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Il problema della marine litter

Cominciate a leggere questo piccolo articolo. Nel tempo che impiegherete a farlo (un paio di minuti) in mare saranno stati scaricati circa due TIR di rifiuti, almeno 15 tonnellate.

A cura di Antonio Terlizzi. Foto Eleonora de Sabata/MedSharks.

Ogni anno nel mondo vengono prodotti qualcosa come 300 milioni di tonnellate di plastica di cui circa 8 milioni finiscono in mare. Ogni anno. Per capirne la portata si può pensare che, secondo uno studio pubblicato sulla autorevole rivista Science, con questo tasso di immissioni di rifiuti in mare, il peso della plastica marina in mare nel 2050 eguaglierà la biomassa della fauna ittica. Ci sarà più plastica che pesci negli oceani. É il problema della marine litter, uno dei fenomeni, a scala globale, di alterazione degli equilibri dell’ecosistema mare che, per i rischi all’ambiente, all’economia alla salute umana, può essere paragonato solo al problema dei cambiamenti climatici.
La marine litter (ML), letteralmente “spazzatura marina”, è costituita da qualunque materiale o manufatto solido persistente di origine antropica, scaricato deliberatamente o introdotto accidentalmente in mare o lungo le coste. Il 95% della ML è composta da materie plastiche. Il resto è metallo, vetro e materiali di altra natura (es. legno).
La Segreteria della Convenzione sulla Biodiversità ha affermato che la ML rappresenta una delle maggiori minacce per la biodiversità marina e ha rilevato la necessità di comprendere il potenziale impatto di questi detriti e di stabilire le necessarie misure di mitigazione e gestione del fenomeno. La ML è anche uno dei descrittori (Descrittore 10) indicati nella Strategia Europea per l’Ambiente Marino (Marine Strategy Framework Directive, MSFD), che mira al raggiungimento e mantenimento del buono stato ambientale (Good Environmental Status, GES) dei mari europei entro il 2020.
Molte specie marine, come, ad esempio, cetacei, uccelli, tartarughe, pesci e invertebrati possono ingerire i detriti che costituiscono la ML, soprattutto il materiale plastico. L’ingestione può avvenire accidentalmente, ad esempio durante l’attività predatoria, o deliberatamente, se il materiale è confuso con le prede naturali (es. la tartaruga che confonde un sacchetto di plastica con una medusa). Solo in Mediterraneo un milione di uccelli marini muoiono ogni anno per conseguenze dovute all’ingestione di plastica.

Il detrito plastico può inoltre ridursi in frammenti molto piccoli (i.e., < 5 mm, microplastiche) a causa della degradazione e della frammentazione meccanica, aumentando la probabilità di ingestione da parte degli organismi marini. I frammenti microplastici possono contaminare sia la colonna d’acqua sia i sedimenti sul fondo. Questi frammenti, ingeriti da numerosi organismi marini, possono entrare nelle reti trofiche con potenziali ripercussioni sugli ecosistemi e sulla biodiversità. Di fatto, i detriti della plastica, oltre ad assorbire sulla loro superficie molecole di composti inquinanti idrofobici (PCB, DDT e suoi metaboliti), nei processi di degradazione rilasciano delle sostanze (quali ftalati, bisfenolo A, PBDE, alchilfenoli) che si ritrovano al loro interno come elementi stessi della plastica e, in quanto additivi, aggiunti durante i processi di lavorazione. A oggi, i potenziali impatti ecotossicologici dei materiali plastici e dei loro derivati, sia a livello meccanico sia a livello chimico (i.e., ftalati e bisfenolo A), sull’ambiente marino sono pressoché sconosciuti ma si stima che la loro portata, soprattutto sulle modalità di crescita, maturazione sessuale e sviluppo larvale sia enorme.
Altre conseguenze legate alla ML includono alterazioni della struttura di comunità, danni alle formazioni coralline, e facilitazione dell’invasione da parte di specie aliene trasportate dalle plastiche flottanti. Tra la ML, i manufatti come le reti da pesca abbandonate o perdute sono tra i materiali più pericolosi. Le reti, infatti, continuano a catturare organismi per molto tempo causandone la morte o il ferimento.
Nel Mar Mediterraneo stime recenti quantificano la macroplastica in mare in circa 500 tonnellate. Le categorie principali di ML includono le materie plastiche in generale, oggetti per l’igiene (soprattutto bastoncini ovattati), mozziconi di sigarette, bottiglie e imballaggi vari, reti e attrezzi da pesca abbandonati o persi. Il materiale sembra essere in larga parte di origine terrestre, proveniente dagli scarichi di reflui e dalle attività turistico-ricreative, soprattutto nella stagione turistica. La mancanza d’informazioni sulla ML riguarda principalmente la quantificazione e classificazione del detrito, la sua origine e trasporto, l’impatto sui fondali e la colonna d’acqua, la quantificazione della contaminazione da microplastica e l’impatto degli attrezzi da pesca relitti.
Il problema forse più grande è che lo studio delle conseguenze del fenomeno e le azioni per contenerlo viaggiano ad una velocità significativamente più bassa della nostra continua immissione di plastica. Paradossalmente, se oggi smettessimo di colpo di scaricare plastica in mare, il problema andrebbe avanti ancora per centinaia di anni con i frammenti della plastica stessa già presente. Le misure da adottare sono quindi drastiche severe e soprattutto rapide. Per adesso se ne parla. E i minuti passano…

About Antonio Terlizzi

Napoletano di nascita, Antonio Terlizzi è docente di ruolo di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento, Lecce, ed è ricercatore Associato alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. La sua attività scientifica, supportata da più di 100 pubblicazioni su libri e riviste internazionali, è focalizzata sull’impatto delle attività umane sulla biodiversità marina. Collabora con diverse Aree Marine Protette su problematiche inerenti la gestione della pesca. Fa parte del consiglio direttivo dell’AIOSS, Associazione Italiana Operatori Scientifico-Subacquei e da oltre un decennio è designato dalla FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee) quale membro della commissione scientifica in qualità di Biologo Marino. Ha al suo attivo centinaia di immersioni a fini scientifici ed è Istruttore di Pesca in Apnea FIPSAS.
Antonio Terlizzi

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