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Il Principe sottomarino

La subacquea mondiale affonda le radici nelle imprese cinematografiche di un personaggio straordinario che ci ha lasciato qualche giorno fa. Regalandoci quest’ultima luminosa immagine di sé. È il principe Francesco Alliata di Villafranca.

A cura di Romano Barluzzi in collaborazione con Laura Gaffuri, Rossella Paternò, Emanuele Valli. Foto storiche di Panaria Film

Un giorno d’estate, coast to coast da Siracusa a Palermo. Per raccontare questa storia che come ogni storia che si rispetti comincia in realtà tanto tempo fa. Ebbe inizio quando perfino le parole erano differenti e le attività “subacquee” non si chiamavano ancora così bensì “sottomarine”. E le parole non mentono a chi sa ascoltarle. Oggi che pure i nomi sono cambiati stiamo attraversando una Sicilia che l’autostrada lesionata ha improvvisamente fatto ritornare troppo vasta e il pensiero vola a cosa potesse significare filmare la Sicilia dell’immediato dopoguerra, le tribolazioni delle sue genti, le deturpazioni delle bombe, il sopravvivere di mestieri millenari. Il suo mare. E di come e perché in tutto ciò potesse venire in mente a qualcuno di ficcanasare per la prima volta al mondo sotto la superficie di quel mare sconosciuto con una cinepresa professionale. Avevo sognato a lungo di chiederlo a quel qualcuno in persona, proprio a quel “principe delle immagini” – come Gaetano Cafiero lo chiamò nel suo libro su di lui per Magenes editore –, cioè al principe Francesco Alliata di Villafranca, pioniere della cinematografica subacquea, fondatore della leggendaria “Panaria Film”. Un vero principe, forse l’ultimo della più autentica aristocrazia siciliana. E finalmente il mio percorso si compie: come per magia mi trovo davvero nella sua dimora, a Villa Valguarnera, in piena Bagheria. Nomi e luoghi già di per sé evocativi di tutto ciò che può venire in mente al solo pronunciarli… dinastie e servitù, ville monumentali e umane miserie, scorci di bellezze d’altri tempi e sentori di mafia. Un filo teso tra meraviglie e degrado. A ogni volgere di sguardo qui si respira tutto questo e molto altro. Ma una volta oltrepassata la cinta di questa magione settecentesca c’è spazio solo per lo stupore: il mio, che ero lì per la prima volta; e quello dei due amici di viaggio Laura ed Emanuele che, essendoci già stati appena due anni fa, possono constatare il miglioramento evidente, un vero ritorno allo splendore, un successo delle quattro generazioni di Alliata che oggi abitano la villa e in particolare della dedizione della figlia di Francesco Alliata, la principessa Vittoria. Ed è proprio lei che ci introduce al cospetto del principe, dopo breve attesa nello splendido terrazzo che dà sul retro della villa, orientato verso l’azzurra distesa da cui a quest’ora si leva una caratteristica e provvidenziale brezza salmastra. Del principe mi colpiscono subito gli occhi di mare e i modi semplici, gentili, determinati non meno delle sue prime cortesi parole. Entriamo tutti e ci sistemiamo davanti a un tè al cardamomo e miele di loro produzione, un tè arabo servito freddo in grandi bicchieri di un vetro verdeazzurro che mi ricorda quello delle coppe siriane rinvenute a bordo di certi relitti antichi. La principessa Vittoria da questo momento in poi non cesserà mai per tutta l’intervista di cingere amorevolmente con il braccio il padre da dietro la spalliera del divano, una presenza dolce e intensa in grado di stimolarlo e rassicurarlo al tempo stesso, una premura utile dati gli inevitabili acciacchi dei quasi 96 anni del principe. Il tè si rivelerà squisito ed è lui stesso a elogiarlo per primo, mentre ha già iniziato il racconto da quando… «Costituimmo anche il “Circolo siciliano cacciatori sottomarini”. Non osammo chiamarli “pescatori” perché era una forma di caccia, perché avevamo un fucile. Dunque avevamo avuto molti dubbi su che nome dare a questo tipo di arte. E alla fine nacque appunto quel cortometraggio “Cacciatori sottomarini”.

