Home » ARCHIVIO » Cannizzi e cannizzari

Cannizzi e cannizzari

Un’antica e misteriosa tecnica di pesca, ancora molto usata dai professionisti, crea un’attrattiva anche per gli sportivi. Verificabile pure sott’acqua.

di Romano Barluzzi

Chi dice “cannizzari” in Sicilia viene capito al volo. Ma potrebbe anche dire “incannizzati”, o “cannizzi”, o “incannizzari”, e il risultato non cambierebbe. In tutti i casi si tratta di nomignoli usati per identificare una tecnica di pesca, particolarissima quanto tradizionale al meridione – sebbene oggi vietata! – consistente nel disporre in mare aperto delle boe galleggianti fisse cui vengono legate delle frasche, o rame, di palmizi (donde il suffisso semplificativo di “canne”), ossia fogliami di palme. Un fastello di queste lunghe foglie crea una specie di tetto, una sorta di pergolato acquatico, sotto al quale, nella stagione giusta – cioè ora e fino a novembre – si possono radunare svariate specie di pesci d’altura, soprattutto le lampughe. Queste tettoie naturali, generalmente fissate in modo da stare in superficie – ma non solo – si orientano secondo la corrente, mentre la boa cui sono fissate è vincolata a sua volta a un peso morto sul fondo tramite una cima.
Ora, è necessario un piccolo inciso prima di proseguire e prima che si scatenino polemiche sterili: perché parliamo di questa tecnica se è vietata? Semplicemente perché l’abbiamo vista mettere in pratica, dunque dobbiamo testimoniarlo, nella convinzione che a noi competa di raccontare le cose per come vengono fatte realmente, non per come andrebbero fatte (o non fatte). E quando si tratta di segnalare un paradosso, come quello di veder praticare dai professionisti una forma di pesca vietata, che pertanto rappresenta anche un problema di carattere ambientale, ci sentiamo ancor più centrati nel nostro ruolo legato all’informazione.
Tornando a noi, quando ci si allontana dalla costa alcune di queste “piattaforme” si incontrano già intorno alle 2 o 3 miglia al largo, ma – a detta dei locali – non sono questi gli “incannizzati” buoni. Questi vengono messi piucchealtro per accontentare la curiosità dei diportisti – diciamo pure per “distrarli” – che così si soffermano qui per non andare più al largo… insomma questi cannizzi è più probabile trovarli disabitati o quasi. Ma se si ha un buon mezzo nautico, dotato di strumentazione adeguata (GPS), si possono raggiungere quelli collocati più fuori, anche tra 8 e 11 miglia dalla costa o perfino oltre… e allora il discorso cambia completamente!

Quelli buoni
Se si ha qualche riferimento strumentale e un po’ di fortuna nell’individuarli – com’è successo a noi – la differenza rispetto a quelli in costa si nota subito: mediamente sono più grossi, la boa è più alta sull’acqua, i fasci di palmizi utilizzati sono più folti e spesso, oltre al primo in superficie, ne viene disposto un secondo o anche un terzo a diversi livelli sott’acqua, in modo da formare un pergolato che crea ombra su più piani, fino a circa 2 o 3 metri dal pelo dell’acqua. Questi condomini ombrosi appaiono abitatissimi di pesci e spesso anche nei dintorni si aggira fauna d’ogni tipo. Talvolta diventa uno spettacolo stupefacente, anche perché il fondale in cui sono “ancorati” questi cannizzi può essere vertiginoso (anche tra i 2.500 e i 3.000 m) e unendo questo fattore alla distanza dalla costa si ha davvero l’impressione di trovarsi nel cuore blu di un oceano, talmente vasto e profondo da chiedersi da dove vengano, e cosa mai ci facciano tutti quei pesci proprio là, o come ci arrivino, nel mezzo a quell’infinito d’acqua salata. In effetti, è una domanda che ancor oggi non ha una risposta certa dalla scienza. Sono state elaborate svariate ipotesi in merito, la più accreditata – e suggestiva – delle quali paragona il cono d’ombra rivolto verso il basso creato dal cannizzo a una sorta di segnale, indicante riparo, forse stazione di posta, in grado comunque di costituire un riferimento orientativo, probabilmente analogo alla funzione che il fascio luminoso dei fari sui promontori svolge per gli umani che navigano nel buio della notte. Immaginandoci per un attimo lampughe – un tipico pesce pelagico – certo la spiegazione appare più chiara: che fareste voi da basso, in tutto quel blu, se guardando verso l’alto scorgeste lassù un cono d’ombra proiettato all’ingiù? Non vi parrebbe un interessante “faro rovesciato”? Di fatto accade che le lampughe restino irresistibilmente attratte da quelle ombre e corrano a disporsi sotto di esse, talvolta in concentrazioni di molti esemplari, come del resto fanno anche sotto tronchi o altri oggetti galleggianti alla deriva. E non è l’unica specie ad adottare questo comportamento. Un fenomeno che ha fatto chiamare questa tecnica anche “pesca nell’ombra”.

