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Cime tempestose (sommerse)

In perlustrazione con i robot subacquei sui massicci montuosi in fondo al mar Ligure e Tirreno. A caccia di molte sorprese. Che fanno assomigliare i nostri fondali a quelli oceanici più di quanto potessimo immaginare

A cura della Redazione. Immagine apertura: NOAA, presso https://oceanexplorer.noaa.gov/ Immagini interne a cura degli enti e ricercatori citati a fondo articolo e in didascalie

Immaginate di percorrere il fondo del Mediterraneo – in questo caso soprattutto il mar Ligure e il mar Tirreno – ma come se vi trovaste nei dintorni di Firenze e procedeste in auto verso Bologna; o in pianura padana diretti verso nord. A un certo punto trovereste l’Appennino nel primo caso, le Alpi nel secondo. Ecco: sul fondo del mare succede la stessa cosa. Da una piana abissale profonda – mettiamo – 4mila metri a un certo punto potrebbe ergersi una montagna alta quanto l’Etna, la cui cima arriverebbe a oltre 3mila metri dal fondale ma resterebbe perciò ancora sotto la superficie salata di circa mille metri. Ora immaginate di immergervi – ovviamente a bordo di un sottomarino – fin su questa “secca” con il cappello a quasi un chilometro di profondità. Cosa trovereste? Ebbene la risposta a questa domanda è lo scopo di una ricerca tutta italiana, partita due anni fa: il progetto BIOMOUNT – Biodiversity Patterns of Seamounts, finanziato dal MIUR, e quello del DISTAV Dipartimento Scienze della Terra dell’Università di Genova.
Lo studio congiunto è guidato da Marzia Bo, ricercatrice di zoologia del DISTAV. L’ambizioso obiettivo è studiare ben 11 nuove vette e relativi seamounts tra mar Ligure e Tirreno settentrionale, tutto ciò considerando che si calcola esistano oltre 250 monti di questo genere in Mediterraneo, che se ne conoscono – e solo da poco – appena una decina e che stavolta si intende superare agevolmente anche la barriera delle grandi profondità grazie alla tecnologia. Quale? Quella messa a punto dall’ingegner Guido Gay, cioè un ROV – Remotely Operated Vehicle appartenente alla generazione dei Pluto: si tratta in pratica di un robot subacqueo a controllo remoto filoguidato, pilotato dalla superficie a bordo del catamarano da ricerca Daedalus, in grado di raggiungere i 4mila metri di profondità, esplorando quindi una fascia finora poco propensa a lasciarsi perlustrare da un osservatore diretto. Pluto, invece, riesce a mandare in superficie in tempo reale le immagini a colori – dettagliatissime, e sia fotografiche sia video – che illumina e riprende a quella quota. È un po’ come avere i nostri umani occhi puntati direttamente sul fondo. Inoltre, il modello della classe impiegata in questa ricerca – il MultiPluto 02 – è dotato anche di braccio meccanico robotizzato per manipolazioni e prelievi di reperti. A proposito: il paragone del nostro ipotetico monte sommerso (= seamount) con l’Etna non è stato casuale, dato che in prevalenza questi seamounts sono proprio di origine vulcanica, dunque ex vulcani, normalmente estinti o talvolta ancora attivi.

Sotto indagine, al momento, è il classico “pezzo forte” della serie: il monte Spinola, 40 miglia al largo della località di Ventimiglia. Si erge dal fondo per quasi 2mila metri (precisamente 1.970), ma anche in questo modo alla sua vetta mancano ancora altri 2 chilometri per raggiungere la superficie. Proporzioni davvero ciclopiche. Su una vetta così non c’è mai stata anima viva, non si sa cosa ci sia e nessuno ci ha mai nemmeno pescato sopra. Ma molti elementi arrivano già dalle altre cime: nel mar Ligure, l’Ulisse (510 m di profondità), il Penelope (450 m), lo Janua (810 m), l’Occhiali (300 m sott’acqua, 700 di altezza dal fondo), il Santa Lucia (150 m di profondità). Mentre nel Tirreno abbiamo le vette dei seamounts Etruschi (310 m di prof, 700 di altezza dal fondo), Barone (150 m di prof, 1.200 di altezza), Cialdi (300 m dalla superficie, 900 dal fondo), Vercelli (60 m di prof, 1.000 di altezza), Tiberino (300 dalla superficie), Albano (250 m di prof), Palinuro (70 m dalla superficie per 1.500 dal fondale). Sullo Janua, per esempio, è stata rilevata una biodiversità di un livello inaspettato, comprendente un nuovo corallo nero, il Parantipathes sp («“sp” è l’indicazione che si attribuisce alle specie in via di descrizione, significa in sostanza che dobbiamo ancora assegnargli un nome definitivo», ha spiegato Marzia Bo. Al nuovo corallo hanno fatto compagnia una gorgonia particolare, la Chelidonisis aurantiaca, poiché, essendo tipica di Caraibi, Golfo del Messico e Azzorre, nessuno se l’aspettava qui. E il raro grongo bicolore Chlopsis bicolor, in precedenza solo pescato occasionalmente e ora invece fotografato per la prima volta nel suo habitat naturale. A maggior profondità corrisponde maggior interesse scientifico, giacché si cerca di ottenere configurazioni bionomiche delle cime – prima inesistenti – e non solo geomorfologiche.