Nei primi documentari sottomarini che facemmo nel ‘46 andammo alla scoperta dei vari segreti del mare e naturalmente ci furono una quantità di sorprese, anche molto oltre quelle che ci aspettavamo comunque. Perciò talvolta erano le straordinarie forme di vita, le maestose cernie. Talaltra erano i reperti di antichi naufragi. Oppure c’erano le manifestazioni sottomarine del vulcanismo sommerso. Ma il motivo conduttore vero era che ci spingevamo noi stessi a inventarci le soluzioni per i vari problemi che di volta in volta si andavano presentando. Era una continua ricerca. Perfino le attrezzature per equipaggiarci all’immersione ce le siamo costruite e assemblate da soli, talvolta inventandocele di sana pianta. Spingerci sotto il mare era un modo per vivere in un altro mondo. Nello spazio di qualche istante, quando c’infilavamo sott’acqua, quell’azione diventava un tramite per passare da un mondo ad altri mondi. Non so se qualcuno di loro (voi) ha provato…»
Si, principe, tutti noi ci siamo “ammalati” così di subacquea…
Lui sorride divertito e annuisce confermando «esatto, è così… è più una malattia!»
Le venne in mente subito di realizzare immagini filmate subacquee?
«Non soltanto l’attività sottomarina fu un’azione subitanea e di pari passo immediata fu la videoripresa, ma all’epoca io e i miei colleghi, soprattutto Pietro Moncada di Paternò e via via anche gli altri, ne facemmo fin dall’inizio una vera e propria ragione di esistenza.
A un certo punto eravamo colmi di diplomi al merito per quante cose avevamo fatto e documentato sott’acqua.
E’ stata proprio una meravigliosa avventura!»
Che cos’era fare cinematografia nella Sicilia di quell’epoca?
«Allora si facevano continue scoperte e innovazioni nel campo delle riprese filmate e del cinema. Era tutto un mondo da scoprire, da creare. Mettevamo grandi attenzioni nelle tecniche di ripresa, ai chiaro-scuri, perciò le ombre e le luci. E poi le soggettive. Per non dire delle illuminazioni artificiali!
Io m’ero molto attrezzato presso il Comando Militare dove fui assegnato per 5 anni e dove avevo inventato prima “le Serate retrospettive”, una sorta di cinema d’essai per i militari e poi il “Nucleo di ripresa” che comandai durante tutta la guerra. Quando mi ricomperai la mia Arriflex trovai il modo di rendere stagna quella stessa cinepresa su cui avevo fatto tanta esperienza nelle riprese di guerra. Sa, filmare attimi come la distruzione del Duomo di Messina appena finito di ricostruire dopo il terremoto e i bombardamenti che l’avevano preceduto e accompagnato su tutta la Sicilia non era cosa da poco. Lo sbarco – che mi fu vietato di riprendere, come spiego nelle mie memorie – avvenne con 1.600 navi, nella costa sud dell’isola, a Gela, a Sciacca. La guerra fu terribile e per noi disastrosa, nessuno poteva pensare all’epoca di arginare una simile offensiva dal mare.
Io seppi 10 giorni prima dello sbarco, sapevamo anche la data esatta, ma fu ugualmente una disfatta, soprattutto del fascismo e dell’hitlerismo, un tale annientamento che abbatté qualsiasi velleità di grandezza di Mussolini.
Tuttavia, malgrado le devastazioni, fare cinema e documentaristica in Sicilia nel dopoguerra fu oltremodo irresistibile. C’era una enorme quantità di spazio operativo per realizzare cinematografia di qualità. Potevamo sperimentare a volontà. C’inventavamo continuamente delle novità. E le storie erano lì, sul campo, ovunque… nelle genti, nei mestieri, nei territori, nel mare. I nostri attori, le nostre comparse, erano le persone stesse del posto. Non c’era bisogno di chieder loro di recitare, bastava interpretassero se stesse…
Avemmo anche grandi sostenitori e dei consulenti come i fratelli Randazzo, nel negozio di Palermo, dai quali ci fornimmo di tutto ciò che era possibile in quel momento. Il materiale così si andava moltiplicando e al tempo stesso ci faceva scoprire nuovi orizzonti ogni momento, continuamente.
Avemmo le possibilità e le opportunità per realizzare quello sconfinato potenziale e lo facemmo. Per la prima volta al mondo inventammo il modo per rendere realtà quel sogno.»

