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Il fotogiornalista del mare – parte 1

Intervista esclusiva a un grande personaggio, Adriano Penco, che ha fatto del fotoreportage marino la propria ragione di vita.

di Giorgio Anzil

Lo vedo lì, con la sua fotocamera al collo e l’inseparabile bandana che lo ha seguito in mezzo mondo. Il suo è un giornalismo fatto sul campo, ricco di spunti arrivati dallo studio del luogo, dalla ricerca del particolare. Un grande professionista che ha saputo fare di una passione una professione, dove l’amore per il mare è presente sempre, in ogni suo scatto, in ogni sua riga. Volendo fare un paragone calcistico, i suoi racconti erano un po’ come le telecronache dell’indimenticabile Nicolò Carosio: tu eri lì ad ascoltare la radio, ma in realtà ti sentivi sul campo e vedevi i giocatori che sfrecciavano sulle ali per andare a crossare. Ecco, tutte le volte che leggi un suo racconto ti sembra veramente di essere lì con lui e vivere le sue emozioni.
Oggi lo abbiamo incontrato in un momento di pausa tra le quotidiane sedute di fisioterapia che si alternano tra lavoro a secco e in piscina.
Adriano ci racconti cosa è successo?
Un incidente nel quale mai e poi mai ti sogneresti d’inciampare, in particolare poi dopo aver fatto immersioni per trent’anni in tutte le situazioni possibili e immaginabili. Mare mosso, bonaccia, in corrente, acque limpide e torbide, oceani, laghi, fiumi, sotto i ghiacci, profonde a tre cifre, di notte, insomma direi una bella panoramica… prendendomi qualche volta anche dei rischi. Tutti però messi a preventivo, quindi pronto a farvi fronte con un “piano B”. Non mi è mai piaciuto fare il fenomeno, men che meno sfidare il mare, di cui al contrario ho sempre avuto il massimo rispetto. E invece ci sono caduto dentro in pieno, con mani e piedi. La causa? Una risalita troppo veloce, nel tentativo di dare assistenza a un mio compagno d’immersione in difficoltà durante una tranquillissima immersione per diletto, la cui conseguenza è stata quella di prendermi una embolia midollare assai grave! Quello di aiutare un compagno d’immersione in difficoltà è un retaggio che probabilmente mi porto dietro da quando ancora facevo l’istruttore subacqueo, credo; oppure un lato del mio carattere che mi porta a porgere una mano a chi ne ha bisogno senza far troppi calcoli.
Ora come ti senti?
Sintetizzando? Da poco più di un anno e mezzo, come un cantiere con “lavori in corso”. Beh, l’autoironia non mi ha abbandonato nemmeno adesso che la posta in gioco è alta e di conseguenza lo è il mio futuro, a 360°. Se non ci rido un po’ sopra ci sarebbe di che demoralizzarsi. Mi sento bene. Lavoro sodo, fisioterapia sia a secco che in piscina a giorni alterni e, quando non sono nelle mani di professionisti, lavoro a casa dove ho dedicato un vano a palestra. Il morale è buono, la determinazione non mi fa difetto come è sempre stato in tutta la mia vita, nemmeno la speranza e la pazienza mi hanno abbandonato, anche se so che la strada per l’obiettivo che vorrei raggiungere è lunga, faticosa e prevede una meta lontana; ma non demordo e, come dico sempre alle persone a me più vicine, “state tranquilli, barcollo ma non mollo!”. Dove arriverò però nessuno lo sa! E questa è la cosa più dura da accettare e con cui devo convivere: l’incertezza. Lavorare e impegnarsi senza sapere fino a quando e quanto potranno esserci dei miglioramenti! Come detto però vado avanti, staremo a vedere.

