L'unico portale giornalistico dedicato a tutte le forme d'immersione subacquea | The only journalistic web portal dedicated to all forms of underwater diving
Home » ARCHIVIO » Il relitto dell’ASIA

Il relitto dell’ASIA

«L’immersione standard viene svolta sul troncone di poppa, mentre la sezione di prua – distante qualche centinaio di metri – è riservata a chi abbia interesse specifico ad esplorare questa parte del relitto…».

A cura di Claudio Budrio Butteroni. Foto storiche archivio Claudio Butteroni su gentile concessione N.V. WERFT GUSTO; foto del relitto Giuseppe Pugliese; foto naturalistiche Miranda Narduzzi

Per chi come me è nato, vissuto e tutt’ora vive a Roma, il mare di riferimento per sciogliere le croste di sale dalla muta è quello di Civitavecchia. Il tratto di mare tra il porto di Civitavecchia e Capo Linaro offre una moltitudine di opportunità d’immersione per subacquei di tutti i livelli. Tra i vari siti, quello più “battuto” è certamente il relitto dell’Asia.
L’Asia è una draga realizzata nel 1956 nei cantieri olandesi di N.V. WERFT GUSTO di Schiedam per la Ackermans & Van Haaren di Anversa. Appartenuta all’armatore italiano Italdredging Spa fu tagliata in due tronconi e affondata volontariamente nel 1987 al fine di dissuadere dalla pesca a strascico.
L’immersione standard viene svolta sul troncone di poppa, mentre la sezione di prua è riservata a chi abbia interesse specifico ad esplorare questa parte del relitto che, distante qualche centinaio di metri, è decisamente meno accogliente, ma non per questo meno interessante dell’altra.
Appuntamento come al solito alle 8:00 al porto di Riva di Traiano. All’interno del porto prestano servizio due diving, Il Centro Immersioni Civitavecchia e il Gruppo Nasim Diving.
Le strutture sono ambedue ottimamente attrezzate e la nostra preferenza ricade sul primo, se non altro per un rapporto risalente a molti anni or sono, poi tramutatosi in amicizia con il titolare Fabrizio Lunghi.
Caricate le attrezzature sul gommone, un breve briefing a vantaggio di chi affronta questa immersione per la prima volta, e si parte. Giusto il tempo di chiudere la muta, infilare il cappuccio che già siamo arrivati. Una bottiglia galleggiante in superficie pone in evidenza lo scavezzo di cima che consente di raggiungere il pedagno a cui ormeggiamo il gommone.

Il troncone di poppa
Reb in spalla, bailout agganciate, pronti partenza e via. Un OK e scendiamo rapidamente verso il fondo fino a raggiungere il relitto a una profondità di circa 27 metri, in prossimità dei comignoli che sovrastano la copertura.
Giace in assetto di navigazione, leggermente sbandato verso sinistra, su un fondale fangoso attorno ai 40 metri, limite che sconsigliamo di raggiungere dato che la visibilità diminuisce rapidamente quanto più cui si avvicina al fondo.
L’immersione sull’Asia, sebbene non presenti profondità rilevanti o difficoltà particolari, è comunque riservata a subacquei con addestramento ed esperienza in immersioni profonde. In questo contesto, riteniamo che l’utilizzo di miscele Nitrox appropriate possa veramente dimostrare la propria utilità.
I grossi argani prosperano di vita marina, tappezzati di spirografi, nudibranchi e ascidie. Le lamiere e le maniche a vento offrono sicuro riparo a gronghi, mentre castagnole orate e saraghi volteggiano attorno ai due comignoli. Se ci si prende il tempo di guardare i dettagli rimarremo sorpresi di quante forme di vita abbiano colonizzato questo relitto: dal tentacolare Astrospartus, al coloratissimo Dondice banyulensis, dallo stanziale Gronco, alla timidissima Flabellina affinis e per i più fortunati non è raro incontrare il superbo Mola mola.
Una volta lasciatici cadere lungo i fianchi dell’imbarcazione fino al punto di massima profondità, svolgiamo l’immersione navigando a spirale attorno al relitto dal punto più profondo, percorrendo ciascuno dei quattro livelli del ponte e risalendo gradualmente verso la sommità. Quella che fu l’opera viva dell’imbarcazione è caratterizzata dalla presenza su ambo i lati di grossi pneumatici adibiti al ruolo di parabordi. Il ponte di poppa presenta un grosso argano in prossimità del cassero alla destra del quale fa bella mostra una grossa ancora di rispetto ancora fissata al ponte. Proprio innanzi, una porta che sostituisce uno degli accessi alla sala macchine del relitto. Spostandosi verso poppa svettano dal ponte due grosse torri. Molti ritengono erroneamente che possa trattarsi di bichi di carico, portando a supporto della loro tesi la presenza di una sorte di puleggia posta sulla cima delle strutture. In realtà si tratta dei pali di ormeggio della draga che venivano ammainati in mare, proprio per mezzo del grosso argano e con l’ausilio delle pulegge, per stabilizzare l’imbarcazione sul fondo durante l’opera di dragaggio.
Un discorso a parte merita la penetrazione all’interno della sala macchine che può avvenire secondo diverse modalità. Tale esperienza, seppure l’interno non si presenti particolarmente angusto e non vi siano strutture precarie e pericolose, è riservata a subacquei esperti e specificatamente addestrati, ed è sconsigliata in condizioni di visibilità limitata. Noi abbiamo preferito l’accesso dall’apertura di prua. Mantenendo la sinistra si può planare sopra ai motori per poi trovarsi all’interno di un’ampia sala. Seguendo la scaletta si accede al ponte superiore; da qui si può uscire dalla porta posta in prossimità del camminamento, oppure continuare la risalita lungo le pareti per uscire, se l’ingombro delle attrezzature lo consente, dal lucernario sopra la nostra testa.
Sul ponte di prua invece appare immediatamente un lucernario che dava luce e aria alla sala macchie e una scala, parzialmente divelta, che conduce al ponte superiore.
I locali che furono destinati all’equipaggio sono facilmente accessibili. Realizzati a forma di “ferro di cavallo” sono tutti dotati di ampie finestrature verso l’esterno. Tuttavia il sedimento copiosamente adagiato all’interno delle varie stanze può comportare, per i meno esperti, difficoltà nella gestione dell’immersione.

