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Come ti affogo il coronavirus

Cosa può legare tra loro Apnea, Covid19 e Sicurezza? Sentiamo che ne pensa “uno che ha visto cose che voi umani…”. E quali siano idee e proposte per nuove buone pratiche di comportamento nell’immersione in apnea. Ancora tutte da scrivere!

Di Romano Barluzzi su intervista a Marco Mardollo. Foto: Yi Zhang, Stefano Borghi, Marco Mancini

Qualche ora fa mi sono ritrovato a parlare – a “debita distanza”, ci mancherebbe – con il direttore tecnico di Y-40, Marco Mardollo, in vista della ripresa delle attività presso la “sua” piscina più profonda del mondo, particolarmente cara a tanti apneisti.

Stavamo facendo della fin troppo facile ironia su alcune recenti amenità che come al solito, anche quando non ci infliggiamo del male da soli come “categoria sub”, in qualche modo riescono sempre a coinvolgerci: e in questi giorni il campionario è già ampio.
Una su tutte la constatazione che, nonostante la quantità delle nuove prescrizioni in ogni campo, sembrano essersi dimenticati tutti dell’Apnea! Non è così, direttore?
«Guarda…qui ce ne siamo accorti subito e è da un po’ che penso al da farsi. In effetti possiamo dire che non si siano lette da nessuna parte contromisure specifiche per gli apneisti riguardo alla possibilità di continuare la loro pratica applicando modalità di bio-sicurezza che siano anche in funzione anti-contagio contro il coronavirus!…»

Quindi?…

«Ci sarebbe in effetti molto su cui lavorare di specifico per l’apnea… se vuoi cominciare, scrivi?»

Son qui apposta!

«Ok. Allora, partiamo dall’inquadramento del problema: l’apneista è una fonte incredibilmente intensa delle famose droplets (quelle goccioline di saliva e secrezioni varie dalle vie respiratorie che emettiamo praticamente sempre, anche solo parlando, masticando, sorridendo ecc, tantopiù starnutendo o tossendo…ndr) che potrebbero contenere e veicolare importanti cariche virali. Immagina un po’ cosa succede appena l’apneista buca la superficie di ritorno da un’apnea, in un ribollio d’acqua che si spruzza ovunque, mente lui soffia, sbuffa, magari tossisce, comunque espelle di tutto. E poi respira forte, ventila, con o senza snorkel ecc. Non visualizzi mentalmente una sorta di enorme “nuvola” tutto intorno a lui?»

Altroché! Ma allora come la mettiamo?

«La mettiamo che… hai presente la “manovra globale di risalita” che qualche tempo fa Gabriele Del Bene promuoveva, battezzandola proprio così? Se ti ricordi, tra i tanti accorgimenti tecnici che aveva previsto come metodica di efficacia e sicurezza per la gestione di tuffi profondi in apnea c’era contemplato anche il fatto che si dovesse espirare modicamente subito prima di riemergere…»

Certo, si… e la modica espirazione in prossimità della superficie aveva avuto anche in precedenza sostenitori illustri: ne ricordo uno su tutti, Jacques Mayol…

«Infatti… lui emetteva una sorta di nota prolungata, che gli permetteva di dosare la giusta quantità d’aria di cui liberarsi senza che diventasse una espirazione eccessiva e perciò rischiosa, e in modo che il tutto non avvenisse troppo in profondità ma sempre a poca distanza dalla superficie. Anche oggi moltissimi forti apneisti fanno qualcosa del genere, comunque riassumibile nel “cominciare l’espirazione ancora sott’acqua, quando stanno per emergere”.

Per non parlare del fatto che perfino la PADI, da quando è entrata a regime nella didattica dell’apnea, raccomanda lo standard di “espirare poco prima di bucare la superficie” per emergere.

Anzi, ti leggo la traduzione letterale della raccomandazione PADI: “Tu puoi espirare delicatamente appena prima di rompere la superficie, così puoi inspirare prima!”

Ed è proprio questo il punto: la manovra non soltanto predispone a riprendere precocemente il respiro perché evita di dover espellere prima tutta l’aria con cui abbiamo fatto l’apnea (e così ci fa trovare più “pronti” alla prima inspirazione del recupero all’aria aperta) ma al contempo evita o riduce drasticamente lo sbuffo, il nebulizzato, in quanto fa in modo che almeno in buona parte sia già avvenuto sotto il pelo dell’acqua! Così che le droplets vengano emesse nell’acqua e restino confinate nell’emulsione liquida.»

Ok, dunque prima nuova regola: cominciare l’espirazione di poco sotto la superficie, subito prima di riemergere!

«Si, esatto. E, siccome è bene dare riferimenti più precisi possibile, aggiungerei “tra i 20 e i 50 cm” sotto il pelo dell’acqua.»

Ma immagino avrai altro ancora da proporre…

«Infatti. Un altro comportamento secondo me molto importante è quello di cui si fa protagonista l’assistente, o comunque colui che all’interno della coppia – perché sempre in coppia bisogna continuare a praticare l’apnea – in quel momento si incarica di ricoprire tale ruolo. Ebbene, chi assiste il discesista deve riemergere sfalsato da lui, cioè subito dopo; e non di fronte, bensì dietro o di lato. L’apneista che è appena risalito, dal canto suo, dimostrerà il proprio stato di coscienza vigile mantenendo sempre le vie aeree fuori dall’acqua… una cosa che l’assistente è in grado di verificare anche da dietro

Dunque…riemergere subito dopo e mai davanti rispetto all’apneista. Ma sul mantenimento delle distanze che si può fare?

