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Il mostro nella grotta

«…ma se i frati che vi avevano dimora in passato avessero potuto immaginare ciò che i nostri occhi ora vedono, forse, al posto del mostro, oggi avremmo la leggenda della sirena…». Ecco a voi “Isola del Garda”,  l’immersione top di questo lago.

A cura di Isabelle Mainetti. Foto Pino Piccolo

Isola del Garda, o Isola Borghese. Storie antiche e segreti che mai saranno svelati accompagnano l’immersione in questo sito, detto appunto l’Isola Borghese, in provincia di Brescia. Una piccolissima isoletta, ma la più grande del lago di Garda, dal rinvenimento di resti di templi votivi e da numerose lapidi gallico-romane si è dedotto fosse abitata fin dall’epoca romana. Curioso è che – come indicato da fonti – fosse per lunghi periodi addirittura rifugio di pirati – tra un assedio all’altro – dalle imbarcazioni che lo attraversavano. Paiono favole o leggende, ma questa è la sua umile e al contempo ricca storia. Nell’879 fu concessa proprietà ai frati monaci da cui prese allora il nome di “isola dei frati”; per poi passare di proprietà a nobili signori, intorno al 1180. Nel 1220 persino San Francesco d’Assisi arrivò sull’isola dove si fermò facendosene donare una parte, ritenendola perfetta per il suo romitorio e per quello dei frati, scegliendo così di fare una vita solitaria a contatto diretto col paradiso. Nel lato più settentrionale della scogliera, quindi, loro vivevano e meditavano. Nel 1304 non di meno il famoso Dante Alighieri vi fece dimora. “Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino pastore e quel di Brescia e ‘l veronese segnar poria, s’è fesse quel cammino” (Inferno, Canto XX). Ispirato anch’egli da questa isola incantata, non poté non dedicargli un angolo nell’inferno della Divina Commedia. Nel 1429 divenne a tutti gli effetti un monastero contornato da segreti mistici, paure e credenze dell’epoca. Venne costruita la chiesa, il chiostro, i giardini e le celle dando poi vita a una scuola di teologia e Filosofia in stile, per dare una vaga idea, del famoso film “Il nome della rosa”, ma non durò a lungo perché il monastero scese presto in declino. Napoleone Bonaparte in persona lo fece demolire creando così un trasferimento dietro l’altro di svariati titolari fino al giorno d’oggi proprietà della famiglia Borghese da cui prende il nome. Dimora di duchesse e luogo di intrighi, principesse scomparse nelle buie profondità in modi enigmatici, conti e avventure che si tramandano, diede origine a leggende d’ogni genere. A tramandarle in modo particolare, complici le paure più inconsce della solitudine e dell’esilio se pur volontario dei frati, che a mio parere trasformavano l’ignoto in mostri. Aleggiava – ed è solo un esempio, trascinatosi fino ad oggi – la convinzione che uno o forse più enormi esseri abitassero nelle fredde acque e nelle buie grotte sotto l’isola. Che un essere antico e crudele, divoratore solitario, si nascondesse veramente sotto la scogliera? Di questo ne hanno parlato perfino nella trasmissione televisiva “Mistero”. Qualsiasi cosa si voglia credere, una è certa, le pareti dell’isola sono tra le più belle e accattivanti della zona. Benché sia raggiungibile solo in barca, non perdo occasione, quando possibile, di andare a farvi un bel tuffo e – perché no – di cercare qualche indizio di leggenda. La profondità spazia tranquillamente oltre i 100 m. In base al tempo a disposizione e secondo il meteo si attracca davanti o dietro alla maestosa villa e oggi la mia immersione e quella dei miei buddy si svilupperà con la penetrazione della famosa – per chi è della zona – “grotta del Garda”… In realtà una vera grotta non è, piuttosto un attraversamento da un lato all’altro della parete sotto la grande villa. Il paesaggio è fiabesco, la villa in mezzo all’azzurro del lago è sublime e maestosa, avvolta inoltre da parecchia vegetazione anche tropicale … pare di essere altrove. Il gommone si ferma sul retro della villa al lato nord e prendiamo un albero a specchio dell’acqua come riferimento, lì sotto a circa 50 m c’è Lei, la grotta. Guardo la scogliera con piacere e con domande senza risposta fisso le inferriate che chiudono stanze o passaggi nella roccia… chissà perché ci sono, passaggi segreti o antiche prigioni?

