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Il Corsaro, lo Squalo & altre storie

Un omaggio appassionato a un diving center, a un Re del Mare e al suo mondo unico. Che – pur senza nulla voler togliere agli altri – ha fatto buona parte della storia delle immersioni. Attraverso i subacquei famosi e meno noti che son transitati di qui. Lasciandoci ognuno tracce di cuore.

Di Romano Barluzzi. Foto Marco Puccini, Amedeo Carminati, Dario Gazzi

Una volta chiesi al Corsaro – al secolo Alfredo Guglielmi, titolare storico del “Centro Sub Il Corsaro” in località Pareti, comune di Capoliveri, all’Isola d’Elba – cosa ci facessero sulla sua scrivania tutti quei coupon omaggio per viaggi subacquei intorno al mondo evidentemente mai sfruttati. “Che ci faccio io, in giro per il mondo, quando è tutto il mondo che passa di qui? E se quando vengono poi non mi ci trovano?”
La voglia di prendere – e prendersi – in giro sempre a fior di pelle, quella predisposizione genetica dei toscani che tutti “amano e odiano” e pochi gustano in ogni sfumatura quanto solo i toscani veri sanno fare… L’intima certezza di sentirsi davvero bene solo qui, nella “sua isola”, quella stessa Elba che Jacques Mayol ebbe a definire “l’isola perfetta”. E poi gli occhi spesso persi sul mare, sul “suo mare” – di cui riprendono colori e umori – e un piede a terra e l’altro sulla sua amatissima barca…dove per molti anni ha vissuto forse più che tra le mura di casa. Questo – ma anche molto, molto altro – è il Corsaro. Un autentico “Re del Mare” come pochissimi ce ne sono rimasti. Forse l’ultimo. Però meglio andare con ordine, che un po’ di storia non guasta mai…

La storia del diving: primo in tutto
Il primo vero e proprio diving center italiano all’Isola d’Elba, creato nel 1970-1971, dove ce n’era stato uno di tedeschi. Il primo con licenza all’accompagnamento in immersione delle autorità marittime di zona, dal 1973-74. Il primo ad aver organizzato i più strabilianti record d’immersione in apnea dell’epoca, dal 1973 al 1983, giusto per limitarci all’esempio di quelli con Jacques Mayol. Il primo ad aver ospitato gli esami istruttori in mare della nuova era FIPSAS (quella post-Marcante) già nel 1985. Il primo ad aver appoggiato rilevamenti scientifici sull’apnea profonda, specie nel citato decennio Mayol 73-83, con nomi come i professori Giancarlo Oggioni Tiepolo, Piergiorgio Data, Alessandro Marroni… Il primo ad aver assistito una donna – Angela Bandini, 1989, “Operazione Sirena” (con “I Ragazzi del Lago”) – fino a quel suo vertiginoso exploit a 107 metri di profondità, nell’apnea profonda che si sarebbe poi chiamata “no-limit”. Il primo dove nel 1996 si tenne il primigenio corso istruttori di Apnea Academy, didattica nata e cresciuta dalle esperienze di record fatte qui con Umberto Pelizzari (con il “coach” Massimo Giudicelli) a partire dal 1991-92 fin sulla soglia degli anni 2000, fondata dallo stesso “Pelo” insieme a Renzo Mazzarri (altro grande dell’apnea, elbano doc, 3 volte consecutive campione del mondo di pesca in apnea), Marco Mardollo (attuale direttore tecnico di Y-40) e Angelo Azzinari (“educatore” di apnea ante litteram). L’elenco sarebbe con ogni probabilità ancora lungo (come per esempio il primo ad aver varato procedure di decompressione poi confermate e approvate anche dalla scienza medica ufficiale…) ma vogliamo fermarci qui.
Una cosa è certa: l’esperienza di mare di questo centro immersioni – oggi magistralmente condotto insieme a Marco Puccini (nipote di Alfredo) e modernamente dotato di ogni servizio, equipaggiamento e confort – nonché dei suoi operatori, la loro professionalità, ha fatto la formazione di generazioni di istruttori di attività subacquee, di ogni didattica e grado. Perché niente istruisce e addestra al mare quanto il mare stesso! E questo è mare autentico. Mare duro. Di libeccio, ponente e maestrale in faccia. Capace di passare dalla piatta più assoluta – con visibilità subacquea anche di 40 m in stagione propizia, che qui ha la sua apoteosi proprio in autunno inoltrato – alla burrasca più insidiosa. Al centro del parco marino e terrestre più vasto d’Europa, quello dell’Arcipelago Toscano, che proprio all’Elba ha sede. Una natura dalla bellezza strepitosa e selvaggia, in grado di regalare tutte le visioni del blu salato: dal passo dei maestosi cetacei e dei grandi pelagici all’infinitamente piccolo dei nudibranchi e dei polipi corallini. Punti d’immersione i cui nomi sono diventati leggendari: le Coralline di Fonza; Capo Stella; Remaiolo; Costa dei Gabbiani; le Forbici; punta dei Ripalti… Per non dire di quelli nelle isole dell’arcipelago, tutte raggiungibili, a cominciare dalla misteriosa Montecristo, sempre in vista quanto proibita allo sbarco e all’ancoraggio; o la più recentemente frequentabile Pianosa; o Capraia…e via con le altre.