«Ecco, ci stavo arrivando… A parte il fatto che può aiutare una stima al volo della reciproca distanza allungare le braccia aperte sull’acqua ad angolo retto rispetto al busto e osservare che quando si sfiorano le punte delle dita con quelle del compagno che avrà assunto la stessa posizione di fianco a noi, sommando in pratica l’estensione delle rispettive braccia, potremmo già esserci. Ma ammettiamo che stando in acqua in superficie questa sia una distanza davvero minima e che sia meglio maggiorarla. Ebbene, se si assume di dover utilizzare quelle boette segnasub allungate care ai pescatori in apnea, oppure con la forma che ricorda quella dei galleggianti dei bagnini alla BayWhatch – dunque sempre affusolata da entrambe le punte – si può convenire di stare in superficie sempre posizionati alle rispettive estremità dell’attrezzo. Dal momento che questo tipo di galleggianti sono lunghi circa un metro, avremo una giusta maggiorazione della distanza interpersonale rispetto a quella risultante dalla somma di ogni braccio tenuto disteso per appoggiarsi alla boa. In pratica, così facendo, la distanza tra le teste dei due compagni d’apnea sarà sempre superiore a 2 metri. Che è quanto di meglio si può ottenere durante lo stazionamento all’aria aperta senza indossare mascherine.»

Altre aggiunte?

«Nelle fasi di stazionamento in superficie occorre respirare preferibilmente con il boccaglio in bocca, fissato obbligatoriamente al cinghiolo. Ma per ora mi fermerei qui perché, a dir la verità, entreremmo in tutta una serie di accorgimenti che saranno al centro di un imminente nostro briefing per trarne normativa specifica di comportamento interna all’impianto di Y-40. È ovvio che, in ambiente così controllato e delimitato, si potranno stabilire tutta una serie di regole – come il tracciamento di posizioni sul bordo, di percorsi d’accesso e uscita, di boe fisse per le verticali delle apnee, l’obbligo di espellere secrezioni solo nelle canaline di scolmamento al bordo vasca ecc – che non sono sempre trasferibili in ambiente naturale aperto. Ma la possibilità di studiarci sopra in maniera continuamente verificabile ci permette di elaborare anche procedure perfettamente mutuabili pure nell’attività out-door, cioè in mare o lago. Come quelle che ti ho anticipato prima.»

A proposito dell’out-door…

A questo punto, per restare in tema di amenità che ci colpiscono in fatto di disinformazione, ci viene spontaneo proseguire ripercorrendo la diatriba scoppiata sui media per la disposizione che inizialmente avrebbe imposto agli Assistenti di Salvamento – alias “bagnini” – di non fare più le insufflazioni bocca-a-bocca sul pericolante per il ripristino della respirazione… e il fatto che nessuno dei super-consulenti delle task-forces governative evidentemente fosse informato che la ventilazione forzata è passata in secondo piano rispetto alle compressioni toraciche del massaggio cardiaco esterno (com’è riportato già da almeno un paio d’anni nei protocolli di formazione dei soccorritori a norma IRC Italian Resuscitation Council).

Dunque il fatto che queste compressioni vadano praticate in via prioritaria “saltando” le ventilazioni non ha dovuto certo attendere l’avvento della COVID19; in altre parole, il soccorritore casuale, se da solo e con soltanto le proprie mani a disposizione (il cosiddetto “laico”, o “non-sanitario”, proprio come succede a un passante, a un bagnino in spiaggia o anche al compagno d’acqua tra due apneisti…), è tenuto a saper fare e a privilegiare il massaggio cardiaco esterno e non per motivi di bio-sicurezza anti coronavirus ma a prescindere, perché l’efficacia delle insufflazioni è ritenuta secondaria rispetto all’importanza preminente delle compressioni toraciche.

Poi va da se che: 1-è un assunto che l’esecuzione delle compressioni toraciche diventi efficace solo su piano rigido, quindi non certo con il pericolante ancora in acqua, ma pure questo come si sapeva già in precedenza; 2- contano anche i motivi igienico-sanitari per cui – soprattutto oggi ma anche da prima – è implicitamente vantaggioso per l’autoprotezione del soccorritore che egli non debba necessariamente apporre la propria bocca su quella dell’infortunato (ci sono da sempre molte altre possibili infezioni trasmissibili per via aerea…).

Insomma, una polemica tale da aver tirato in ballo perfino considerazioni etiche sull’operato di chi presta soccorso e sul dubbio che possa o meno astenersi da una delle manovre ritenute salvavita, ma in realtà una polemica montata a sproposito e sul nulla più assoluto!

«Beh, è proprio così – conferma infatti Marco Mardollo – anche se devo dirti che, per quante ne ho viste succedere, quando mi trovo con uno che torna su che ha prolungato troppo l’apnea e mi perde conoscenza mentre affiora o solo poco prima, io in qualche modo “so” che, insufflandolo subito, bastano un paio di volte e mi si riprende al volo! Perché ha appena avuto solo un arresto respiratorio, il suo cuore batte ancora, perciò risulta più pratico e immediato fare così…»

Si tratta però di situazioni controllate, in cui sei certo di come si sia svolta ogni fase precedente, di quanti secondi siano passati realmente, di chi sia l’infortunato ecc…

«Si, certo. Tutto va sempre in base alla valutazione della situazione e del livello di rischio connesso. In mare o all’asciutto sarebbe diverso. In barca o in spiaggia sarebbe un’altra cosa ancora. E comunque ora mi riguarderei di più a farlo!… Dopotutto, l’autoprotezione è la base di ogni soccorso: non devi mai mettere troppo in pericolo te stesso per essere davvero d’aiuto ad altri! Ma anche questo era così ben prima della COVID19…è sempre stato così. Saper adottare certe decisioni è una capacità implicita nella professionalità del ruolo.»

La Redazione

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