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Il Cariddi, un relitto tutto italiano

Una storia d’incuria e abbandono intorno a una nave affondata in porto. Oggi così inclinata da avere la poppa quasi in superficie e la prua appoggiata a – 40 m. Vediamo di saperne di più, specie sul perché possiamo parlare di una sorta di vergogna nazionale.

di Claudio Budrio Butteroni. Foto di Michele Lorenzini.

Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai da Roma e mi imbarcai su un traghetto battente bandiera Italiana. Feci due volte l’attraversamento dello stretto e non riuscii mai a capire…dove fosse quel relitto di cui avevo tanto sentito parlare: il Cariddi, un traghetto affondato all’interno del porto di Messina, la cui storia è una vergogna tutta italiana.
E’ stato un traghetto di tipo ferroviario costruito nel 1932 dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste per conto delle Ferrovie dello Stato ed effettuava il collegamento tra la Calabria e la Sicilia attraverso lo Stretto di Messina. La nave fu innovativa per avere un sistema di propulsione tipo Elettro-Diesel. Il 16 agosto 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale, per impedire che il materiale bellico trasportato cadesse nelle mani degli alleati, venne autoaffondata; il recupero e il riposizionamento in assetto di galleggiamento avvennero nel 1949; furono un’opera titanica per l’epoca, e vennero accolti da grandi festeggiamenti. Trasferita alla Spezia, la nave fu sottoposta a una totale ristrutturazione che comportò l’allungamento dello scafo di circa 11 metri, l’aggiunta di sovrastrutture e di un quarto binario per aumentarne la capacità di trasporto. Rientrò in servizio nel dicembre del 1953 ed operò fino a gli anni 80 quando la comparsa di imbarcazioni di nuova concezione e dotate di rinnovate tecnologie, ne rese via via sempre meno frequente l’utilizzo. Alla proprietà pervennero richieste di acquisto a vario titolo, tutte rifiutate in quanto il Cariddi era ritenuto patrimonio culturale del territorio. Tra le più autorevoli, quella della Fondazione del Museo Cousteau del Principato di Monaco, che offrì quasi due miliardi di vecchie lire per l’acquisto della nave da destinare a museo del mare itinerante. Nel 1990 venne definitivamente alienata e nel 1992 viene acquistata dalla Provincia di Messina per trasformarla in un museo galleggiante, ma nulla fu fatto; una triste storia di appalti non onorati comportò il mancato decollo del progetto. Lasciata all’abbandono e all’incuria, negli anni venne depredata e spogliata. Il 14 marzo 2006 la Cariddi affonda nello specchio d’acqua antistante al molo degli ex Cantieri Navali Picciotto all’esterno del porto di Messina dove era ormeggiata da diversi anni.
Programmo allora una sosta supplementare a Scilla. Qui la mia famiglia potrà concedersi un’ultima giornata di mare, mentre io raggiungo il vicino abitato di Cannitello dove ha sede lo storico diving “Un Tuffo nel Blu” di Franco Amadeo. Quattro chiacchiere – di rito quando ci si presenta a un diving per la prima volta – e l’appuntamento è fissato per l’indomani alle 9:00.