Il troncone di prua
Il troncone di prua si trova a qualche centinaio di metri di distanza, conficcato sul fondale da cui svetta come una lama protesa verso l’alto.
Rappresenta una meta inusuale e poco battuta dai subacquei che preferiscono l’esplorazione della parte poppiera.
L’immersione risulta complessa per l’assenza di riferimenti e si articola tra i 37 e i 44 metri di profondità. Riteniamo poco interessante spingersi fino alla massima profondità dove la visibilità appare veramente compromessa; il relitto infatti stacca di soli 7 metri dal fondo a dispetto della parte poppiera, che elevandosi di circa 12 metri, offre aree meno influenzate dalla consistenza melmosa del fondale.
L’esplorazione va affrontata con un’immersione quadra con decompressione.
Il relitto è posizionato verticalmente, con la prua affondata nel fango.
Scendendo lungo la cima di pedagnamento ci accoglie da subito un nutrito branco di piccole ricciole che poco dopo si dilegua per lasciare il posto a tre minacciosi esemplari di maggiori dimensioni, poco intimiditi dalla nostra presenza.
Proseguiamo la discesa e dopo aver preso contatto con il relitto si raggiunge la massima profondità scendendo lungo quella che fu la murata di destra, verso la prua. Tenendo il relitto sulla sinistra, gli si gira attorno costeggiando inizialmente una grossa rete che lo avvolge e che ci guida verso le sovrastrutture del ponte per il dragaggio. Sono facilmente distinguibili due grosse ruote dentate, diverse travi, un grosso parabordo realizzato con uno pneumatico di trattore del diametro di paio di metri circa ripiegato sul ponte dell’imbarcazione.
Si giunge poi in prossimità di una voragine che si apre come fauci protratte verso l’alto, all’interno delle quali è facile lasciarsi cadere. È la parte prodiera di quella che fu la sala macchine. All’interno ci accoglie un ambiente scarno con le pareti percorse da tubature, caratterizzato da una finestra verso l’esterno proprio in prossimità della linea di taglio ed un termosifone visibilmente ancorato al muro. Di notte, negli angoli bui del locale è facile imbattersi in magnose, cicale di mare e aragoste.
Ci troviamo oramai in prossimità della cima di pedagnamento che ci permette di riconquistare la superficie.
L’immersione sull’Asia rappresenta per noi romani oramai una consuetudine, la nostra palestra per l’allenamento routinario, ma non per questo raccoglie meno fascino. Tra le due immersioni, chi vi scrive preferisce quella sul troncone di prua, forse perché meno usuale, forse perché – stante la ridottissima trasparenza delle acque – mantiene intatta un’aura di mistero e impenetrabilità.

Author: Claudio Budrio Butteroni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



Login