di proporti l’escursione ti dicessero: noi andiamo a farci la scalata con funi e ramponi, tu intanto fatti un bel giretto qui intorno al rifugio, poi ti riportiamo a casa. Un’ offerta più articolata, magari accompagnata da un momento divulgativo brillante mirato agli adulti e non solo ai ragazzini come si fa di solito, convincerebbe molte più persone ad avvicinarsi alla subacquea, e sicuramente ad amare il mare. Nel mio lavoro di divulgatore ho imparato che la gente va spronata a incuriosirsi, non assecondata a crogiolarsi nella naturale pigrizia mentale e fisica. E’ la curiosità che ti spinge ogni volta a fare quei dieci minuti in più di pinneggiata che ti portano lontano dalla barca o dalla spiaggia, ovviamente in sicurezza, che è la prima cosa.
E poi è ora di esplorare alternative, anche sportive, alla pesca sub. Non pesco e non ho niente in linea di principio contro chi lo fa responsabilmente. Però mi rattrista vedere che per molti ragazzini il primo approccio con il mare e l’apnea consiste nell’imbracciare un fucile, magari incoraggiati dai genitori. Lo snorkeling, l’osservazione, i filmati sono un modo sicuramente migliore con cui scoprire il mare. Dopodiché ciascuno può trovare la propria strada.
»

Di preferenza che apparecchiature usi per le tue riprese?
«Uso una GoPro, eventualmente con delle lenti Macromate per la macro, e un paio di faretti poco ingombranti. Niente di particolarmente sofisticato, sicuramente un compromesso con la qualità, ma sto cercando di dotarmi di un’attrezzatura cross-ove leggera, maneggevole che posso portarmi dietro in viaggio per tutte le occasioni, anche con le bombole.»

Da 1 a 10 che importanza dai alla post-produzione? O propendi per il “buona la prima”?
«Tutto è importante, ma la parte che veramente distingue il videomaker secondo me è quella che viene prima, la pre-produzione. La storia. Prima di girare devi avere almeno un’idea della storia che vuoi raccontare e del tipo di montaggio che farai, così da portare a casa le immagini che ti servono. Devi scendere in acqua con uno storyboard, almeno in testa. Oltre a ciò, per quanto mi riguarda dedico molta attenzione anche a scrivere i testi e alla colonna sonora. Riguardo alle immagini, un po’ di correzione del colore ci va sempre, almeno per me. Altri effetti hanno senso se servono a rafforzare il racconto. Altrimenti niente.»

Vorresti che il mercato sfornasse qualcosa di particolarmente utile nello snorkeling che non sia già uscito? (Dal punto di vista delle videoriprese… )
«Sogno luci leggere, maneggevoli, con buona autonomia e ottima resa cromatica da usare come cross-over per lo snorkeling, l’ARA e l’apnea. Solo pochi anni fa unire tutte queste doti era fantascienza. Oggi ci sono modelli che, pur essendo ancora un compromesso, si avvicinano a questo obiettivo. Nei prossimi mesi spero di riuscire a provarne qualcuno. Stay tuned!»

Questa la “menzione speciale” associata al premio vinto dall’autore all’EudiVideo: «La giuria, all’unanimità, ha deciso di conferire una menzione speciale al filmato di Sergio Pistoi“La Banca” per l’originalità dell’idea trattata.»

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

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