Veniamo alla tua storia da reporter: come hai iniziato?
Tutto ha avuto inizio nel 1985, anno in cui sono divenuto istruttore subacqueo PADI. Dai corsi in città a quelli in centri sub il passo è stato breve, quasi naturale, oserei dire, in quanto in quegli anni l’attività subacquea iniziava a vivere un vero e proprio boom. Le opportunità di lavoro non mancavano; sempre più Tour Operator con l’ausilio di esperti del settore come gli Istruttori subacquei si erano andati specializzando in vacanze subacquee. In quel periodo la figura dell’Istruttore o Divemaster subacqueo godeva di un certo rispetto e credibilità, per cui venni incaricato di gestire due diving center. Uno da maggio a settembre a Filicudi nelle isole Eolie, il secondo nell’estremo sud di Sry Lanka durante i nostri mesi invernali. Ricordo questa parentesi della mia vita con grande gioia, basti pensare che per alcuni anni non ho avuto un cappotto o una giacca pesante nell’armadio! Quella che era stata la mia passione per il mare fin da ragazzo si stava tramutando in professione. Passione sviscerata, direi; insegnare l’arte e la tecnica dell’immersione mi piaceva smisuratamente, rappresentava a mio giudizio il tramite per far andare gli altri a godere delle meraviglie che l’ambiente sottomarino cela agli occhi dei più. Terminati gli esercizi che ogni sessione in mare aperto richiedeva, se c’erano le condizioni ovviamente, con i miei studenti dedicavo sempre alcuni minuti all’accurata osservazione degli organismi marini, dai più grandi ai più piccoli , incrostanti e non, sessili o pelagici. All’inizio degli anni Novanta i praticanti della subacquea continuavano a crescere, quella che per me rappresentava un’attività meravigliosa perché mi permetteva di conoscere e vivere un ambiente che non è naturale per l’uomo, lentamente (ma nemmeno tanto) stava diventando per altri lo sport del momento. Molti dei subacquei con cui m’immergevo passavano più tempo a guardare il computer e le profondità raggiunte anziché prestare attenzione all’ambiente che li circondava. Dio, che rabbia! Io m’impegnavo moltissimo per stuzzicare l’interesse verso gli abitanti di quel mondo silente e brulicante di vita e colori, ma questi per tutta risposta avevano occhi solo per i display dei loro computer facendo a gara per chi avrebbe avuto i tempi più lunghi di decompressione. Come se tutto questo Creato si potesse ridurre a metri e minuti! Continuavo comunque a essere ossessionato dalla volontà di far conoscere le peculiarità dell’ambiente marino, se non ai sub almeno al resto del mondo che sott’acqua non ci va. Che fare allora? La mia idea fu quella di portare fuori dall’acqua le meraviglie che vedevo, per trasmettere così le emozioni e l’eccitazione che il mondo sommerso poteva dare, o meglio che a me dava! L’unico mezzo a mia disposizione era la macchina fotografica. Mi venne regalata da mio fratello una Nikonos IV, obiettivo standard da 35mm, flash Nikon. Nel mio piccolo e con molta umiltà iniziai a mettere su una serie di diapositive che andavo a proiettare nei vari circoli sub per promuovere le destinazioni nelle quali operavo io. Cercavo di individuare un tema, creare un filo conduttore che in conclusione della serata potesse stimolare l’interesse del pubblico e magari pure qualche prenotazione per la stagione a venire! Le mie fotografie venivano molto apprezzate ed avevano più successo delle prenotazioni. Ormai la metamorfosi era in atto, mi stavo allontanando sempre più dalla figura di istruttore d’immersione per vestire quella del fotografo subacqueo. Stimolato e sostenuto dagli amici più cari ho iniziato così a partecipare a concorsi e gare di fotografia subacquea; dapprima nell’hinterland genovese e regionale, poi nazionale e infine internazionale, raccogliendo vari successi e lusinghieri piazzamenti. Naturalmente i tempi della Nikonos IV e del 35mm erano già stati superati, scalzati da fotocamere scafandrate. In quelle occasioni le testate delle riviste specializzate o di settore erano sempre presenti con personaggi di punta delle varie Redazioni se non con i rispettivi Direttori, per cui fu relativamente semplice chiedere o offrire collaborazioni fotografiche. Sta di fatto che per far fronte ai primi repotage che mi vennero commissionati iniziai anche a vedere che cosa c’era fuori dall’acqua. “Un reportage di viaggio anche se subacqueo”, mi dissero direttori e caporedattori “deve comunque illustrare che c’è lì intorno, perché non sempre gli accompagnatori dei sub sono a loro volta subacquei”. Seguii questo insegnamento come un credo, studiando ed applicandomi alla ricerca di inquadrature che potessero raccontare un momento della vita o un luogo prima ancora che esso potesse essere illustrato dal verbo. Tutt’ora sono convinto che un buon reportage può essere raggiunto solo con foto e didascalie. La veste del fotogiornalista mi resi conto immediatamente che era la mia seconda pelle, mi calzava benissimo, avevo trovato la mia dimensione e quindi decisi che da quel momento sarebbe stata la mia professione negli anni a seguire.

Continua

About Giorgio Anzil

Nel ‘64 tiravo il primo strillo perché tolto dal liquido materno. Nel ‘76 il primo approccio con gli autorespiratori, per poi farne una ragione e uno stile di vita. Affascinato dalla fotografia e dalle riprese subacquee, lascio il tutto perché ispirato di più dal trasmettere le nozioni e le esperienze acquisite in decenni di tuffi, confrontandomi con l’insegnamento...
Giorgio Anzil

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