Il mare era un nuovo orizzonte?
«Esatto, anzi era qualcosa di più, era un insieme di nuovi orizzonti. E noi – per primi – andammo a prenderceli.
In quel cammino trovavamo anche nuovi amici e compagni con cui avevamo stabilito un rapporto chiuso di collaborazione stretta, fedele e felice.»
Va bene, foste i primi… e su questo non ci piove! Ma che effetto fa oggi sapere d’esser stato il primo?
(Al nostro principe dev’essere piaciuto quel “su questo non ci piove” e lo ribadisce divertito, con un sorriso di soddisfazione che si fa quasi impertinente…)
«Esserlo stato è un qualcosa che non si dimentica e si commenta da sé. Tutta la nostra produzione, tutto ciò che abbiamo realizzato e mostrato, sta lì a testimoniarlo. Ed è bello aver segnato il tempo raccontando il mare con le immagini filmate, aver aperto nuove vie alle forme d’espressione, alla comunicazione. Che poi in tanti hanno seguito, ovunque nel mondo, in innumerevoli altre produzioni. Lavori che però avrebbero recato per sempre l’impronta di quella nostra spensierata e ardimentosa intraprendenza da pionieri!»
Vi divertivate dunque?
«Proprio così! Ci divertivamo, soprattutto. Moltissimo. Perfino sapendo che rischiavamo la pelle tutti i giorni, ogni volta.
C’erano note tante sventure capitate ad altri subacquei “della prima ora”, diciamo così… Eppure perfino questo faceva parte del gioco, non è mai stato un deterrente tale da indurci a desistere. La passione era più forte!»
Temevate più gli squali o l’embolia?
«L’embolia senz’altro, per l’eccesso delle permanenze sott’acqua. Perché ciò che si ignorava su cosa succedesse nell’organismo respirando sotto il mare era molto, molto più di quanto si sapesse. E c’era sempre il rischio di sbagliare senza neppure rendercene conto. Perfino la compensazione dell’orecchio era un mistero che nell’immersione col respiro trattenuto s’infittiva ancor di più. Fortunatamente dalle ore in apnea e da tanta temerarietà ho avuto come unica conseguenza la sordità!
Gli squali no, non sono mai stati un problema. Erano rari già allora… sono stati spazzati via da secoli di pesca, di frodo e ufficiale!»
Come mai proprio le Eolie come primo set cinematografico?
«Avevamo prima cercato di operare a Ustica e su altre piccole isolette dei dintorni di Palermo, che già erano magnifiche, ma le Eolie costituivano un autentico “Paradiso del mare”, di una bellezza tanto sconfinata quanto selvaggia. Assoluta. Così il nome stesso della società di produzione cinematografica che fondammo, la “Panaria Film”, lo prendemmo da quei luoghi.
Con la mia cinepresa Arriflex 35 mm, tedesca della casa Arri – unione delle iniziali di Arnold e Richter – che ero riuscito a scafandrare in ottone per poterla azionare in immersione feci il resto… era la sola apparecchiatura in grado di rendere appieno la bellezza delle immagini naturali che coglievamo. Ho ancora tutto funzionante, conservato qui a Villa Valguarnera, dove è nata la “Panaria Film” e dove l’omonima fondazione culturale alla quale ho donato tutto il materiale ha intenzione di realizzare un museo multimediale.»
Per quanto tempo potevate filmare là sotto in una sola immersione?
«Dipendeva dalle situazioni in cui ci trovavamo e da cosa dovevamo realizzare in quel momento. E anche dalle condizioni ambientali, dalla temperatura dell’acqua. Perché sa, eravamo giovani leoni, ma non invulnerabili… e le protezioni erano quel che erano. Nei primi tempi si andava in apnea, poi – modificando un Aro – elaborammo un marchingegno ad aria per respirare sott’acqua… Tutto ciò proprio per assicurare alle riprese filmate tempi d’immersione sufficientemente lunghi.»
Dopo la prima scelta del Mediterraneo avete frequentato altri mari?
«Certo… Per esempio facemmo noi a nostre spese anche la prima spedizione al mondo in Mar Rosso, capitanata da Bruno Vailati, producendo il film “Sesto Continente”, per il quale scelsi un giovane promettente al quale insegnare le riprese subacquee: si chiamava Folco Quilici…»
Un’ultima domanda, poi non la stanchiamo più… La sua maggior soddisfazione in ciò che fece?
«Essere riusciti a fissare le immagini subacquee con la cinepresa! Era un modo per rendere eterni quei momenti, quelle riprese. Ciò che avevamo potuto vedere noi da quel momento in poi avrebbero potuto vederlo tutti, per sempre, grazie alle riprese che avevamo creato noi imprimendole nella pellicola e rendendole così riproducibili. Fu qualcosa in grado di dare senso a un’esistenza.»
Poi lo vediamo alzarsi e prendere commiato da noi esclamando con malcelato sollievo «…mi avete “torturato” abbastanza, ora ho voglia solo di un bel lettuccio comodo e accogliente che finalmente mi dia ristoro!»
Sul momento credo d’aver pensato a una successiva ulteriore opportunità d’incontro con lui e che sarebbe stato bello cogliere la sua espressione alla lettura di questo articolo.
Invece, di lì a pochissimi giorni dai momenti di quest’ultima intervista, il principe sottomarino Francesco Alliata di Villafranca ci avrebbe salutato per sempre.
Certo, avremmo potuto aspettarci più informazioni, ricchi dettagli, mirabili aneddoti. Aperture maggiori. Ma in fondo li ha già resi patrimonio comune nel suo libro di memorie “Il Mediterraneo era il mio regno”, Neri Pozza editore, con l’editing della figlia principessa Vittoria, uscito appena qualche giorno prima della nostra chiacchierata con lui, un saggio – un documento – straordinario come l’esistenza non comune di quest’uomo. Avremmo potuto sperare che la stanchezza dell’età e le condizioni di salute non avessero preso così presto il sopravvento sul nostro incontro rendendolo a tratti faticoso e stentato nel dialogo. Eppure… Mettendomi ora a riascoltare le sue parole registrate per trascriverle, gli rivedo illuminarsi quei suoi occhi di mare nel sorriso più compiaciuto e simpatico dell’universo e tanto basta a farmi sentire fortunato forse allo stesso modo di come dovette essersi sentito fortunato lui quando filmò per primo al mondo da sotto la superficie del mare un pesce spada nuotare libero nel suo ambiente naturale. Allora mi sorprendo a pensare che ogni ricerca è un incontro non stimabile in distanze né in tempo ma in come può cambiarci dentro. Capita così che dopo la ventura di un incontro del genere affiori comunque una maggior consapevolezza dell’unicità nostra e di ciò cui destiniamo noi stessi, la nostra vita. Di ciò che facciamo con dedizione, di ciò che amiamo. Del fatto che dobbiamo rispetto alle nostre passioni, a tutte le passioni più vere. Alla loro sacralità, per noi salvifica più spesso e profondamente di quanto possiamo immaginare o prevedere. Pensiamoci ogni volta che ci infiliamo muta, maschera e pinne, ogni volta che azioniamo la nostra action-camera grande quanto un accendino, con le sue inesauribili lucette led. Perché quella in quell’attimo ridiventa un po’ la nostra – la sua – ingombrante, fascinosa, difficile, carissima Arriflex 35 e la fa rivivere nelle nostre mani. Perché – come scriveva un altro principe, in quel “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry che in tanti abbiamo letto ma in troppi dimenticato – “è il tempo che hai dedicato alla tua rosa che fa di lei una rosa così importante”. (R. Barluzzi, intervista del 24 giugno 2015)