Ancora a proposito dello Janua è sempre la ricercatrice ad aggiungere che «s’è rivelato il più ricco, ricoperto di foreste di coralli e spugne mai visti prima». Ma, sempre a proposito di sorprese, anche le altre cime hanno le proprie. «Alcune ospitano invece specie di coralli più noti e molto longevi, come la Leipathes glaberrima, che sappiamo vivere oltre i 2mila anni…», aggiunge ancora la ricercatrice, per poi così sintetizzare le somiglianze con i fondali oceanici: «Nel Mediterraneo profondo vivono diverse specie atlantiche: Farrea, Chelidonisis, Stylocordyla, Desmophyllum ecc. La loro presenza nel mar Ligure suggerisce che abbiano utilizzato le cime delle montagne come passaggi, corridoi di dispersione larvale, ampliando la loro distribuzione biogeografica». Questo non soltanto è un meccanismo di diffusione e di colonizzazione a distanza già noto anche ad altre latitudini, nel senso che accade già in seamounts oceanici, ma in Mediterraneo è confermato anche da un altro filone di ricerca che indaga i cetacei e gli squali (nella loro veste di “top predators”): anche la loro assidua presenza è accertata proprio intorno alle vette. I seamount sono insomma zone di intenso foraggiamento per i predatori apicali (cioè al vertice della piramide alimentare) «perché le correnti turbolente che abbiamo registrato intorno alle vette mettono in circolazione molti nutrienti», dichiara la ricercatrice in una recente intervista al settimanale “il Venerdì di Repubblica”. Insomma intorno alle vette in fondo al mare avviene un po’ la stessa cosa che accade alle cime delle montagne fuori dall’acqua: la presenza di intense e frequenti turbolenze. Nelle montagne d’alta quota saremmo alle prese con tormente di vento e di neve. Sott’acqua si tratta di scontri tra correnti liquide, non certo meno violenti. E proprio la perturbazione intensa di queste acque è con ogni probabilità ciò che assicura la ricchezza di vita e l’alto grado di biodiversità registrabili in questi habitat estremi, e perfino la trasmissibilità a maggiori distanze di molte delle forme di organismi che li caratterizzano.
Il gruppo di ricerca in questione è composto, oltre alla rammentata Marzia Bo, da Martina Coppari, Francesco Massa, Federica Costantini, Guido Gay, Giorgio Bavestrello e sono coinvolti come enti italiani l’Università di Genova; l’Università di Bologna; nonché l’associazione AzioneMare, dalla Svizzera. Per il momento, ciò che sembra già emergere con chiarezza è che in profondità il Mare nostrum, insomma il Mediterraneo, rassomiglia in tutto e per tutto – e comunque molto più di quanto potessimo aspettarci – ai fondali oceanici, all’Atlantico in particolare. E chissà che altro verrà fuori dall’esplorazione del seamount Spinola? Restate connessi, vi terremo aggiornati.

1-Pao Hires, una coppia di seamount oceanici differenti, dal sito di NOAA Ocean Explorer: dal punto di vista biologico potrebbero rivelarsi sorprendentemente simili a quelli ora sotto indagine nel Mediterraneo

2-Foresta del corallo nero Leiopathes glaberrima sulla sommità del seamount Santa Lucia, – 150 m

3-Il granchio Paromola cuvieri all’interno di un campo gorgoniano in cima all’Ulisse Seamount, a 500 m di prof.

4-L’esattoinellide Farrea sp. sulla cima del seamount Janua, 850 m di prof.

5-Il catamarano da ricerche Daedalus, reso celebre dal suo comandante, l’ing. Guido Gay

6-Marzia Bo, Guido Gay e Martina Coppa sul ponte del catamarano da ricerche Deadalus insieme al ROV Multipluto 2

7-logo DSBS – logo BIOMOUNT – logo DISTAV

8- Altro seamount oceanico dal sito di extrememarine.org.uk

9- Habitat di uno dei seamount (montagne sottomarine) mediterranei… nonostante le elevate profondità, non mancano segni umani, come residui di lenze e altri sistemi da pesca; il che pone l’accento su un altro degli scopi del progetto, che è la salvaguardia ambientale di questi luoghi straordinari

10- Altra immagine di repertorio sull’operatività della famiglia di ROV Pluto (con in primo piano l’ing. Gay), oggi in grado di condurre esplorazioni con assoluta accuratezza a 4mila metri di profondità

La Redazione

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