Ho sempre sentito parlare della “corrente dello stretto”. Ho già fatto un’immersione sul Valfiorita ma, come dice Franco, lì non è lo Stretto, per cui non so cosa aspettarmi.
La mattina successiva raggiungo il diving all’orario prestabilito e i preparativi già fervono.
Conosco i miei compagni d’immersione per quella giornata: Michele Lorenzini e Cinzia Cattaruzza, cui poco dopo si aggiungerà Dario Polimeni, fidato conoscitore dei fondali dello stretto e nostra guida per questa giornata…
Il mio sguardo cade sul mare. Una forte corrente investe il gommone ormeggiato a pochi metri dalla riva e gorgoglia in corrispondenza del gambo del motore generando riccioli d’oro. Il biondo Tevere non potrebbe fare di meglio.
Pronti, partenza e via… Franco si tuffa in mare una decina di metri a monte del gommone e, mentre la corrente lo trascina, riesce a coprire i pochi metri che separavano il natante dalla riva. Lo raggiunge e si aggrappa alla cima di ormeggio per non farsi trasportare via.
Carichiamo le attrezzature e in pochi minuti attraversiamo lo stretto fino a raggiungere il porto di Messina.
Il Cariddi è lì, adagiato in prossimità di un molo, sul cui lato opposto un traghetto già scalda i motori. La sua poppa emerge a pochi metri dalla battigia.
Un breve briefing e si parte.
Franco rimarrà sul gommone a supervisionare le nostre attività; in questa immersione, tutto sommato semplice, la difficoltà può scaturire proprio una volta usciti dall’acqua, per cui si assume l’onere di gestire il momento più delicato dell’immersione.
Avremo l’onore di essere accompagnati e guidati nella nostra immersione da Dario.
Il tempo a nostra disposizione è di trenta minuti,
Il fondale in quel punto è sorprendentemente ripido. Mentre la poppa, poggiata sulla sabbia, emerge dall’acqua, la prua a centoventi metri di distanza, è invece adagiata a circa 40 metri di profondità.
Ne consegue un relitto fortemente inclinato verso prua e sbandato sul lato di sinistra.
L’immersione comincia percorrendo il ponte superiore per tutta la sua lunghezza fino a raggiungerne la fine. Da qui ci si lascia cadere nel vuoto fino al ponte di carico. Qui sono ben visibili i binari dei treni e gli scambi ferroviari. Iniziamo a ripercorrerlo in direzione della poppa. L’ambiente è completamente buio. Giunti circa alla metà della sua lunghezza intercettiamo le scale che conducono ai ponti superiori.
Ne prendiamo una che ci conduce al ponte passeggeri. Da qui ci spostiamo sui corridoi esterni che percorriamo nuovamente in direzione della prua riguadagnando profondità.
La forte inclinazione del relitto, abbinata alla morfologia dei ponti, ci obbliga a un profilo d’immersione con ripetuti cambi di quota, cosa che non è proprio il massimo per chi utilizza un apparato a circuito chiuso, ed io mi vedo costretto ad agire di continuo sull’assetto dei sacchi contropolmone.

Sotto la sapiente guida di Dario ci addentriamo nei corridoi del traghetto. Tutto attorno a me scorre veloce. A differenza di altri relitti affondati in circostanze improvvise, qui si respira ovunque aria di abbandono. Gli ambienti da noi visitati sono certamente quelli più esterni e facilmente accessibili, e forse proprio per questo risultano tutti completamente vuoti, depredati. L’eccellente trasparenza delle acque siciliane, contribuisce a illuminare e a dare risalto a questo senso di vuoto e di abbandono che mi attanaglia.
Persino la cabina del comandante è ridotta a uno stanzone privo di stigliature e di strutture, circostanza che lo rende più simile a un salone delle feste.

Usciti di nuovo sul ponte superiore lo attraversiamo perpendicolarmente. Sopra di noi il fumaiolo, su cui la scritta F.S. campeggia ancora fiera. Rapito da questo paesaggio mi lascio sorprendere da uno spintone che mi colpisce da dietro. Davanti a me vedo tutti i miei compagni d’immersione….mi volto ma non vedo nessuno. Cerco di comprendere ma poi dimentico.
Pochi istanti dopo Dario ci conduce in prossimità della murata di sinistra e ci fa segno di seguirlo all’esterno del relitto.
Raggiungiamo nuovamente il fondo e da qui risaliamo costeggiando lo scafo del Cariddi fino a raggiungere l’elica di destra e la pala del timone, situate a pochi metri di profondità.
Ci concediamo il tempo di girare qualche immagine e scattare qualche foto; abbiamo sforato il runtime programmato di 10 minuti, ma il gommone è li a pochissimi metri da noi.

Usciamo dall’acqua e risaliamo sul gommone giusto in tempo per apprezzare quello che la natura ci sta regalando. La corrente dello stretto, come un fiume in piena, si sta riversando in corrispondenza della poppa del traghetto, con una violenza tale che avrebbe impedito a chiunque di raggiungere la riva distante solo qualche metro. Mentre noi ci spogliamo delle nostre pesanti attrezzature, il gommone all’ancora vibra sotto i nostri piedi, spinto delle acque.

La corrente si è spostata, come previsto, dalla costa calabrese a quella siciliana. La mia sensazione di essere spinto non era altro che la prima ondata di corrente, che rappresenta un avvertimento di quanto stava per arrivare, e Dario, avendola anche lui avvertita, ci ha subito condotto sul fondo al riparo dello scafo del Cariddi stesso.

Il ricordo di questi momenti lascia in me un profondo senso di tristezza. Il Cariddi rappresenta e raccoglie in se l’essenza delle contraddizioni del nostro Paese. Un paese capace di grandi opere d’ingegneria per strappare una nave ai fondali su cui è adagiata, capace di conferirle onorificenze come “nave d’interesse storico” ma capace anche di lasciarla cadere nell’oblio fin quando essa stessa decise di togliere il disturbo adagiandosi sul fondale dello stretto.

Author: Claudio Budrio Butteroni

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