Le barche del Centro.
All’inizio fu l’Elbano 1°, poi un potentissimo gommone superveloce “Caribe”, quindi il “Corsaro” dal 1977 (tutt’ora in attività) col soprannome di Corsarino, per distinguerlo nel parlare dal grande “Squalo” che è sopraggiunto buon ultimo (ma già da 1992), un magnifico ex-peschereccio completamente riattrezzato e riconfigurato a charter per subacquei dal maggio 1993. Un sogno di barca lavorativa da 24 metri, con un pozzetto che quando ti ci trovi sopra ti pare d’essere in piazza d’armi e con una poppa dalla linea unica e inconfondibile anche da lontano per quanto è a sbalzo, slanciata sull’acqua. Il posto a bordo non è mai troppo scarso, nemmeno con 20 sub tutti attrezzati, considerando che ha imbarcato pure l’impianto di ricarica nonché gruppi ARA a sufficienza per tutti. Mentre spiccano anche le grandi e alte bombole di stoccaggio dell’ossigeno puro per respirare da narghilè in certe decompressioni sulla verticale della barca… Una cucina molto marinaresca ma in cui non manca assolutamente nulla fa mostra di sé con discrezione mentre l’attigua “dinette” rapisce la scena, in particolare con un grande tavolo circondato da panchette che gli occupanti battezzano subito “il quadrato ufficiali” per quanto invita a sedersi. Due bagni, in comune ma ciascuno con doccetta, però non certo per concessione al lusso: guai a chi fa una doccia più lunga di venti secondi! Il vero “oggetto del desiderio” si trova lì accanto: una enorme “ghiacciaia” (di contadina memoria, la chiamavano così una volta, almeno in Toscana, la zona più adatta della cantina dove stipare il ghiaccio invernale, quando non esistevano ancora i frigoriferi), cioè una sorta di vascone cubico dalle pareti spesse e coibentate, apribile dall’alto con uno sportello che pare più una pesante botola. Il volume interno viene letteralmente colmato di ghiaccio subito prima della partenza. Ghiaccio che si conserva benissimo per molti giorni, durante i quali assicura temperatura ideale e costante a ciò che nasconde. Già, perché lì dentro si sa che c’è di tutto e di più, da mangiare ma soprattutto da bere! E non mi soffermo sulle conseguenze di quell’attrazione fatale che innesca… credo saranno immaginabili al lettore. Il giro a bordo si completa con comode per quanto spartane cuccette per tutti, ben riparate, sottocoperta. Per i sonni e i sogni più cullati cui potersi abbandonare (se nessuno russa). Sotto i cieli più stellati che immaginazione possa desiderare.

La storia dello Squalo.
È appunto per lanciare l’allora nuovo tipo di turismo subacqueo – la mini crociera in giro per l’Arcipelago Toscano – che nacque l’idea dello Squalo e la sua configurazione così specializzata e funzionale. E da allora ne ha visti e ne ha portati, di gruppi, a zonzo per questo mare, anche per un’intera settimana alla volta. Ma già un weekend lungo, dal venerdì sera, appare quanto di meglio ci si possa concedere per assaporare appieno un’esperienza che si rivela indimenticabile. Come ben sanno quelli che l’hanno fatta e che prima o poi – quasi tutti – cercano l’occasione di rifare una seconda e magari una terza volta. Fino all’ennesima. A dispetto del fatto che oggi si registri un certo cambio di moda tra gli utenti sub, tendenti a prediligere la minivacanza in costa, così da farvi rientrare anche altre attività o sport oltre all’immersione, magari per parenti, amici o accompagnatori non subacquei. Però qui a bordo si respira il mare in tutte le sue forme e chi vuole immergersi a qualsiasi ora del giorno e della notte, chi accetta il salmastro sulla pelle, chi gusta le attese quanto l’azione, chi non si sente frastornato dal vento, anzi lo cerca, chi non si cruccia di coricarsi al tramonto per alzarsi all’alba – e che albe e che tramonti, signori miei!… – scoprirà che sopra questo legno in giro per il mare la felicità può tornare a essere un’idea semplice.