Breve profilo del principe della Panaria

Anticipiamo in questo box un “chi è” di sintesi giusto per orientare i nostri lettori. Il principe Francesco Alliata di Villafranca ha legato la sua maggior notorietà alla storia delle cronache da dolce vita del tempo, allorché girava il film “Vulcano” (1950) protagonista Anna Magnani, il cui compagno di allora, il regista del film Roberto Rossellini, s’invaghì di Ingrid Bergman con la quale fuggì poco distante a girare il film-clone “Stromboli”, ingenerando nel gossip dell’epoca la cosiddetta “guerra dei vulcani”. In realtà Francesco Alliata era arrivato alla produzione di film importanti con cast internazionali (come in seguito fu anche “La carrozza d’oro” ancora con Anna Magnani, per la regia di Luchino Visconti, prima, e di Jean Renoir, dopo cacciato Visconti…) e alla costituzione della celeberrima “Panaria Film”, girando documentari sulla Sicilia e il suo mare degli anni tra il 1946 e il 1949. E proprio in quei documentari fu pioniere assoluto in particolare delle riprese sottomarine, insieme ai compagni d’avventura detti appunto “i ragazzi della Panaria” Pietro Moncada di Paternò, Renzo Avanzo, Quintino Di Napoli e in un secondo momento Fosco Maraini, cioè realizzò per primo documentaristica subacquea con tecniche di cinematografia leggendarie che diventarono oggetto di studio in ambito accademico. Dieci anni prima del comandante J. I. Cousteau.