Il dolce dondolio ci permette di prepararci con tranquillità, bibo 18/40 e le 2 stage decompressive. Pino come sempre scende con Isotta per fotografare, non sia mai che arriva il mostro del lago e non siamo preparati. Uno alla volta e via….nel blu, giù fino al buco. La parete è meravigliosa da subito con lastroni a strati orizzontali biancastri appena rivestiti da conchigliette di molluschi… amo queste calate verticali a braccia aperte senza apparentemente limiti. Mi sento libera e in sinergia con la natura, avvolta da un ambiente tutto da scoprire. La limpidezza dell’acqua esalta il chiarore delle rocce. Intorno ai 45 rallentiamo … Non dobbiamo perdere l’entrata che si trova circa a 50/52 m. Prima ho detto “buco”, si, perché è proprio di un grosso buco che si tratta, dove leggermente inclinati a testa in giù ci si infila. Due blocchi di pareti si scontrano una con l’altra creando un tetto a capanna e dando forma a questa piccola cavità che si sviluppa dopo. Le stages le teniamo entrambe affiancate da un lato per evitare di toccare e sollevare il sedimento del fondo. Parete bianca come il marmo, a tratti lucida, pulita. Evidenti stratificazioni con moltitudini di righe ondulate e armoniose evocano panna montata. Siamo dentro, nella “tana”. Sarà qui il mostro? Nessuna traccia. Mi guardo attorno. L’apertura è circa un metro o poco più in larghezza, come in una vera grotta. Emotivamente devi essere tranquillo e pronto, la sensazione è proprio quella di chiusura, la luce della superficie non filtra e quindi non ti indica l’uscita. Bisogna solo ricordarsi che è un breve attraversamento di un promontorio con l’uscita certa. Meglio comunque entrarci in pochi alla volta. Una bottatrice mi accompagna nel passaggio incantato ed essendo breve la traversata, rallento per godermelo centimetro per centimetro. Ogni volta è magico. Solitamente navighiamo con la parete a spalla sinistra, ma oggi preferiamo curiosare anche nel lato opposto con via chiusa che si abbassa come in una vasca. È un grosso gradino profondo che apparentemente dà nel vuoto. L’immagine è intrigante, un po’ come camminare sul marciapiede quando la strada alla nostra destra è stata ingoiata dalle viscere della terra; immagine cruda, ma credo che l’esempio possa rendere l’idea… e ormai la conosciamo anche alla cieca e ci muoviamo con tranquillità.

Nel girarmi alle strette smuovo un po’ il fondo e una nuvola bianca ci avvolge. Di Pino scorgo la sagoma ben delineata e facciamo divertiti retromarcia uscendo dalla parte opposta da quella d’entrata a una profondità di circa 60 m. Le luci della macchina fotografica sono forti e ci offrono lo spettacolo dell’immensa bellezza nel suo completo splendore. Una volta penetrati il “volto” si lascia guardare. Ricordo la prima volta che ci venni, nonostante fossimo già fuori dal passaggio, la conformazione che ci avvolgeva e l’incontro delle due pareti soprastanti ci dava l’idea di essere ancora all’interno e che proseguisse per molto. Bastava guardare, invece, in alto a sinistra per capire che non era così, ma…quante volte ci capita di gironzolare a testa in su! Mai parete a spalla sinistra e piano piano risaliamo. Il bello non è solo la grotticella ma, di questa immersione, ogni singolo centimetro merita di essere ammirato. Spaccature, buchi, inclinature … tutto è meraviglioso e se i frati che vi avevano dimora in passato avessero potuto immaginare ciò che i nostri occhi ora vedono, forse, al posto del mostro, oggi, avremmo la leggenda della sirena. Numerose terrazze troviamo al nostro rientro che danno forme varie, mai noiose, mai scontate, almeno per me; in alcune spaccature verticali riesci addirittura a infilartici fingendo di arrampicare e, pinneggiando a oltranza, arrivi alle delle reti che scendono come tristi tendoni, e che conferiscono quell’aspetto tenebroso tipico di storie di fantasmi che mi piacciono tanto. Il colore della roccia calcarea si fa più giallognolo, ma è sempre porosa, più morbide ancora le forme evidenziando la corrosione subita. Troviamo un po’ di corrente ma, pinneggiando contro in modo costante, terminiamo tranquillamente la nostra decompressione ed avendo sparato il pedagno come segnalatore, il gommone non tarda a prelevarci.
(Per questa immersione abbiamo impiegato scafandratura fotografica Isotta). 

About Isabelle Mainetti

Il classico maschiaccio con i tacchi a spillo. Faccio immersioni tecniche e in Trimix illimitato con il computer o la mnemonica. Mi piace “volare” guardando l’immensità del vuoto sottostante ed esaltarmi per i caratteracci delle pareti. Impazzisco per infilarmi nei relitti ascoltando le loro voci silenziose. Non sono donna, né uomo … sono sub! Amo gli sport, tutti! Amo l’energia e amo vivere la vita con intensità alla ricerca di emozioni. Istruttrice di aerobica e step per anni, ora uso i piedi come pinne … sarò finalmente diventata una sirena?
Author: Isabelle Mainetti

Comments (3)

  1. Fiorella Bertini ha detto:

    che dire….fantastica immersione….bravo il team…fa’ venire voglia di andarci…

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