Il Tempio – e la storia – dell’Apnea.
Entri in quella stanza – crocevia di passaggio dalle altre quattro del diving – alla cui parete principale sono attaccate migliaia di foto, in bianco e nero e a colori. E sono molte anche quelle dal color seppia che il tempo incolla loro addosso. Ciascuna narra un pezzo di storia, come le molte facce note e meno note che vi sono ritratte. Inquadrature tutte bellissime, in cui perdersi. L’irripetibilità e al contempo l’eternità di tutti quei momenti. E in alcuni di quegli scatti, lì da qualche parte, probabilmente ci sei ritratto anche tu. O vorresti esserci. Ma di colpo lo sguardo ti si posa sulle macchine metalliche che recavano la zavorra mobile per portare apneisti famosissimi fin nelle profondità del mare lì davanti, in vista di Montecristo. Chi erano? Chi sono? I nomi soprattutto di Jacques Mayol, Angela Bandini, Umberto Pelizzari, Gianluca Genoni – ma anche molti altri, tra cui una parentesi con Stefano Makula – riecheggiano pronunciati sommessamente da chi li indica in quelle foto e ne riconosce i marchingegni di discesa che utilizzavano… Allora il respiro ti si rallenta e abbassi istintivamente la voce anche tu, come tutti, come per ascoltare meglio il silenzio del tempo di un’apnea. Sei in un vero e proprio “tempio” di questa attività, forse il solo che abbia percepibili in sé queste caratteristiche di sacralità e possa donare al visitatore queste emozioni. Soprattutto riguardo alla storia dell’assistenza ai record, costellata di gesti e tecniche non meno mirabolanti dei record stessi.

Un weekend senza tempo (oggi).
E dunque siamo in sedici a bordo dello Squalo, per un weekend d’autunno in barca: abbiamo deciso di concedercelo, io e una coppia di amici, per ricordare che il precedente fu troppi anni fa…così eviteremo di contare quanti siano diventati. Perché nel frattempo c’è chi s’è sposato, chi s’è lasciato, chi se l’è cavata, chi ancora cerca. I realizzati e gli irrisolti. Quelli che ironizzano se potersi definire attempati giovanili o diversamente vintage. Uniti, qui a bordo, da quel pizzico di leggerezza che non ti fa sentire più così necessario conoscere e controllare tutto. Pantaloncini, magliette, piedi scalzi e sorrisi dell’essere al posto delle convenzionali, seriose divise dell’apparire che la vita d’ogni giorno impone. E finalmente riscopri come facciano gli animi a identificarsi o riconoscersi da uno sguardo. Riconsideri le inflessioni di una voce. La perfetta necessità d’un silenzio. L’importanza d’un gesto. “Autenticità”, questo è il suo nome. E non la trovi sullo smartphone. Dopo – ma solo dopo – saremo i “Tipi da Squalo” nel gruppo WhatsApp.
Intanto è gioco, passatempo, la natura tutto attorno. Ci sei immerso. Momenti d’ogni tipo. Respirare un senso di libertà assoluto e improvviso, appena l’ombra della barca si separa da quella dell’ormeggio, non importa per dove. Che l’arte dell’avventura è nel percorso, non nella meta. Che ogni viaggio è ricerca e ogni ricerca un incontro. E perfino il ritorno avrà una bellezza tutta sua, quando tornando ti scoprirai un po’ più ricco di prima.
Ma questa notte siamo ancora a bordo, sono ormai le 2:00 del mattino. E mentre ancora ci raccontiamo la vita insieme a un amico di “quelli nuovi” e uno di “quelli vecchi”, buttando lo sguardo verso il largo come per voler indovinare una linea d’orizzonte altrimenti indefinita, distinguo una luce rossastra nel cielo. Si sta abbassando sul mare a specchio e vi proietta una lunga striscia dello stesso color rosso. È una tinta inconfondibile e determinata a voler attirare l’attenzione, differente com’è tra tutti gli astri di quell’incredibile volta stellata. Stiamo assistendo niente di meno che a un tramonto del pianeta Marte! Cosa posso desiderare di meglio?
Un giorno, forse, tutto questo non sarà più così. Ma di certo oggi non è quel giorno. “…’Guanta duro, Corsaro!”

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

Comments (3)

  1. Emanuele Valli ha detto:

    Un racconto che fa continuare il sogno a chi sta continuando a dormire dal secolo scorso ……

  2. Amedeo ha detto:

    Considero il Centro sud il Corsaro ?‍☠️ la mia seconda Patria!!! – Amedeo Carminati

  3. ale scappatura ha detto:

    spettacolare

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