Prima anche del regista Folco Quilici, che fu suo allievo. Ma, sempre in chiave con il proprio essere eclettico e ardimentoso, tramontato il periodo in cui era arrivato ad accarezzare il sogno d’una Cinecittà siciliana, Alliata seppe dedicarsi anche ad altre imprese non meno importanti per il mercato del lavoro e per rappresentare i valori della sicilianità nel mondo, come la surgelazione degli alimenti e la produzione di gelati artigianali in scala industriale. Nell’introduzione al suo libro “Il Mediterraneo era il mio regno”, Stefano Malatesta scrive: “Fin da ragazzi venne chiarito a lui e agli altri figli che il privilegio (della nobiltà) non stava nel comportarsi in maniera stravagante o dispendiosa, ma nella possibilità di coltivare le belle arti, l’archeologia, la musica, la pittura. Il peccato maggiore era non far nulla.” Più di recente s’è dedicato al recupero – anche in termini legali circa la proprietà – e alla rivitalizzazione di Villa Valguarnera, salvaguardandola assieme alla figlia Vittoria tanto da tentativi d’intromissione mafiosa quanto da indebiti impedimenti burocratico-amministrativi di matrice politica. La Panaria con le sue attività non raggiunge il 1960 e cade in una sorta di letargo, rischiando l’oblio del tempo. Invece, a partire dal 1993, per merito soprattutto dell’iniziativa di Rita Cedrini, si assiste a un recupero dei materiali e dei contenuti dimenticati che innesca una serie di partecipazioni a eventi, rassegne, manifestazioni capaci di riportare in luce gli splendidi trascorsi della Panaria Film, fino all’odierno progetto di museo multimediale. E’ un ritorno alla notorietà per il principe e per tutti i protagonisti di quella straordinaria avventura culturale. Una meritatissima rinnovata fama che giunge fino ai giorni nostri grazie alla pubblicazione del libro rammentato nell’articolo “Il Mediterraneo era il mio regno”, di fatto la biografia di Francesco Alliata principe di Villafranca.

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

Comments (3)

  1. Massimo De Mari ha detto:

    Quando la scrittura sapiente supporta un autentico coinvolgimento e la passione il risultato per il lettore non può essere che la commozione. Bravo Romano!

  2. Mario Galasso ha detto:

    Tutto bene salvo questo cerimonioso e servile sottolineare continuamente i titoli di principe e di principessa, dimenticando che la Costituzione ha spazzato via re e nobiltà feudale e recente. Si deve apprezzare un uomo per le sue azioni, non per un titolo o per le sue ricchezze.
    Ma si sa, servi si nasce, salvo riscattarsi e diventare liberi e servi solo dei propri princìpi, non di prìncipi.

    • Romano Barluzzi ha detto:

      Caro Mario Galasso, il suo distinguo tra “prìncipi” e “princìpi” ci farebbe venire in mente storielle di esercizio d’italiano scritto sul tipo del detto “si vive d’istanti e d’istinti, ma anche distanti e distinti”, se non fosse che accostare il progetto di “SerialDiver” e di “MediAterraneum” a qualsivoglia forma di servilismo in un articolo del genere ci pare proprio di chi non abbia letto nulla di tutto il resto che abbiamo già pubblicato.
      In tal caso la invitiamo a farlo e magari scoprirà di quante cose ci siamo già occupati in maniera così libera da vincoli e padroni da fare invidia a molti, sicuramente ai periodici cartacei, dei quali – a scanso di equivoci con quasi tutti gli altri siti web – ci siamo dati per scelta la medesima configurazione di testata giornalistica registrata in tribunale.
      Ci sarebbe peraltro anche da dire che l’abolizione costituzionale dei titoli nobiliari è entrata in vigore il 1° gennaio 1948 e che a quel momento la maggior parte delle primissime imprese cinematografiche subacquee del principe Alliata erano già state compiute o comunque avviate, com’è chiaramente riportato nell’articolo.
      Ma il punto è un altro e consiste nel fatto che la testimonianza del protagonista e di tutti i materiali della Panaria Film traccia i contorni di una vicenda tutta italiana che intreccia come nessun’altra la cultura, la tecnica, la comunicazione e le attività subacquee e che solo usare determinati appellativi al posto di altri, evitando di ometterli, ci avrebbe permesso di contestualizzare al meglio la storia dell’epoca proprio come meritava, riportando esattamente le atmosfere di quando perfino nel parlare si era differenti.
      Tutto ciò per farla conoscere, quella storia, nella convinzione che i subacquei italiani tutti dovessero esserne più consapevoli e fieri e con ciò apprezzarne e tramandarne i valori.
      Perché, vede, talvolta… “princìpi” e “prìncipi” coincidono. Ben oltre i titoli.

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