Cosa pescare e come
Lo sportivo che capita in questi posti ha una chance in più di catture eccezionali e il perché lo si può riscontrare anche direttamente sott’acqua. Può essere interessante, infatti, scendere in mare anche solo a snorkeling per togliersi lo sfizio di foto irripetibili ai tanti inquilini del cannizzo. Per la pesca invece basta transitare una o due volte – non occorre fare più passaggi, anzi è sconsigliabile – a una certa distanza dall’incannizzato, non addosso ma nemmeno troppo lontano, diciamo più o meno a una trentina di metri. E non ci prendano per istigatori alla concorrenza contro i professionisti, anzi: il passaggio isolato e occasionale di uno sportivo, condotto come descritto qui, mirante a uno o due bei pesci, è selettivo e non può costituire danno né disturbo per alcuno. La velocità che abbiamo visto consigliare deve stare intorno ai 5 nodi (dunque abbastanza più sostenuta rispetto a quella della classica traina) e va impostata prima, in modo che in fase di avvicinamento si stia già procedendo così e venga poi mantenuta costante per tutto il passaggio, e anche dopo, mentre ci si trasferisce al cannizzo successivo (questi cannizzari più al largo vengono deposti spesso in filari, anche doppi, ma a distanze notevoli l’uno dall’altro). Naturalmente ci si sarà premuniti con altrettanto anticipo di mettere in pesca almeno un paio di canne con terminali adatti per fare una normalissima trainetta di superficie… Per la quale possiamo impiegare tranquillamente anche delle esche artificiali – siliconiche o altro, di vario genere e dimensione… – e il gioco è fatto. Pare che i più gettonati siano i polpetti siliconici di colore rosso e bianco. Nulla di più probabile che già al primo passaggio si subiscano i primi assalti decisi e potrà trattarsi ovviamente di lampughe ma non solo: potranno diventare nostri ospiti anche alletterati, palamite, ricciole, e così via. Tutti buoni frequentatori dei misteriosi cannizzi siculi. Ah, per la cronaca, e per chi intendesse far visita ai cannizzi pure in acqua: per quasi tutto il tempo siamo stati seguiti e tenuti d’occhio attentamente da delfini e stenelle e abbiamo notato tre grosse tartarughe marine (Caretta caretta), di cui la seconda davvero enorme. A voi la scelta sul da farsi.

About Romano Barluzzi

Giornalista - Editor - ghost writer - Nel pieno di una seconda vita da giornalista per vocazione, tenta di riscattarsi dalla prima, dove cela trascorsi di rango nella formazione istruttori sub (e molto altro). Di continuo tra autostrada Firenze - Arezzo e treno per Roma, la nostalgia del mare non lo molla mai...
Romano Barluzzi

Comments (1)

  1. Giuseppe ha detto:

    La velocità deve essere molto più bassa, soprattutto se peschi a lampughe (1 o 2 nodi, non di più). In pratica la velocità della traina è simile a quella di fondo usata per pescare i tonni e le ricciole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Login

Lost your password?